‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

28 settembre 2019

Interdittiva antimafia blocca di nuovo i lavori su corso Mazzini



Fermati per la seconda volta nel giro di tre mesi. I lavori di rifacimento dell’ultimo tratto di corso Mazzini, bloccati nello scorso mese di giugno ‘per problemi burocratici’ (questa la versione data dal comune di Cosenza), hanno ricevuto un ulteriore stop all’inizio di questa settimana. Le motivazioni, stavolta, sono ben più serie, visto che è scattata l’interdittiva antimafia per la ditta esecutrice dei suddetti lavori. Ora è di nuovo tutto fermo e i disagi per i cittadini e i commercianti sembrano non termineranno più a dicembre prossimo, come aveva annunciato da poco l’amministrazione comunale. Non solo disagi, però, considerato che il tratto interessato dai lavori è stato recintato nel mese di marzo e ciò ha determinato un minore afflusso di persone presso gli esercizi commerciali che ivi ricadono, con conseguenti perdite sul piano economico.
I lavori su corso Mazzini, nel tratto compreso tra viale Trieste, corso Umberto e piazza XX Settembre, sono partiti male: a fine marzo, l’area in questione viene recintata per allestire il cantiere, ma non si appone l’obbligatorio cartello di cantiere e non si ascoltano gli appelli di comitati e cittadini che chiedono di risparmiare gli alberi situati sui marciapiedi (http://francescacanino.blogspot.com/2019/03/lavori-di-corso-mazzinistrage-di-alberi.html).

Qualche mese più tardi, a giugno per la precisione, a lavori iniziati si scopre che in nessun modo si era tenuto conto del vincolo monumentale ricadente sull’area. La giurisprudenza amministrativa e costituzionale riconduce, infatti, le piazze, le vie, le strade e gli spazi urbani e pubblici realizzati da oltre 70 anni alla categoria dei beni culturali, indipendentemente dall’avvio del procedimento di verifica e dalla specifica dichiarazione di interesse culturale prevista dall’articolo 13 del D. Lgs. 42/2004 (http://francescacanino.blogspot.com/2019/06/i-lavori-di-corso-mazzini-e-il-vincolo.html).
I lavori, dunque, iniziano senza le dovute autorizzazioni alla Soprintendenza, obbligatorie visto che vie, piazza e complessi interessati risalgono a oltre 70 anni fa e sono soggetti al vincolo monumentale (come lo è buona parte di corso Mazzini, su cui ogni modifica, rifacimento e altro – vedi paletti di metallo – è stato effettuato senza mai considerare il vincolo in questione). La Provincia ha dato, inoltre, una valutazione troppo semplicistica ai lavori e anche il passaggio di un binario della famigerata metro, previsto davanti alla caserma dei Carabinieri, non avrebbe le autorizzazioni. Per questi motivi, a giugno scorso, scatta il primo fermo ai lavori. Il comune parlerà ‘di problemi burocratici’.
Come è andata a finire? In seguito ad alcuni articoli di stampa, il cartello di cantiere fa la sua comparsa, anche se in ritardo, sulla recinzione, riportando i dati obbligatori, il costo dell’opera, ben 1.269.095 euro e la data fine lavori prevista per il 13 agosto scorso. 
Dopo il primo stop, i lavori riprendono, ma il vincolo monumentale è stato violato. Purtroppo, ciò si configura come prassi nella città dei Bruzi, basti ricordare l’autorizzazione paesaggistica mancante per il ponte di Calatrava, i palazzi del centro storico demoliti senza l’autorizzazione della Soprintendenza, piazza Fera realizzata senza mai inviare la documentazione dei lavori alla Soprintendenza, nonostante essa l’avesse espressamente richiesta e tante altre irregolarità che abbiamo puntualmente divulgato. E lunedì scorso, una interdittiva antimafia ha nuovamente bloccato i lavori.
Cosenza, 28 settembre 2019
© Francesca Canino




19 settembre 2019

Bollette acqua rincarate: le bislacche giustificazioni di Municipia


Le ultime fatture per la fornitura del servizio idrico integrato sono state emesse dal comune di Cosenza nello scorso mese di giugno, ma solo da poche settimane sono pervenute ai cittadini - anche se ancora non a tutti – nonostante la scadenza della prima rata sia stata fissata al 31 agosto. Un ritardo che il Settore tributi ha messo in conto, poiché sulla prima pagina della fattura è riportato che “In caso di recapito della presente oltre le scadenze sopra indicate La invitiamo ad effettuare il/i versamento/i nel più breve tempo possibile”. Vien da chiedersi perché le fatture non sono state inviate con il dovuto anticipo, ma si sa che le amministrazioni mostrano spesso poco rispetto per i cittadini/contribuenti. 
I problemi, però, non si limitano solo alla data di scadenza: la cosiddetta ‘bolletta dell’acqua’, infatti, almeno questa volta, è motivo di preoccupazione per la maggior parte degli utenti a causa delle cifre esose che vengono richieste. Analizzando attentamente la fattura, emerge che alla voce ‘Prospetto Letture’, spesso incompleto, compaiono le date (in alcuni si parte dalla fine del 2007) e la tipologia della lettura, in molti casi definita ‘reale’. Ma non è proprio così. Abbiamo chiesto dettagliate informazioni alla Municipia Spa, già Engineering Spa, società che si è aggiudicata per € 5.178.649,50 il ‘servizio di gestione ordinaria e straordinaria delle entrate tributarie ed extratributarie (durata quinquennale)’ fino a giugno 2022 e abbiamo saputo che anche quando sulla fattura appare la voce ‘lettura reale’ essa è da intendersi molte volte come ‘lettura presunta’. La risposta, quasi una giustificazione iperbolica, è scaturita dopo aver dimostrato agli impiegati della società, documenti alla mano, che alcune letture reali riportate sulle fatture non erano mai state effettuate. Di contro, abbiamo dimostrato, esibendo una ricevuta rilasciata da un operatore Engineering, che alcune letture realmente effettuate non sono state prese in considerazione ai fini del calcolo dei metri cubi consumati. La giustificazione stavolta è stata meno spinta della precedente: gli impiegati, infatti, hanno riferito che l’inconveniente è sicuramente dovuto a una dimenticanza. In pratica, la lettura non è stata ‘caricata’ nel computer, operazione che avrebbe dimezzato le somme da pagare (eccessive per molti contribuenti), addebitate invece in toto nell’ultima bolletta. A che serve, dunque, inviare degli operatori per effettuare la lettura dei contatori dell’acqua se poi ci si dimentica di conteggiarla? Val la pena ricordare che il lavoro degli operatori di Municipia ex Engineering è pagato dai contribuenti (oltre un milione di euro all’anno) che, come abbiamo visto, si ritrovano a tratti senza il servizio. E poi, perché chiedere ai cittadini di effettuare l’autolettura se la società incarica i suoi uomini a rilevare casa per casa i consumi? Delle due l’una, anche perché, malgrado una sovrabbondanza di servizi, si finisce per non farne valere nessuno. 
Ma non finisce qui, visto che sul foglio della fattura compare la voce ‘Prospetto analitico’, che riporta anno per anno, a cominciare da gennaio 2013 e finire a dicembre 2018, le componenti tariffarie con i codici UI1 e UI2 (componenti tariffarie fognatura, depurazione, consumo), UI3 (Acquedotto). E' vero che si tratta di cifre minime, ma sono sempre spese per i cittadini.
Per saperne di più: http/francescacanino.blogspot.com/2015/07/cosenza-cinque-acquedotti-e-sei-pozzi.html
Cosenza, 19 settembre 2019
Francesca Canino



13 settembre 2019

Cosenza, piazza XV Marzo: salviamo la Statua della Libertà d'Italia




Per i cosentini è la statua della Libertà. Situata in piazza XV Marzo, ex piazza Prefettura, fu realizzata da Giuseppe Pacchioni, bolognese, per ricordare un episodio della storia cittadina che tanti martiri fece in nome di una libertà che forse non si è mai compiuta.
Oggi il monumento versa in pessime condizioni, è annerito, in alcune parti scrostato, pericolante. Come spesso accade in città, i beni culturali non interessano a nessuno e anche quando sono evidentissimi i segni dell’incuria, nessuno interviene per salvare le vestigia del passato. 
Eppure, la statua che per i più anziani rappresenta la Madre d’Italia, racconta una storia d’amore, profondo, totale, rivoluzionario come tutti i grandi amori, anche quando non coinvolge due persone, ma un intero popolo che lottava per l’unità. In tanti caddero nelle Idi di Marzo cosentine (http://francescacanino.blogspot.com/2016/03/il-moto-cosentino-del-15-marzo-184.html), in quel sogno di libertà che solo pochi mesi dopo uccise anche i fratelli Bandiera.
L’autore, Giuseppe Pacchioni, uno dei superstiti della spedizione dei fratelli veneziani, scolpì la statua della “Libertà d’Italia” nel 1878, incidendo sul piedistallo i nomi dei patrioti che parteciparono alla spedizione e quelli dei cosentini che organizzarono il moto insurrezionale del 15 marzo 1844. Fu proprio questo evento che diede il nome alla piazza, scenario della rivolta. Le iscrizioni sulle lapidi del basamento sono state dettate da Giosuè Carducci.
In nome dei martiri e dei tanti cosentini che ancora si emozionano dinanzi ad essa, Salviamo la Statua della Libertà, non disperdiamo un patrimonio che è parte di noi tutti.
Cosenza, 13 settembre 2019
© Francesca Canino







14 agosto 2019

Malasanità in Calabria, è ora di ribellarci




Agosto 2019: tra le varie notizie che affollano il web e i giornali cartacei emergono quelle riguardanti la sanità calabrese. Una vergogna leggere che a Castrovillari “Medico trasferito, stop agli interventi”, “Ortopedia a ore all’ospedale di Locri”, “Cetraro e Soverato, sospensione punto nascita”, “Cosenza, emergenza sangue”, “Cosenza, la lunga attesa degli OSS”, “Cosenza senza infermieri, si corra ai ripari”, “Ospedale chiuso a Cariati”, “Dimissioni reggente Asp: sanità cosentina allo sbando, ospedali a rischio chiusura” e tantissimi altri articoli che descrivono le condizioni della sanità regionale, da decenni in uno stato pietoso (http://francescacanino.blogspot.com/search?q=dossier+sanit%C3%A0).
Nonostante si siano avvicendati governi di diversi colori, assessori e commissari vari nominati per riequilibrare i conti e migliorare, conseguentemente, la sanità calabrese, in realtà non si è fatto altro che perpetuare una situazione di drammatica crisi, che nessuno ha potuto, o meglio voluto, risolvere. E alla domanda di salute dei cittadini, la risposta è stata per anni una sola: “Siamo in Piano di rientro”. Una giustificazione che non regge più. 
Nessuno ha mai reso pubblici i conti della sanità calabrese, nessuno ha mostrato le carte, nessuno si è impegnato seriamente per migliorare i nostri ospedali. Però i commissari sono stati retribuiti, e pure molto bene, mentre in Calabria si continua a morire e a subire le pesanti conseguenze della malasanità. Anche il cosiddetto Decreto Calabria tarda a far sentire i suoi effetti e per questo ci chiediamo per quanto tempo ancora i calabresi dovranno accontentarsi di una sanità raffazzonata, dovranno pellegrinare da una città all’altra per trovare un ospedale aperto e funzionante, dovranno emigrare in altre regioni per curarsi. Perché il commissario ad acta Saverio Cotticelli è immobile dinanzi a questa tragica situazione? Eppure la stampa nostrana non lesina notizie sulla malasanità e nessuno può dire di non essere stato informato su quanto avviene nelle strutture sanitarie calabresi, sui servizi da terzo mondo, sui Pronto soccorso presi d’assalto e inefficienti per mancanza di personale.
Ci chiediamo, inoltre, perché si è dimesso, pochi giorni fa, il direttore facente funzione dell’Asp di Cosenza? Perché nessuno ha mai ordinato un’ispezione in questa stessa azienda, diretta per lunghissimo tempo da un personaggio come Raffele Mauro? Perché nessuno indaga su tutti quelli che hanno fagocitato la sanità, assurgendo grazie ad essa al ruolo di dominus della politica calabrese, creando, sempre grazie ad essa, una rete di clientes che li mantiene al potere da oltre trent’anni? Perché i parlamentari calabresi sono immobili dinanzi a questo sciagurato sistema? E la commissione antimafia ha in mente di avviare delle indagini o non ritiene opportuno farlo? È possibile che a nessuno interessa la salute dei cittadini?
Sì, è possibile e sapete perché? Innanzitutto perché chi ci governa, a tutti livelli, ci considera solo elettori-servi-clienti-contribuenti senza diritti né umanità; in secondo luogo perché tutta questa massa di gente che ricopre posizioni di potere se ha problemi di salute si fa curare nei migliori ospedali italiani o stranieri, ha denaro a volontà per accedere a costosissime terapie e ha amici (sempre clienti) che assicurano loro la precedenza al Pronto soccorso anche se vi arrivano in codice bianco. 
Per noialtri, invece, solo un calvario infinito. È ora di ribellarci.
Cosenza, 14 agosto 2019
Francesca Canino



18 luglio 2019

Pappaterra presidente del Parco del Pollino e dell'Arpacal, un conflitto di interessi ai danni dell'ambiente


Un evidente conflitto di interessi si palesa nella figura di Domenico Pappaterra, fresco di nomina a direttore generale dell’Arpacal (Agenzia regionale per l'Ambiente), che dal 2007 riveste la carica di presidente dell'Ente Parco Nazionale del Pollino. Una nomina effettuata qualche settimana fa, nel corso di una riunione della Giunta regionale calabrese, presieduta da Mario Oliverio. 
Il presidente-neodirettore, in precedenza, è stato anche commissario straordinario dello stesso Ente Parco, assessore regionale all'Ambiente e Beni ambientali, Parchi e aree protette, Tutela delle coste e urbanistica e promotore dell’istituzione dell’Arpacal. In dodici anni di presidenza dell’Ente Parco, svolta senza alcun Piano Parco, ha svolto indisturbato una costante e documentata attività politico-clientelare, sperperando denaro pubblico (basti pensare all’eco-mostro di Campotenese) e dimostrando una comprovata incapacità gestionale, formalizzata più volte anche dal Collegio dei Revisori dei Conti. Dopo la tragedia del Raganello, Pappaterra non è stato rimosso dall’incarico e, nei primi di giugno, il presidente Oliverio lo ha nominato, senza alcuna procedura ad evidenza pubblica, direttore generale dell’Arpacal. 
Non è, però, solo una questione di incarichi: l’Arpacal esegue i controlli ambientali sull’intero territorio regionale, compreso il Pollino, e nel Parco è situata la centrale del Mercure (già di proprietà Enel, oggi del Fondo F2i) che la stessa Agenzia regionale aveva bocciato per motivi tecnici, ma fu imposta proprio da Pappaterra. L’Arpacal monitora sia le emissioni della centrale, sia i campi elettromagnetici (CEM) delle numerose linee di trasporto dell'energia elettrica di Terna (ramo di Enel) esistenti e costruende, potenzialmente cancerogeni per l'uomo. Ma non finisce qui, perché Pappaterra è anche presidente del Consiglio d’amministrazione dell’Osservatorio Ambientale sulla centrale del Mercure, sempre finanziato da Enel, al quale è demandato il compito di controllare gli effetti delle emissioni e pubblicare i risultati. 
Si è, dunque, in presenza di un assoggettamento alla politica di chi dovrebbe esercitare funzioni di controllo nel campo delle verifiche sull’ambiente e dinanzi a un emblematico caso in cui la figura del controllore e quella di controllato coincidono perfettamente. Ma al presidente Oliverio, in scadenza di mandato e già in campagna elettorale dopo le gravi vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista, sembra non interessare affatto.  

Approfondimento
La centrale a biomasse della valle del Mercure è un impianto che contiene tutte le enormi contraddizioni di questa fonte energetica pseudo-rinnovabile. Si trova nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, la più grande area “protetta” d’Italia, che è anche una Zona di Protezione Speciale (ZPS) dell’Unione Europea (UE). La centrale è di elevata potenza (41 MWe), ma di scarso rendimento (25% circa); brucia 350.000 tonnellate l’anno di biomasse da legno vergine, trasportate da oltre 100 camion che ogni giorno vanno a congestionare una rete viaria, all’interno del Parco, già disagevole per il solo traffico locale, e ad impattare assai negativamente, con i loro gas di scarico, sulla qualità dell’aria. Non è fonte rilevante di occupazione (le poche decine di addetti ENEL sono stati trasferiti da altre centrali con maestranze in sovrannumero), ma, anzi, crea evidenti problemi alle attività cui il Parco è naturalmente vocato (turismo, produzioni agro-alimentari di qualità). Immette in atmosfera un carico inquinante dannoso per la biodiversità del Parco e rischia di danneggiare la salute delle popolazioni residenti. È avversata da chi abita nelle sue adiacenze, da istituzioni locali e associazioni locali e nazionali, ambientaliste e non solo. Titolari di ditte calabresi, fornitrici di biomasse, sono stati arrestati con accuse di 'ndrangheta”. Perché, allora, si continua a tenerla in funzione? Per gli incentivi economici pubblici. Nel 2016, anno di entrata in funzione della centrale – dopo una vertenza durata quindici anni – essa ha fruttato ad Enel 49 milioni di euro (come dichiarato dallo stesso Amministratore Delegato dell’Azienda elettrica), di cui solo 10 milioni di euro da produzione di energia elettrica e 39 milioni di euro da incentivi pubblici. La produzione, inoltre, non viene fatta secondo le richieste di energia del territorio, poiché si produce un’eccessiva quantità di energia – che supera di molto il fabbisogno energetico della Calabria – per cui si ha bisogno di una quantità smisurata di biomassa necessaria al suo funzionamento, spesso reperita sul territorio dell’Unione Europea, rischiando di importare specie contaminate da pesticidi, pericolosissimi per la biodiversità del parco e per la salute dei residenti. La centrale opera con autorizzazione scadute e proroghe della Regione Calabria, che sono state anche impugnate dalle associazione ambientaliste del territorio e manca uno studio ad hoc sul microclima della Valle del Mercure (quello fatto è stato impostato sui dati di una valle diversa) e l’assenza di una Valutazione d’Impatto sulla Salute. Nel giugno scorso, F2i ha acquistato l’intero portafoglio di impianti a biomassa vegetale del Gruppo Enel e ha avviato accordi con le amministrazioni locali e con Coldiretti per la raccolta di sfalci da lavorazione agricola, pulizia degli alvei dei fiumi e del territorio boschivo. Equivale a dire che raccoglie tutta la legna dei territori, mentre in Italia, da nord a sud, si assiste inermi ai tagli di un gran numero di alberi e a potature sconsiderate in città e nelle aree extraurbane, probabilmente eseguite per alimentare le fameliche bocche delle centrali a biomasse.
Cosenza, 17 luglio 2019
Francesca Canino


04 luglio 2019

Carcioffolà, un canto popolare calabrese del 1700

Musica popolare calabrese
Sonatori calabresi del 1775

  
CARCIOFFOLA'
“La notte quanno dormo penzo tanto
E quanno penzo a buje mm’adormento
Vado ppe te parlare e non te siento,
Carcioffolà
Afflitti senzi miei martirizzati
Che un’ora di riposo non aviti,
Sono le mie speranze disperati
Vanno contra de mia le stelle uniti.
Amici non crediti a le Zitelle,
Quannu vi fanno squase e li verrizzi.
Ca sognu tutte quante trottatelle,
E pe ve scortecà fanno fenizzi,
Co lo ndà e ndà ndera ndà,
La falanca si è seduta
Non cammina, carcioffolà”.

