‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

22 settembre 2017

150 anni di giornalismo in Calabria


  

da Il Quotidiano della Calabria, marzo 2012
“IN FATTO di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico. Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio, professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”. È  l’editoriale del primo numero di 'Cronaca di Calabria' (3 gennaio 1895) e il direttore, Luigi Caputo, spiegava così le ragioni che lo spinsero a fondarla. La Cronaca ebbe un ruolo rilevante nel panorama della stampa calabrese post-unitaria, un mare magnum di pubblicazioni preziose e indispensabili, ausiliarie del processo innovatore da poco iniziato.

Oltre 400 periodici risorgimentali furono esposti nella “Mostra della stampa periodica calabrese”, allestita nella Biblioteca Civica di Cosenza nel settembre del 1954, in occasione del “I Congresso storico della Calabria”. Da 'Il Giornale dell'Intendenza della Calabria Citeriore' di Matteo Galdi, alla rara 'Strenna pel Capodanno del 1837' pubblicata a Catanzaro, a 'Il Calabrese' che riuscì a sopravvivere ai moti cosentini del 1844, i giornali testimoniano il fervore della vita intellettuale nella regione che annoverava, tra gli autorevoli giornalisti, figure del calibro di Vincenzo Padula, Domenico Mauro, Bonaventura Zumbini, Pasquale Rossi e tanti altri.

Un numero esagerato di periodici se si considera l'analfabetismo del tempo, ma, di contro, adeguato alla 'intellighenzia' calabrese, desiderosa di conoscenza e partecipe della vita politica in ragione della loro natura ribelle. Molti di questi storici giornali sono ancora custoditi nelle Biblioteche calabresi, ma il cospicuo patrimonio richiede, oggi, una tutela maggiore affinché non si disperda la cronaca del passato. Fatti e firme considerevoli rivivono quando si sfogliano le vecchie pubblicazioni che proiettano il lettore nella storia più recente della propria terra.
Nelle Biblioteche e negli Archivi regionali sono disponibili una parte dei giornali risalenti al periodo 1811-1870, epoca in cui la stampa calabrese, rispecchiando latenti energie e aspirazioni risorgimentali, era l'espressione della politica e della vita quotidiana. Nonostante sembrasse limitata alla sfera locale, si inserì ideologicamente nel vasto campo delle rivendicazioni nazionali.

A Cosenza, solo tra il 1860 e il 1916, si contano 230 pubblicazioni, tra cui periodici letterari, storici, pedagogici e alcuni a sostegno di posizioni elettorali o ecclesiastiche. L'arrivo di Garibaldi nell'agosto del 1860, oltre a liberare il Sud dai Borboni, conferì alla stampa una nuova funzione: tra il 1860 e il 1870, infatti, i giornali locali espressero tutto l'impegno del popolo meridionale che stava entrando a piccoli passi nell'agone politico unitario.
Nel 1870, ormai terminate le aspirazioni risorgimentali, erano sorte nuove situazioni sociali, finanziarie, industriali e commerciali che la stampa proponeva a tutto il paese. In questo periodo videro la luce anche i giornali umoristici e quelli a sfondo satirico come 'Il Microscopio', 'Le Facce toste' o ‘La Zanzara di Vibo Valentia. Con una diversa valutazione dei fatti e dei protagonisti della vita pubblica italiana, i giornali satirici attiravano l'attenzione con l'uso della satira, del frizzo mordace, della barzelletta. Il risultato era la risata del lettore e nel contempo la riflessione verso i fatti e le persone che stavano progettando il futuro. 


Tra i numerosi periodici custoditi nella Biblioteca Civica di Cosenza, non passa inosservato 'L'Avanguardia' del 1876, diretto da Domenico Bianchi, che durante la sua lunga vita condusse diverse battaglie per l'abolizione della tassa sul macinato e per il mancato sussidio governativo alle popolazioni danneggiate dal terremoto del 1887, chiamando in causa i responsabili. Il giornale sostenne anche la richiesta dell'acquedotto sul Crati per la città, chiedendo la concessione dei laghi silani.
Gli ultimi lustri dell'800 furono contrassegnati dai primi problemi cui dovette far fronte il Governo italiano. Scorrendo le pagine dei periodici ci si imbatte in notizie o lotte intraprese per la risoluzione di questioni generate o aggravate dall'Unità. I cronisti descrissero minuziosamente le condizioni dei contadini che chiedevano le quotizzazioni dei quarti silani, mentre si levava un forte grido di indignazione per ''l'esorbitante incrudelire del fisco''. La pressione fiscale costituiva uno dei motivi conduttori della stampa del tempo, accanto a notizie raccapriccianti di altro genere riportati insieme a parole di condanne. In particolare, una notizia fece tanto scalpore: l'assassinio di un operaio (ottobre 1897) arrestato per l'attentato Acciarito: “Il povero Frezzi soccombette nelle carceri della questura a terribili battiture soministrategli dalle guardie di polizia. Il suicidio Frezzi fu simulato buttando gli assassini il corpo dall'alto, quando era già cadavere o boccheggiante. Sotto i Borboni e l'Austria la polizia non giunse mai a simile efferatezza''. Un anno dopo i veri responsabili furono individuati nei clericali.


Tra i maggiori periodici si annoverano il Bruzio, diretto da Padula dal 1864, il Calabrese, bisettimanale diretto da Vitari, Conflenti e Accattatis, il Monitore Bruzio, giornale ufficiale della Calabria Citeriore e Cronaca di Calabria, gazzetta bisettimanale delle tre province calabresi. Il primo pose al centro la questione della Sila, ma vi trovarono spazio anche veri e propri saggi, poesie, racconti e una disamina sui problemi della regione, dalla discussione delle condizioni delle carceri all'analisi di alcune categorie parassitarie (Gl'impiegati al cospetto di Cosenza). Padula compì un'analisi sulla situazionme economica del Meridione, sulle industrie, sui terreni comunali, sulle quotizzazioni e le usurpazioni. Vasta eco ebbe la risposta a una lettera sul Bruzio inviata dal brigante Pietro Bianco, a cui Padula offrì aiuto. Per questo motivo fu a lungo attaccato dal Corriere di Calabria che lo accusò “di fare la invereconda apologia di un brigante”.



Il Calabrese uscì per una arco di circa quarant'anni, subendo tre lunghe interruzioni. Dal gennaio 1861 riprese le pubblicazioni accennando ai movimenti contadini e descrivendo la situazione del brigantaggio. Vi trovarono spazio gli scritti di Bonaventura Zumbini, Francesco Martire, Ferdinando Campagna. Nata come rivista erudita di epigrafia, storia, traduzione dei classici e critica letteraria, verso la fine cercò di soddisfare anche esigenze scientifico-letterarie e informative. Di diverso genere le pubblicazioni in linea con la Sinistra meridionale, che appoggiarono Luigi Miceli nella sua campagna elettorale e si impegnarono per scagionarlo dalle accuse di essere coinvolto nello scandalo della Banca Romana. Ripresero le pubblicazioni de 'La Fata Morgana' di Reggio, del 'Corriere di Calabria' diretto da Francesco Martire e de 'La Libertà' di B. Zumbini.



Nel 1885 nacque a Cosenza 'