Una cittadina nauseata
Cosenza, 7 luglio 2020
Una cittadina nauseata
Cosenza, 7 luglio 2020
Ha
esplicitamente dichiarato che il nuovo Atto
Aziendale risponde solo all’esigenza di
raggiungere uno degli obiettivi impostogli dal Decreto Calabria. Ha aggiunto che è stato formulato sull’idea
di base di non danneggiare nessun
dirigente e su alcune precise richieste dei Direttori di Dipartimento. Una
di queste riguarda l’U.O.S.D. Terapia Intensiva
Pediatrica, a suo tempo conquista dell’impegno del Garante per l’infanzia e
l’adolescenza Dr. Marziale, oggi
cancellata su richiesta del Dr. Scarpelli Direttore del Dipartimento Materno
Infantile.
La
Dr.ssa Panizzoli ha inoltre tentato di disimpegnarsi dalle accuse di inerzia
nel risolvere la criticità dell’Azienda con la motivazione che non possono
essere addebitabili a sue responsabilità. Quando le si è fatto notare che il suo
incarico nasceva proprio dalla necessità di trovare delle soluzioni ai problemi
esistenti, ha usato un’espressione che ha tradito un senso di insofferenza
verso il suo ruolo di Commissaria all’AO di Cosenza quasi fosse una
“prescrizione medica” subita mal volentieri. Ce ne sarebbe già a sufficienza
per dichiarare il fallimento completo di questo management, ma non è ancora
abbastanza. Il piano delle assunzioni,
che dovrebbe dare ossigeno a tutte le U.O dell’Annunziata, ha numeri risibili e spalmati in tre anni. In pratica neanche
sufficienti a coprire i pensionamenti che ci saranno nello stesso periodo. Alla
domanda sul futuro dell’Onco-Ematologia Pediatrica, la risposta è stata che, di
questo centro, non vi è traccia in nessun documento aziendale. Ignora o fa
finta di ignorare che il centro fu istituito nel 2001 con la Delibera n° 399
del Dr. D’Alessandro, all’epoca Direttore Generale dell’AO. Lo stesso centro
veniva accreditato nel 2005 con apposito verbale d’Audit dall’Associazione
Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica.
Anche
sul versante dei rapporti con la Dirigenza Medica, la gestione è del tutto
deficitaria. In sei mesi non si è ancora completato l’adeguamento al nuovo CCNL.
Pare sia responsabilità della società, “imposta dalla Regione” con la quale è
pressoché impossibile interfacciarsi. Nulla, però, è stato fatto per ottenere
una loro doverosa maggiore efficienza, visti i compensi non certo di favore. A
questo punto la palla e la responsabilità ricade sul Commissario ad Acta Gen.
Cotticelli e sul suo ufficio. Certe
dichiarazioni dovrebbero essere più che sufficienti a bocciare questo nuovo
Atto Aziendale che, per ammissione stessa della Dr.ssa Panizzoli, ha visto la
luce solo per ottenere il bonus economico per il raggiungimento degli obiettivi.
Ne dovrebbe quindi scaturire, di conseguenza, la rimozione immediata della Commissaria dell’AO di Cosenza.
Permetterle il raggiungimento della naturale scadenza, sarebbe l’equivalente di rendersi complice del danno erariale
che ne conseguirebbe ai danni della Regione Calabria e quindi dei Calabresi.
Cosenza, 7 luglio 2020
Dr. Rodolfo Gualtieri Segretario Aziendale CISL Medici AO Cosenza
Dr. Luigi Ziccarelli Segretario
Aziendale ANAAO AO
Cosenza
Il Mariano Santo, dopo l’evacuazione
avvenuta nel 2015 e l’inizio dei deprecabili
lavori di ristrutturazione, si presenta oggi come un cantiere semi abbandonato.
I lavori sono fermi da tempo, a tratti
riprendono per qualche ora e poi vengono di nuovo abbandonati. Da cinque anni
ormai, l’ex sanatorio realizzato negli anni ’30, è chiuso e senza speranze. Non
interessa a nessuno che ritorni ad essere operativo, nonostante le somme spese
finora per la sua ristrutturazione – mai avvenuta completamente – e nonostante rappresenti
un presidio utile per la provincia.
La
chiusura del Mariano Santo non ha mai convinto chi ne ha seguito le fasi fin dal
febbraio 2015. Molte sono state le proteste dei cittadini e dei sanitari contro
la chiusura dell’ex sanatorio, si chiedevano tempi rapidi per la riapertura e soprattutto
si chiedeva il perché di quei lavori e dello spreco di denaro che ne sarebbe
conseguito.
È necessario, a
questo punto, fare un passo indietro e ricordare le traversie
della struttura sanitaria cosentina: “Con una relazione inviata
all'Ufficio tecnico dell'ospedale, la ditta che stava eseguendo i lavori di
ristrutturazione del Mariano Santo (2015) informò l'azienda
ospedaliera che alcune travi dell'edificio erano a rischio crolli, quindi la
struttura risultava pericolante. La ditta esecutrice aveva vinto una gara senza
mettere in discussione alcuni saggi effettuati in precedenza, pertanto il reale
pericolo, riscontrato solo in un secondo momento, faceva sorgere diversi dubbi.
Da una nota diramata in seguito dall'azienda ospedaliera, si apprese che le criticità della struttura erano dovute al
calcestruzzo utilizzato per la realizzazione dell'ultimo piano della
struttura. Erano stati i rilievi predisposti dall'impresa appaltatrice a far
emergere il problema e a mettere anche in evidenza alcune limitate situazioni
di degrado delle strutture (travi e pilastri) dell'ultimo piano. L'edificio
doveva essere evacuato.
Immediate furono le reazioni dell'intersindacale dei
medici, di alcuni consiglieri comunali e di qualche sanitario che volevano
scongiurare il rischio evacuazione, anche in virtù del fatto che la ditta
appaltatrice si era impegnata a compiere i lavori mantenendo i pazienti e il
personale nella struttura. I vari interventi sarebbero stati eseguiti
realizzando delle paratie per evitare ai pazienti rumori e polvere. La
direzione sanitaria dell'ospedale rilevò in seguito che invece delle paratie
furono usati dei tendoni, forse per risparmiare tempo e denaro.
Si chiedeva, dunque, una perizia 'terza' per
conoscere le reali condizioni della struttura e la pubblicazione, sul sito
dell'azienda ospedaliera, dei vari atti, visto che non era dato sapere se la
perizia effettuata dalla ditta appaltatrice potesse, in qualche modo, essere o
meno in contrasto con i risultati dei vecchi carotaggi.
Le ''carte'', in realtà, non furono mai esibite pubblicamente, né durante l'incontro che i sanitari ebbero con il
vice Prefetto, né dopo la richiesta pressante di un ex consigliere comunale,
l'ingegnere Francesco Caruso (oggi vicesindaco), il
quale sosteneva che non si poteva decidere uno sgombero se in nessuna relazione era
acclarato un rischio.
La relazione
predisposta dalla ditta sembrava descrivere lo stato di una situazione
insoddisfacente, forse riferito agli obiettivi del progetto, ma non riportava
che esisteva un effettivo rischio per l'incolumità. Mancava, dunque, il
requisito di pericolosità imminente, essenziale
quando si ordina uno sgombero. Nel giro di pochi mesi, tuttavia,
l'ex sanatorio fu evacuato: la direzione dell'Ao programmò il trasferimento
delle Unità operative e dei pazienti in parte all'Annunziata e in parte al
Santa Barbara di Rogliano, quest'ultimo ben lieto, insieme al suo comitato, di
ospitare alcune Unità del Mariano Santo. Da allora i riflettori sul vecchio
ospedale cittadino si spensero e successivamente i lavori si fermarono perché si
rese necessario rivedere alcuni elementi strutturali.
A distanza di oltre un anno,
ed esattamente nei primi di maggio del 2016, fu approvata una perizia di
variante, ritenuta necessaria dopo le criticità rilevate dalla ditta
appaltatrice. Equivale a dire che a lavori già iniziati – e poi bloccati – si dovette predisporre una variante
per il consolidamento della struttura, a causa di problemi che non
erano stati individuati o che sono intervenuti in un secondo momento. La ditta
“Consorzio Gico srl” accettò di eseguire i lavori suppletivi, poiché era stato completato
l'iter amministrativo-tecnico di riassegnazione del cantiere alla società
aggiudicataria che convalidò la predetta perizia. I lavori sarebbero dovuti terminare entro 540 giorni, senza
comportare alcun aumento di spesa, visto che gli imprevisti rientravano nel
quadro economico”.
