‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

08 agosto 2017

Violenza e denaro a fiumi, ecco la vera faccia dell'immigrazione III Parte

Migranti minori non accompagnati, 118 scomparsi

Da Il Quotidiano del Sud del 15 luglio 2017
Nei primi giorni di luglio, 217 minori non accompagnati, provenienti da diverse zone dell’Africa subsahariana, sono sbarcati nel porto di Corigliano. Immediatamente sistemati nel locale palazzetto dello Sport, sono stati trasferiti, nei giorni seguenti, in altre strutture idonee. Dall’inizio dell’anno ne sono scomparsi 118. Sulla loro sorte non si sa nulla. È questo il dramma degli sbarchi dei minori soli: eludono i controlli, scarsissimi a dire il vero, e scappano con l’intenzione di raggiungere qualche familiare o solo per abbandonare la struttura che li ospita. Ciò che accade dopo l’allontanamento preoccupa tutti, si spera che gli adolescenti non finiscano nella rete della prostituzione, dei caporali, della criminalità e soprattutto si scongiura che vengano adescati per prelevarne gli organi. Anche nei mesi scorsi si sono verificati fughe di minori, dei quali si sono perse le tracce per sempre.

Le storie
Ed ecco l’esperienza di alcuni giovanissimi migranti sbarcati in Italia tra sofferenze e violenze raccontate dagli stessi ragazzi tramite un mediatore culturale. C’è M., che viene dalla Costa d’Avorio, dove ha frequentato la scuola per dodici anni, poi ha lasciato la famiglia perché doveva accompagnare una zia in Niger. «Rimane lì perché è difficile far ritorno a casa – dice il mediatore – e gli suggeriscono di andare in Libia. Incontra una persona che gli fa attraversare il Sahara con altra gente. Soffre per il caldo, la sete, la fame e le bastonate ricevute dalle guide armate prima di essere accompagnato in un carcere libico, a Shaba, dove vengono picchiati tutti i giorni per sei mesi. Ci sono famiglie intere con bambini, tutti subiscono lo stesso trattamento, ci sono malati, molti perdono la vita davanti a lui e sono buttati nel deserto, ci sono donne incinte. Le prigioni sono dei posti tutti chiusi, senza finestre, con persone che stanno male. Vede gente morire proprio accanto a lui e donne incinte che muoiono perché non possono partorire. A M. viene data la possibilità di telefonare alla madre e chiedere tremila dollari per essere liberato: la madre li manda tramite un amico di famiglia che gestisce questo genere di viaggi. Dopo otto mesi, una mattina alle 3, tanti ragazzi sono mandati sul gommone per attraversare il mare, la prigione deve essere svuotata, serve per i nuovi arrivi».
Anche R., eritreo, ha una storia triste da raccontare, conosce poco l’inglese e spera di andare via per lavorare a Roma o a Milano, i suoi amici sono all’estero, in Germania, ma non sa che deve rimanere in una struttura fino a 18 anni. «Nel suo paese non esiste la democrazia – racconta il mediatore - non c’è lavoro, né libertà. I ragazzi che lasciano la scuola li mandano subito a fare i militari. R. scappa di casa, come tanti qui, e la sua famiglia non ne sa niente, viene avvista quando si trova già in Libia, sono preoccupati, è l’unico figlio. Sono i suoi amici a convincerlo a scappare, gli dicono che in Italia è tutto bello, che c’è libertà. La famiglia gli fa avere tremila dollari tramite un amico, per evitare che lo uccidano. Dopo otto mesi trascorsi in un capannone, dove lo picchiano con i bastoni di ferro e dove mangia una volta al giorno, giunge in Italia e spera di trovare un lavoro.
Il suo conterraneo, Mo., dice spesso che non vuole pensare alla sofferenza dei mesi scorsi: botte e 5500 dollari per lasciare la Libia, dopo aver raggiunto il Sudan e incontrato persone che organizzano questi viaggi. Attraversa il deserto in auto, c’è gente del Sudan e della Libia alla guida. Ora è in Italia, ma vorrebbe lasciarla per raggiungere i suoi amici. Tante volte pensa alla famiglia, si è pentito del viaggio perché ha sofferto troppo e oggi dice che sarebbe stato meglio rimanere con la mamma.
B., invece, proviene dal Senegal, dove alcuni canali tv spiegano come fare per raggiungere la Libia. È stato un suo paesano che fa questo lavoro ad accompagnarlo in Mali, qui, un gruppo di senegalesi e nigeriani lo ha condotto in Libia e dopo un mese di prigione è stato messo su un barcone. Chi non ha denaro o viene ucciso o può essere costretto a mettersi alla guida dello scafo. Fra questi ragazzi, c’è un somalo che non riesce a comunicare – conclude il mediatore – perché parla solo il dialetto della sua zona. Nessuno lo capisce, quindi, è impossibile sapere qualcosa sul viaggio che ha fatto o sulla sua vita in genere».
8 agosto 2017
© Francesca Canino





04 agosto 2017

Violenza e denaro a fiumi, ecco la vera faccia dell'immigrazione - II Parte



L’affaire migranti è ormai chiaro: un giro enorme di denaro che interessa intermediari, tv locali africane, bande di carcerieri e scafisti, ong e centri di accoglienza vari. I politici hanno i loro tornaconti, la criminalità i suoi guadagni, gli Italiani i disagi e i migranti i maltrattamenti. Da qui alla schiavitù il passo è breve: la stragrande maggioranza dei migranti diventa forza lavoro a costo pari quasi allo zero, le donne prostitute, sui bambini si deve ancora capire cosa fare, intanto molti scompaiono, dall’inizio dell’anno si contano in Calabria 118 minori scomparsi. Per questi motivi, come non pensare che l’esodo sia una manovra per arricchire tanta gente? Intanto leggiamo le loro drammatiche storie di dolore e ingiustizie e poi interroghiamoci su quanta umanità c’è ancora in giro.

Dall’Africa subsahariana all’Italia,
la traversata della vergogna

dal Quotidiano del Sud del 15 luglio 2017
LE PROFONDE cicatrici resteranno per tutta la vita, saranno il ricordo di un’esperienza che ha ormai dilaniato le membra e l’anima di tanti giovani a colpi di bastonate inferte nel deserto e nella ‘prison’.
M. ha 16 anni e oggi si è pentito di aver fatto la traversata di mezza Africa e del Mediterraneo per giungere da migrante minorenne in Italia, vorrebbe essere con la sua mamma. È una delle tante storie raccontate attraverso il mediatore culturale Abdullah, un giovane marocchino che vive in Italia da anni e conosce bene lingue e culture del continente nero.
M., Ma., B. e altri giovanissimi provenienti da diverse regioni africane sono, da settimane ormai, gli ospiti del palazzetto dello Sport di Corigliano. Sorridono, parlano, alzano il pollice per comunicare che tutto ora va bene. La giovane età consente di dimenticare in fretta, anche se le esperienze che hanno vissuto e raccontato difficilmente saranno archiviate nei meandri della loro memoria. Sono scappati di casa per venire in Italia, attratti dall’immagine del bel paese che viene diffusa dalle tv africane, dai racconti di familiari e amici che hanno già compiuto la fatidica traversata. Solo fatidica?

Dai racconti dei ragazzi il viaggio si rivela un inferno in terra, pieno di mostruosità che lasciano increduli. Dalla fuga di casa fino a metà della rotta sul Mediterraneo, i giovani migranti non accompagnati subiscono fame e soprusi. E botte, tante botte senza alcun motivo, poi la sete, la prigionia e la paura di non farcela, di non ricevere il denaro dalle famiglie ed essere ammazzati e lasciati per sempre nel deserto. Il Sahara si attraversa in un mese e quattro giorni circa, lunghe carovane di uomini, donne e minori si avviano dai paesi della fascia subsahariana per raggiungere la Libia. Tre biscotti e mezzo bicchiere di acqua salata è tutto ciò che ingeriscono in un giorno, i più deboli si ammalano, alcuni muoiono e rimangono nel deserto. Picchiati e maltrattati di continuo da uomini armati, la carovana procede verso Nord, verso la Libia. Un primo punto di arrivo, ma non un sollievo. I migranti vengono immediatamente sbattuti nelle ‘prisons’, le prigioni libiche, dai muri altissimi, senza finestre, dove fa caldo e si suda, si mangia ogni quattro giorni sotto il controllo di uomini armati e le violenze sono indicibili. I più fortunati rimangono in prigione solo sei mesi, altri molto di più. Dipende anche da quando e quanto denaro le famiglie dei migranti faranno pervenire. Solo allora i libici li fanno salire sui gommoni guidati dagli scafisti alla volta dell’Italia. Un viaggio che dura quattro giorni. Ma a metà, una imbarcazione li raggiunge, carica lo scafista e lascia il gommone al suo destino. È in questo momento che sopraggiungono gli aiuti, navi che li caricano per farli approdare nei porti della Sicilia e della Calabria. Solo qui si abbandonano le paure, ci si sente liberi, si respira umanità. Si torna alla vita.
4 agosto 2017
© Francesca Canino

03 agosto 2017

Violenza e denaro a fiumi, ecco la vera faccia dell'immigrazione - I Parte



Dal reportage che ho fatto insieme alla collega Morena Gallo in un centro di accoglienza per migranti minori non accompagnati è emerso il dramma nel dramma dell’immigrazione.
Ho appreso dalla voce degli adolescenti le loro storie cariche di dolore, solitudine, disperazione. E violenza, tanta violenza che si materializza con le botte che ricevono e che lasciano profonde cicatrici. Ho capito, però, anche se già si sapeva, che c’è un giro di denaro enorme, a tutte le latitudini, sulla pelle degli Africani di ogni età che decidono di lasciare i loro paesi per raggiungere l’Europa. I racconti di questi ragazzi indignano e non si può rimanere inermi dinanzi a un esodo che ha come unico scopo quello di far arricchire Africani, Italiani ed Europei che hanno messo in campo un vero e proprio traffico di esseri umani, arricchendosi pericolosamente e ri-creando una nuova schiavitù nera. I ragazzi mi hanno detto che nei loro paesi (Senegal, Ghana, Eritrea) si fa una insistente propaganda sui canali tv - o con il passa parola - mirata a convincere i giovanissimi a lasciare il proprio paese per l’Europa. A loro si fa credere che arrivati in Italia potranno studiare, lavorare o raggiungere i parenti in Germania. Pare che tutti abbiano parenti in Germania! Attraverso alcuni connazionali si mettono in contatto con i capi delle carovane per attraversare il deserto, dove subiscono di tutto, arrivano in Libia e vengono sbattuti in prigione fin quando le famiglie, avvisate tramite intermediari, non manderanno il denaro per far imbarcare i congiunti. Giunti in mezzo al Mediterraneo, lo scafista lascia il gommone in mare aperto e fugge via. Intervengono le Ong e li portano in Sicilia e Calabria. I maggiorenni vengono mandati nelle strutture apposite, gestite da traffichini e politici che costruiscono imperi sui migranti, ma anche le Ong prendono soldi, come gli scafisti, i carcerieri libici, i capi carovana, i connazionali che fanno da tramite, i canali tv che trasmettono la pubblicità che li spinge ad emigrare. Poi ci sono le organizzazioni umanitarie che non solo incassano finanziamenti, quanto mettono, spesso, i bastoni tra le ruote alle Prefetture. E poi ci sono quelli che lucrano in immagine. Insomma, tutti ci guadagnano e vogliono continuare a farlo, ma loro, i migranti, vengono picchiati, violentati, affamati, umiliati, a volte uccisi. Mi vergogno di far parte degli umani. Bisogna spezzare questa catena di soldi e violenza, anche perché qui non hanno un futuro, sono sfruttati perché i centri d’accoglienza guadagnano su di loro, vengono messi davanti ai semafori a chiedere l’elemosina o a lavare i vetri. Per i minori non accompagnati è peggio: non c’è una buona organizzazione, molti scappano, ieri è stata fatta una ricognizione in regione, mancano all’appello, dall’inizio dell’anno, 118 minori. Che fine hanno fatto? Hanno raggiunto la Germania? Sono stati assoldati dai caporali che li faranno lavorare nei campi come bestie da soma? Sono state messe sulla strada? Esiste davvero il traffico di organi sui migranti minori? Si può ristabilire un minimo di umanità in questo mondo di bestie feroci?  
3 agosto 2017
© Francesca Canino

09 giugno 2017

Lavori di San Domenico senza l'obbligatorio cartello di cantiere


Nonostante i lavori per il rifacimento dell'area antistante la chiesa di San Domenico siano iniziati ormai da mesi, nessuno ha ancora assolto l'obbligo di apporre il cartello di cantiere in prossimità dello stesso. Ricordiamo che il suddetto cartello riporta i dati sui lavori da eseguire e le relative autorizzazioni a norma del D.P.R. 380/2001, art. 27, comma 4, che obbliga di esporlo a pena di sanzioni. Il cartello indica infatti: il tipo di opere da realizzare; l’importo delle opere da realizzare; le modalità di realizzazione, gli estremi dell’autorizzazione o permesso di costruire comunale riguardante le opere da eseguire, la stazione appaltante; l’impresa o le imprese esecutrici; le eventuali imprese subappaltatrici; il nome del progettista architettonico; il nome del progettista delle strutture il nome del progettista degli impianti; il nome del direttore dei lavori; il nome degli eventuali direttori operativi o ispettori di cantiere; il nome del coordinatore per la progettazione in materia di sicurezza; il nome del coordinatore per l’esecuzione dei lavori - in materia di sicurezza; il nome del direttore di cantiere; i responsabili delle imprese subappaltatrici.  



A San Domenico il cartello non è mai stato esposto, malgrado sia obbligatorio.




9-6-2017
© Francesca Canino

16 maggio 2017

Lavori di San Domenico, alberi distrutti e cartello di cantiere mancante


Fanno discutere i lavori di rifacimento dell’area cittadina prospiciente il sagrato della chiesa di San Domenico. Molte le lamentele dei cittadini che subiscono i disagi derivanti dalla delimitazione dell’area interessata dai lavori, considerati, peraltro, inutili perché non migliorano in alcun modo la storica piazza.
I lavori, iniziati mesi or sono per abbassare la sede stradale, hanno causato danni permanenti ai lecci secolari presenti dinanzi la chiesa e hanno sollevato le vibrate proteste degli ambientalisti. Proteste rimaste inascoltate, nonostante il risalto che i media hanno puntualmente dato alle rimostranze di quanti hanno condannato lo scempio commesso sugli alberi di San Domenico.




Oggi, le radici degli antichi lecci - come si può vedere dalle foto - appaiono recise, i lavori sembrano fermi da diverse settimane e, soprattutto, nessuno ha ancora capito il perché siano stati iniziati se si considera che, a fronte di una spesa che poteva essere investita per migliorare la città, non apporteranno alcun beneficio alla zona.

Dall’inizio dei lavori, tuttavia, è stata notata, in prossimità dell’accesso al cantiere, l’assenza del “cartello di cantiere”, che riporta i dati sui lavori da eseguire e le relative autorizzazioni a norma del D.P.R. 380/2001, art. 27, comma 4, che obbliga di esporlo a pena di sanzioni.

(Il cartello indica: il tipo di opere da realizzare; l’importo delle opere da realizzare; le modalità di realizzazione, gli estremi dell’autorizzazione o permesso di costruire comunale riguardante le opere da eseguire, la stazione appaltante; l’impresa o le imprese esecutrici; le eventuali imprese subappaltatrici; il nome del progettista architettonico; il nome del progettista delle strutture il nome del progettista degli impianti; il nome del direttore dei lavori; il nome degli eventuali direttori operativi o ispettori di cantiere; il nome del coordinatore per la progettazione in materia di sicurezza; il nome del coordinatore per l’esecuzione dei lavori - in materia di sicurezza; il nome del direttore di cantiere; i responsabili delle imprese subappaltatrici).



Tra le finalità cui assolve l’obbligo di esposizione del cartello di cantiere vi è anche quella di indicare i soggetti responsabili nel caso si verifichino danni che coinvolgono soggetti terzi durante lo svolgimento delle attività di cantiere. La Corte di Cassazione, con la sentenza 13963/2016, si è nuovamente pronunciata sull'obbligo di esposizione del c.d. "cartello di cantiere", precisando che è reato non esporlo anche nel caso di sospensione dei lavori.
A San Domenico il cartello non esiste, i lavori procedono a rilento causando tanti disagi alla circolazione e gli alberi sono stati distrutti. Il solito spreco di risorse pubbliche per opere inutili e devastatrici dei luoghi storici.