CARCIOFFOLA' è il titolo di un canto popolare calabrese che, divenuto famosissimo in tutta Italia nel XVIII secolo, è oggi completamente sconosciuto.
Caduto nell'oblio già dal secolo successivo, aveva conosciuto una tale popolarità tanto da essere inserito nelle opere di Carlo Goldoni, uno dei padri della commedia italiana, e di Giovanni Paisiello, autore tra gli altri, de 'Il Barbiere di Siviglia'. Nel 1700, infatti, si sviluppò nel teatro napoletano 'l’Opera Buffa', un genere operistico costituito da storie popolari in cui i protagonisti erano ostesse e servitori. Spesso tratte dai canovacci della commedia dell’arte e musicate con arie semplici ed efficaci, gli autori usavano inserire nelle loro composizioni, canti popolari in voga, espediente che le rendeva ancora più gradite al vasto pubblico e permetteva di ottenere grandi ovazioni.
Il canto popolare calabrese 'Carcioffolà' ebbe varie versioni, poichè ogni suonatore lo variava e lo arricchiva: nella versione trascritta da Goldoni era un canto d’amore alla innamorata, mentre in quella più famosa usata da Francesco Cerlone e musicata da Paisiello nel 1770, era un canto di sdegno verso le donne.
A metà '800, l'aria di Carcioffolà viene ripresa dal grande Salvatore di Giacomo, che la tradusse in napoletano prima di essere riportata in un'opera musicata da Eduardo Di Capua. In questo contesto diventò un canto tra madre e figlia, con lo stesso ritornello, ma con il resto diverso dalla versione calabrese.
Il commediografo veneziano Goldoni lo inserì nel dramma giocoso in musica “La conversazione” del 1778, nella IV scena, in cui i due protagonisti don Fabio e Sandrino, sono 'vestiti da Calabresi col calascione' e cantano la Carcioffolà. I personaggi della commedia commentano alla fine dell’aria musicale: “Veramente è bizzarro il canto calabrese, possono divertir tutto il Paese”.
I 'sonatori calabresi' cantavano, come ci dice Goldoni, accompagnati dal 'calascione', specie di grosso liuto con manico lunghissimo, il cui pizzicato era usato come accompagnamento, e dagli archi della lira calabrese e della ribeca, strumenti popolari dal suono bellissimo. Dunque, i sonatori ambulanti calabresi, nel secolo dei Lumi, andavano in giro per tutta Italia, anche nei caffè di Venezia, a proporre i loro canti che divennero ben presto grandi successi, tanto da essere inseriti nelle opere teatrali.
Dal libretto originale di una rappresentazione tenutasi a Cosenza, nella primavera del 1778, per il governatore del re Tommaso Ruffo, si desume che il personaggio principale della commedia è donna Checca Spicadossa, donzella calabrese che spalleggiata dal fratello Vitantonio, cerca di fare imbrogli ed artifici per riuscire a sposare il ricco barone di Terra Asciutta, scontrandosi con la rivale Tonina, caffettiera Veneziana. Il contrasto tra la donna calabrese e quella veneziana, è anche musicale e mentre la Veneziana intona al barone canti con parole come 'musin, bucchin e putelo', la donna calabrese vince la sfida con un “Canto sulla chitarra alla Catanzarese” suonato in scena alla “chitarra battenno” (chitarra battente). Ma la parte musicale più importante è l’entrata in scena di Vitantonio, calabrese, fratello di Checca, che con la cetra (arpa portativa) appesa al collo, ha al suo fianco un piccolo ragazzo col violino e canta l'aria 'Carcioffolà'.
Oggi il testo e la partitura musicale sono custoditi presso il Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli. 