Di giorni
ne sono passati 1520 e
nessuno sa quanti altri ancora ne serviranno per terminare i lavori, sempre che
vi sia la volontà di portare a compimento un’opera che è già costata diversi
milioni. È vero che siamo nel paese delle incompiute, dei lavori inventati per
favorire le ditte amiche, degli sprechi del denaro pubblico, del disinteresse dei
decisori politici per la salute dei cittadini contribuenti, ma il caso Mariano
Santo non deve cadere nel dimenticatoio. Merita giustizia per tutti i disagi
causati agli ammalati che furono trasferiti nel maggio 2015, data dell’inizio
dei lavori, e per tutto il denaro inutilmente speso finora.
Cosenza,
7 luglio 2020
© Francesca Canino
Scappano dall’Annunziata di
Cosenza medici e cittadini bisognosi di cure. Questi ultimi, stremati dalle
interminabili code al Cup, preferiscono rimandare le prenotazioni o rivolgersi
agli ambulatori privati. Alcuni medici, invece, scelgono di lasciare la barca
colata a picco, o quasi, per approdare in altre strutture, magari private.
Rischioso rimanere a fare il medico all’ospedale di Cosenza, depauperato di
personale e risorse, disorganizzato a causa dello scarso impegno profuso finora
dall’attuale commissario Panizzoli, che da un anno circa guida il nosocomio
bruzio. L’ospedale è ora nel caos, il personale sanitario è insufficiente, oberato
di lavoro e subisce in prima persona la mancata organizzazione e l’incompetenza
dei vertici. Ma è davvero solo un problema di competenze?
Nei mesi scorsi, il management
dell'azienda ospedaliera di Cosenza ha
rinunciato, di fatto senza motivazioni plausibili, all'opportunità di un
reale aggiornamento tecnologico attraverso il finanziamento di 10 milioni di euro, che avrebbe permesso
l'acquisto di nuove attrezzature (come il robot Da Vinci, assolutamente
indispensabile per mantenere a un livello di qualità le nostre chirurgie; una
seconda Pet; un nuovo agiografo digitalizzato). L’ospedale di Cosenza, dunque,
è stato privato di strumenti avanzati di cura che avrebbero contrastato
l'emigrazione sanitaria. I motivi di questa rinuncia potrebbero risiedere nella
volontà di favorire la sanità privata, volontà manifestata anche dalla Regione
Calabria, che con
l’ordinanza n. 35 del 24/04/2020 ha riaperto, dopo il confinamento, le
strutture sanitarie private dal 27 aprile 2020 e dopo 15 giorni ha disposto la riapertura delle strutture pubbliche.
Ancora oggi, le visite ambulatoriali in
ospedale o presso il poliambulatorio di via Popilia non sono riprese a pieno
regime, mentre tutte le strutture private lavorano a pieno ritmo. Come mai?
É risaputo che in Calabria ci sono gruppi di potere che
hanno le mani nella sanità, ricevono ogni anno accreditamenti milionari dalla
Regione e siedono sugli scranni regionali solo per aumentare il loro volume di
affari. Sono molte le risorse pubbliche destinate ai proprietari di case di cura
e similari, che vedono accrescere il loro potere e la loro forza economica grazie
ai finanziamenti regionali che potrebbero, invece, essere investiti nella
sanità pubblica. Spesso coadiuvati da politici compiacenti con cui dividono la
torta, i manager della sanità privata vantano oggi un potere abnorme e sono in
grado di orientare le ordinanze, decidere le nomine dei dirigenti e le sorti
della sanità pubblica.
Ultimamente si attribuisce la responsabilità della
malasanità calabrese e dei problemi dell’Hub cosentino alla Lega e al Decreto
Calabria, entrambi sicuramente non ‘salutari’ per i cittadini/contribuenti. La
sanità da terzo mondo che i calabresi si ritrovano è da imputarsi allo smantellamento della sanità pubblica a
vantaggio di quella privata, un processo cominciato anni addietro e portato
avanti sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra per arricchire gli amici di
turno, imprenditori della sanità, in cambio di voti, sostegno economico,
protezione. La piaga che affligge l’ultima
regione d’Europa non è (solo) la Lega e la sua intenzione di colonizzare la sanità
regionale, ma la sanità privata e chi la gestisce (calabresi) a suon di
milioni.
A riprova di ciò, chiediamoci perché non è stato nominato
il direttore generale all’Azienda ospedaliera di Cosenza a partire dal 1°
maggio scorso, come previsto dal famigerato Decreto Calabria (art. 3, comma 9),
e si è preferito lasciare un commissario assente e poco preparato che ha
affossato l’Annunziata (missione compiuta?); perché il direttore sanitario
dell’ospedale, legata al commissario, è stata nominata commissario dell’Asp?
Ricordiamo che le risorse che gestisce l’Asp sono immense e una gran parte di
esse sono destinate alla sanità privata. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Cosenza, 4 luglio 2020
© Francesca
Canino
Nello scorso mese di febbraio abbiamo segnalato agli organi di stampa, e in seguito anche ai Carabinieri forestali, che molti esemplari di pini silani erano stati attaccati dalla processionaria. Un problema molto serio, considerato che il lepidottero si nutre delle foglie delle conifere, causando la defogliazione totale dell'albero. Le processionarie, infatti, nidificano soprattutto su pini e querce, arrivando in molti casi a distruggerli.
Abbiamo ricordato nel nostro precedente comunicato che la “disinfestazione
dei bruchi di processionaria in Italia è obbligatoria dal 2008, con
l’entrata in vigore del decreto ministeriale che prevede le disposizioni per la lotta
obbligatoria contro la processionaria del pino. Incaricati alla rimozione dei nidi di processionaria
su piante poste in luoghi pubblici sono il Corpo forestale o i professionisti
della disinfestazione, che possono rimuovere manualmente i nidi di
processionaria, tagliando le estremità della pianta infestate. Questo
procedimento viene abitualmente svolto durante l’inverno, prima che le
larve escano dal nido. Si può, in alternativa, utilizzare un insetticida
biologico, innocuo per persone e cani, che agisce rapidamente, bloccando
l’attività trofica delle larve. L’insetticida può essere diffuso per via.
Inoltre, si possono utilizzare le trappole ai feromoni per ridurre la
possibilità di incontro e di procreazione tra il maschio e la femmina di
processionaria”.
A distanza di alcuni
mesi, i Carabinieri forestali ci hanno inviato la risposta che hanno ricevuto
dalla Regione Calabria, Dipartimento 8 “Agricoltura e Risorse Agroalimentari”, firmata
dal Dirigente generale e dall’Ispettore fitosanitario. Questi ultimi citano un
Decreto ministeriale del 2007 e rammentano che gli interventi per eliminare la
processionaria devono essere effettuati dai proprietari o dai conduttori dei
fondi su cui sono radicate le piante infestate.
Vogliamo ricordare al dirigente e all’ispettore che molti
dei pini infestati non si ergono su fondi privati, ma su fondi pubblici.
Prendiamo atto del pressapochismo dei dirigenti regionali e dello scarso
interesse mostrato nei riguardi della natura e di una delle bellezze naturali
uniche al mondo, quale è la nostra Sila, che se perde i suoi pini, perde
inevitabilmente la sua anima.
Comitato
Alberi Verdi
Da AdnKronos
Ospedale Cosenza: Ordine dei Medici, ‘non si opera perché manca il personale’ Eugenio Corcioni: “colpa esclusiva della direzione generale”. Interventi chirurgici solo in caso di emergenza nell’ospedale dell’Annunziata a causa della carenza di personale. “È uno scandalo” afferma il presidente dell’Ordine dei Medici di Cosenza Eugenio Corcioni in un’intervista rilasciata all’Adnkronos. “Le sale operatorie lavorano a scartamento ridotto per colpa esclusiva della direzione generale. Il commissario dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza Giuseppina Panizzoli può assumere, – spiega Corcioni – ma c’è una procedura tecnica che non sa attivare ed è tutto bloccato. È una follia. Non è accettabile che non si possa procedere alle assunzioni già autorizzate, con graduatoria pronta. Il risultato è che i pazienti devono andare fuori regione anche per un’ernia inguinale. Si aumenta così la migrazione sanitaria e i costi a carico della sanità calabrese”.
“Il coronavirus ha incancrenito questa situazione. Non si tratta di una questione di dispositivi di protezione che in sala operatoria – chiarisce il presidente dell’Ordine dei Medici di Cosenza - erano obbligatori anche prima del Covid-19. È un dato di fatto che mancano ferristi ed infermieri, personale prezioso in quanto i medici senza loro non possono operare. Le iniziative del Governo hanno dato massima libertà nell’assunzione di nuovo personale e se l’Azienda Ospedaliera di Cosenza non ha acquisito né medici, né infermieri la responsabilità è della direzione generale. Questa è la verità, non ci sono impedimenti tecnici o giuridici, ma l’incapacità di aumentare l’organico. Mi chiedo perché abbiano riaperto i termini per quattro concorsi (di reparti essenziali quali oncologia, cardiologia interventistica, otorinolaringoiatria, chirurgia pediatrica) bloccando l’iter anche se gli iscritti già c’erano”.