16-5-2017
© Francesca Canino


12 maggio 2017

Cosenza senza acqua: sorgenti calabresi ai minimi e sprechi immani



Notevolmente diminuita la portata idrica in città da lunedì scorso: soliti disagi per i residenti, solite giustificazioni da parte di chi dovrebbe garantire il servizio e nessuna intenzione di risolvere il problema più annoso della città.  
Dopo la grave crisi che ha colpito la città nel mese di gennaio scorso, abbiamo assistito al rimpallo di responsabilità tra Sorical e comune di Cosenza, con argomentazioni spesso deboli che hanno riempito le pagine dei giornali e animato incontri e conferenze stampa. Sono volati, in più di una occasione, gli “stracci” e non sono mancate le promesse, solite, per un miglioramento della situazione idrica. Promesse, infatti, e nessun impegno concreto, tanto che, nemmeno tre mesi dopo, la città ha di nuovo sete. Pochi giorni fa, si è verificato un guasto all’impianto elettrico di Nascejume, che Sorical ha subito provveduto a riparare e subito dopo l’amministrazione comunale ha fatto alcuni lavori a uno dei serbatoi cittadini. La città ha incassato, dunque, l’ennesima crisi idrica.
     "Sorgenti ai minimi,
         si prevede un'estate siccitosa"

Un problema ben più grave, però, si profila all’orizzonte: le sorgenti calabresi sono già ai livelli minimi - e siamo ancora a metà maggio - a causa delle scarse piogge, ciò significa che se la siccità dovesse continuare, si andrà incontro a un periodo, quello estivo, in cui i cittadini avranno a disposizione acqua con il contagocce.  
I cambiamenti climatici, dovuti all’inquinamento e alla devastazione degli ecosistemi, fanno sentire i loro drammatici effetti anche in una regione come la Calabria sempre ricca di acqua. Oggi non è più così e la siccità che ha caratterizzato gli ultimi anni sta provocando grossi problemi all’approvvigionamento idrico calabrese. A ciò si aggiungono le perdite sulle reti, gli allacci abusivi, gli sprechi e l’uso improprio del prezioso liquido che sottrae grosse quantità di acqua ai rubinetti dei cosentini. Urge un’inversione di rotta se non si vuole rimanere a secco tra qualche mese, cominciando con controlli serrati per evitare che si usi l’acqua potabile per innaffiare orti e giardini o per lavare le auto. Numerose sono le lamentele che giungono dalle periferie per l’uso sconsiderato dell’acqua da parte di molti e per la mancanza di controlli da parte della polizia municipale.    

12 maggio 2017

© Francesca Canino

30 aprile 2017

Diminuiscono le donazioni in Calabria

Donazioni in calo in Calabria. Il fenomeno preoccupa gli addetti ai lavori che hanno provato a correre ai ripari con alcune iniziative svoltesi nei giorni scorsi nella città dei Bruzi, tra cui un incontro per presentare i dati recenti. Il coordinatore del centro regionale trapianti ha esposto il problema attraverso i numeri, che mostrano inequivocabilmente un calo delle donazioni e del consenso alle donazioni.
Nel tentativo di stimolare la sensibilità delle persone alla donazione è stato preparato uno spot da trasmettere nelle varie reti televisive con il coinvolgimento di alcune società calcistiche, che si sono dette pronte a cooperare per portare avanti alcune iniziative sociali.
Nel corso dell’incontro si è parlato anche della penuria di sangue nell’ospedale di Cosenza, un problema che si presenta puntualmente ogni estate. «Lo scorso anno - ha dichiarato Marcello Napolitano, dirigente medico del Centro trasfusionale dell’Annunziata - a causa della carenza di sangue ho pensato di incontrare i presidenti di alcune associazioni di volontariato. Ho, dunque, contattato il CSV di Cosenza per fare rete con tutte le associazioni che fanno capo ad esso. Avevo intuito la necessità di creare una rete, perché da soli non si ottiene nulla e con questa strategia, già nello scorso anno, abbiamo avuto 1600 donazioni in più rispetto all'anno precedente. Dall’inizio del 2017 siamo diventati centro di arruolamento per chi vuole iscriversi alla donazione di midollo osseo. Insieme con il CSV, inoltre, stiamo per presentare un progetto che mira a ridurre le sofferenze di alcuni pazienti cronici, come le piaghe da decubito».
Presente all’incontro anche Renzo Bonofiglio, direttore dell’UOC di Nefrologia dell’Annunziata che, sconfortato dai dati illustrati, si è soffermato sulla mancanza di etica da parte della politica e sull’indifferenza delle persone.
I partecipanti hanno auspicato un’inversione di rotta e lanciato un appello affinché possa cadere il muro dell’indifferenza, partendo proprio dalla comunicazione, essenziale per portare a conoscenza di tutti il valore della donazione.

30 aprile 2017

© Francesca Canino