Cosenza, 4 luglio 2019
Domenico e Francesca Canino


19 giugno 2019

I lavori di corso Mazzini e il vincolo monumentale ignorato


Stravolta dai lavori. La città dei Bruzi ha mutato il suo aspetto negli ultimi anni a causa degli innumerevoli interventi edilizi subiti: dai cosiddetti rifacimenti alle opere ex novo, dalla realizzazione di inutili piazze alla chiusura di strade importanti. E poi cantieri in ogni dove, disagi provocati ai cittadini per la chiusura delle strade e dei marciapiedi interessati ai lavori, abbattimenti di alberi, interventi devastanti sui fiumi e milioni e milioni di euro sperperati.
A Cosenza sono state modificate intere zone della parte nuova, quella definita ‘al di là dei fiumi’, senza alcun rispetto per la storia recente, per i ricordi, per i più anziani che hanno perso i loro riferimenti. Uno scempio non solo fisico compiuto in nome del dio cemento, che numerosi appalti assegna alle ditte amiche per lavori, spesso, di nessuna utilità e bellezza.
Viatico elettorale, do ut des o solo desiderio - poco credibile - di una ‘città bella’, i lavori pubblici sono l’anima, molte volte nera, degli enti locali, disposti a tutto pur di mettervi le mani sopra. Accade, dunque, che la bramosia degli amministratori sia incontrollabile al punto da far ‘dimenticare’ di richiedere certe autorizzazioni quando si interviene su piazze, strade e manufatti realizzati da almeno settant’anni. 
Il riferimento è ai lavori di rifacimento dell’ultimo tratto di corso Mazzini, che comprende anche viale Trieste, corso Umberto e piazza XX Settembre. Pur volendo tralasciare in questa sede il costo esorbitante dell’opera, non si può non valutare il contesto di appartenenza: l’area è interessata da elementi relativi sia alla tutela storico-artistico-architettonico-archeologica, sia a quella paesaggistica. Ma, mentre per l’aspetto paesaggistico si configura un vincolo generico, per quello storico-artistico-architettonico-archeologico devono considerarsi gli aspetti legati alla conservazione del restauro e delle specifiche discipline nei settori di competenza. La giurisprudenza amministrativa e costituzionale riconduce le piazze, le vie, le strade e gli spazi urbani e pubblici realizzati da oltre 70 anni alla categoria dei beni culturali, indipendentemente dall’avvio del procedimento di verifica e dalla specifica dichiarazione di interesse culturale prevista dall’articolo 13 del D. Lgs. 42/2004. 
È bene ricordare che l’area interessata dai lavori in questione è contrassegnata dalla presenza di architetture e opere d’arte significative, espressione di un periodo compreso nell’arco temporale che va dal 1800 ai primi del ‘900 ed è rappresentato in particolare dalla Fontana di Giugno (l’Etè di Mathurin Moreau, opera della Fonderia artistica industriale Francesco De Luca di Napoli,1889, fusione in ghisa che in precedenza fu presentata come struttura in marmo nell’Esposizione universale di Parigi nel 1855); la chiesa del Carmine e l’annesso convento seicentesco (appartenuto ai Carmelitani dell’antica osservanza, giunti in Calabria nel 1582, fu abbandonato dai frati a causa dei gravi danni provocati dal terremoto del 1783; fu soppresso nel 1809 e divenne sede della Guardia Provinciale, poi caserma dei Carabinieri Paolo Grippo); gli arredi urbani vegetativi e l’arte decorativa del secolo scorso, rappresentata dalle opere di giardinaggio e arredo urbano da recuperare e restaurare. Non si deve tralasciare la circostanza che nel sottosuolo dell’adiacente piazza Matteotti sono stati rinvenuti resti di tombe brettie e romane. Non sembra che sia stato designato un archeologo che segua i lavori, in considerazione del fatto che ogni movimentazione di terra, specialmente in una regione come la Calabria notoriamente definita museo a cielo aperto, deve essere fatta sotto lo sguardo vigile di un archeologo che, in caso di ritrovamenti fortuiti, saprebbe come comportarsi.
Tutti questi aspetti non risultano essere stati considerati, né, pare, siano disponibili i seguenti atti progettuali per il Restauro della Fontana: rilievo metrico delle componenti figurative dell'opera, analisi dei materiali costruttivi e dell'impianto architettonico in essere, analisi del degrado, intervento di restauro in tutte le parti costituenti l'opera. Per gli interventi nello spazio architettonico si richiedeva: rilievo topografico, analisi delle fasi storiche, analisi della rete infrastrutturale storica delle eventuali reti tecnologiche, planimetria delle nuove reti tecnologiche premette ed elementi proposti, planimetria dello stato di fatto e rilievo delle componenti spaziali nell'ambito storico, rilievo vegetazionale, studio dell'arredo urbano e proposte di sistemazione motivate, planimetria del sistema del Verde, studio dei percorsi con particolare attenzione a quello dei diversamente abili, studio dei materiali confacenti alla presenza di monumenti significativi, progettazione impiantistica con particolari esecutivi soprattutto in prossimità dei palinsesti storico artistici architettonici, esecutivi architettori e particolari tecnici della proposta accompagnata dalle relazioni esplicative.
Pare anche che la Provincia abbia eluso gli interessi primari di tutela demandati alla Soprintendenza, valutando una semplice ‘pavimentazione’. Inoltre, dalla relazione di accompagno della pratica viene introdotta la realizzazione di una linea tranviaria, che non sembra avere le autorizzazioni di legge. Si tratta della cosiddetta metropolitana leggera.