“È evidente che se le sale operatorie (che per me dovrebbero lavorare h 24) non sono attive almeno 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana, ma funzionano solo per le urgenze, i bilanci saranno sempre in passivo. Il commissario per il piano di rientro dal debito sanitario Saverio Cotticelli ha stilato le linee per il riordino della rete ospedaliera in emergenza Covid-19, ma è una sorta di imbroglio, di fatto non è stato fatto nulla. Un esempio su tutti. L’aumento dei posti letto in terapia intensiva senza finanziamenti per rifarle, visto che sono un sistema chiuso con un riciclo di gas altamente infettivo, è impraticabile. Si parla quindi di posti da riconvertire, togliendoli ad altri reparti già in sofferenza (medicina, gastroenterologia, cardiologia, ecc.).
È un piano teorico – denuncia
Corcioni - di cui non vedremo mai neanche la nascita. Il problema oggi è
l’ordinario: se 100 persone vanno in pensione e non ci sono nuovi assunti,
l’ospedale si paralizza. Fino a dicembre siamo a rischio emergenza, però le
sale operatorie devono lavorare, non basta fare le visite ambulatoriali se poi
non si può intervenire con la chirurgia. Il Covid non c’entra, l’attività
chirurgica è ferma perché manca personale”.
Qualche tempo fa è stato pubblicato un ottimo articolo, un’analisi abbastanza impietosa, in grandissima parte condivisibile, del nuovo Atto Aziendale dell’A.O. di Cosenza. Ne veniva fuori un quadro a dir poco devastante non solo e non tanto per il documento in sé, ma soprattutto perché delineava l’assoluta pochezza, se non la perniciosità, dell’attuale management.
Adottare un nuovo Atto Aziendale solo ed esclusivamente per effettuare un’attività che nel regno animale viene indicata come “marcatura del territorio”, è l’equivalente della celeberrima frase di Alberto Sordi, ne Il Marchese del Grillo, “io so’ io e voi non siete un c….”, questa volta indirizzata a tutti i cittadini della provincia di Cosenza.
L’Atto Aziendale è, per un’Azienda Sanitaria, l’equivalente del Piano Industriale di una qualsiasi azienda produttiva. Dovrebbe delineare obiettivi e modalità per raggiungerli; strategie per abbattere i costi migliorando o, almeno, mantenendo qualità e numerosità dei servizi; tagliare ciò che risulta non necessario, mantenendo ed implementando quello che serve ai suoi clienti. Tutto ciò tenendo ben presente che, un’azienda sanitaria, nel computo dell’economicità delle sue attività, deve tener presente in più anche i costi sociali determinati dalle sue scelte e non solo il suo bilancio interno. Oggi, nulla di tutto ciò. Non c’è analisi dei fabbisogni, non c’è visione e neppure progettualità per il futuro. Mero gioco delle tre carte dove l’asso lo trova solo e sempre il compare di turno.
A questo disastro provinciale riesce a dare anche una valenza regionale l’azione compiuta dal Commissario Cotticelli e dalla sua vice Crocco. Tutto il loro gran da fare per correggere e salvare un Atto Aziendale irricevibile, si è risolto in una delibera integrativa da parte del management dell’A.O. di Cosenza che, definire di semplice maquillage, è un’offesa all’estetista della periferia della solita Voghera.
Se si esclude il furto perpetrato ai danni dell’U.O.C. di Oculistica della “Banca regionale trapianto ed innesti corneali”, da sempre eccellenza di questa U.O., il resto è solo cambio di denominazioni a contenuti invariati. Quel documento, ovvero l’Atto Aziendale dell’A.O., spacciato per necessario e risolutivo per il buon funzionamento dell’Hub di Cosenza, è rimasto fermo quattro mesi per queste offensive banalità. A questo punto, le possibili ragioni che hanno portato a questa perdita di tempo ed alla odierna integrazione sono due: la prima è che, vista l’assoluta inutilità per la razionalizzazione delle attività, ci si poteva permettere di perdere tempo per fare i “furbetti” e far finta di fare modifiche senza farlo; la seconda, è che risponde veramente alle prescrizioni dell’ufficio del Commissario ad Acta. Nel primo caso si tratterebbe della certificazione dell’inadeguatezza di un management aziendale che doveva essere rimosso già da tempo. Nel secondo, visti i quattro mesi persi per la valutazione di questo nulla assoluto, avremmo la certificazione che anche l’Ufficio del Commissario ad Acta è assolutamente inadeguato.
Alla fine della fiera, in qualunque caso, la sanità cosentina e
regionale deve assolutamente cambiare rotta e timonieri se vuole ancora sperare
di risollevarsi da una situazione non più gestibile da nessuno, calabrese o
meno.
Dr. Rodolfo
Gualtieri Dr. Luigi Ziccarelli
Segretario Aziendale CISL Medici Segretario
Aziendale ANAAO
Modificato in notturna, secondo la
tendenza nazionale, l’atto aziendale dell’Azienda ospedaliera di Cosenza, è
stato licenziato dalla Struttura Commissariale agli inizi di marzo scorso e rivisto
alcune notti fa. Ecco le discutibili variazioni su un testo già contestato:
UOC Accettazione, Accoglienza, Attività Sanitarie: viene cambiato il nome e diventa “Spedalità, Accoglienza, Specialistica Ambulatoriale e A.L.P.I” al fine di mantenerla all’interno dell’ospedale e giustificare, così, un Dipartimento del genere o per creare un primariato per chi si è sempre interessato di ALPI. Ulteriore conseguenza, non si sa fino a quanto non voluta, è stata dare risposta alla domanda su quali dovessero essere i criteri per diventarne Direttore. C’è praticamente già il nome. Nella foga del maquillage, è scappata quella “Specialistica Ambulatoriale” che nulla ha a che vedere con l’AO, essendo di competenza dell’ASP.U.O.C. Terapia del dolore, la quale, su richiesta del suo Direttore e in coerenza con le linee programmatiche della Conferenza Stato-Regioni del 2017, passa dal Dipartimento dell’Emergenza a quello Onco-Ematologico. Ma, è d’obbligo ora chiedersi: perché fino ad oggi andava bene la sua errata localizzazione nell’Emergenza e ora finisce nell’Onco-Ematologico? Sarà per evitare contrasti di leadership nel Dipartimento Emergenza? Perché questa stessa Conferenza Stato-Regioni viene tenuta in considerazione per la Terapia del Dolore e non per la Terapia Intensiva Pediatrica che, dove c’è (e c’è, vedi DCA 89/2017), dice debba essere gestita in locali e personale diversi da quelli dedicati agli adulti?
U.O.S.D. Banca Regionale Trapianto
Innesti Corneali (esistente da quasi 20
anni come U.O.S. all’interno di Oculistica, viene costituita come
dipartimentale per rispondere al DCA 62 del 06/03/20, aggiornamento ed
integrazione del DCA 112/16, posteriore all’adozione di questo Atto Aziendale del
05/03/20). Anche qui due pesi e due misure con la TIP. Non se
ne comprende, poi, il suo inserimento nel Dipartimento dei Servizi e non in
quello di Neuroscienze (dove è allocata Oculistica) o Chirurgico
Polispecialistico insieme ad altre chirurgie. Essendo in un Dipartimento diverso da Oculistica, quali medici vi
afferiranno? Il bando di ammissione in una struttura Dipartimentale,
dovrebbe essere intra dipartimentale. Anche qui, sarà forse solo accentramento
di potere, da più tempo inseguito dal Direttore del Dipartimento dei Servizi,
più che razionalizzazione?
Dipartimento Materno-Infantile Area
Nord,
sparisce la dicitura Area Nord “al fine di distinguere questo Dipartimento
gestionale Aziendale da quello funzionale trasversale interaziendale tra AO Cosenza
e ASP Cosenza” (citazione dalla Delibera). Peccato che nel testo dell’articolo
35 “Dipartimento Materno-Infantile”, tranne il nome, rimane tutto com’era,
continuando a considerare interaziendale lo stesso Dipartimento e mantenendo
all’interno tutte le strutture dell’ASP compresa Neuropsichiatria Infantile ed
i Consultori Familiari.
Dipartimento del Governo Clinico
cambia solo nome e diventa “Dipartimento di Staff” in aggiunta alle strutture
di Staff che rimangono.
UOC Neurologia con Stroke Unit di
II livello sparisce dalla denominazione “Stroke Unit di II
livello” perché già presente una UOS, con lo stesso nome, sotto ordinata.
Ci si chiede: Per queste modifiche,
banali e inconcludenti, è lecito ritardare (siamo già a 4 mesi) l’applicazione
di un Atto Aziendale che, a parole, doveva razionalizzare ed efficientare
l’Azienda?
Cosenza, 30 giugno 2020
© Francesca Canino