In conclusione: i lavori dell’ultimo tratto di corso Mazzini sono iniziati senza chiedere le dovute autorizzazioni alla Soprintendenza, considerato che vie, piazza e complessi interessati ai lavori risalgono ad oltre 70 anni fa e sono, dunque, soggetti al vincolo monumentale (come lo è buona parte di corso Mazzini, su cui ogni modifica, rifacimento e altro – vedi paletti di metallo – è stato effettuato senza mai considerare il vincolo in questione). La Provincia ha dato una valutazione troppo semplicistica ai lavori e il passaggio di un binario della famigerata metro, previsto davanti alla caserma, non avrebbe le autorizzazioni. Però i lavori sono iniziati e proseguono.

Si veda: Consiglio di Stato sez. VI, 24.01 2011, n. 482, secondo cui “Ai sensi del comma 1 dell'articolo 10, del D.Lgs. 42/2004 le piazze pubbliche sono “beni culturali” in quanto complesso appartenente ad un ente pubblico territoriale, non è richiesto che siano fatte oggetto di apposita dichiarazione di interesse storico artistico al fine di rientrare nella sfera di applicazione della relativa legislazione;
TAR Puglia, Bari, sez. II, 1.03.2013, n. 307, secondo cui: Dall’articolo 10, comma 4, lettera g) del Codice dei beni culturali e del paesaggio discende la riconduzione ex lege alla categoria dei beni culturali delle piazze pubbliche appartenenti all’ente territoriale e realizzate da oltre 70 anni, che presentano interesse artistico e storico indipendentemente dall' Avvio del procedimento di verifica e dalla specifica dichiarazione di interesse culturale prevista dal successivo articolo 13 del Codice, con la conseguente immediata applicazione del regime di tutela disciplinato dalla parte seconda del Codice”;
Corte Cost. 8.07.2010, n. 247;
Il Consiglio di Stato toglie ogni dubbio sulla diffusa opinione secondo cui vie e strade debbano ritenersi a tutti gli effetti ‘beni culturali’ solo in presenza della dichiarazione di interesse storico artistico di cui all’articolo 13. Infatti, con la sentenza numero 59347/2004 la VI Sez. rafforza l’orientamento secondo cui le pubbliche piazze, le vie, le strade e gli altri spazi urbani di interesse artistico o storico sono qualificabili come beni culturali indipendentemente da una specifica dichiarazione di interesse storico artistico;
La direttiva del’11.10.2012 del Ministro per i beni e le attività culturali concernenti “l’esercizio di attività commerciali e artigianali su aree pubbliche in forma ambulante o su posteggio, nonché di qualsiasi altra attività non compatibile con le esigenze di tutela del patrimonio culturale” la quale chiaramente afferma che “In ogni caso anche tutte le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi urbani per i quali non sia stato emanato un puntuale provvedimento di vincolo, ma appartenenti a soggetti pubblici e realizzate da oltre 70 anni sono comunque sottoposte interinalmente all’applicazione del regime di tutela della parte seconda del Codice”.

Cosenza, 20 giugno 2019
© Francesca Canino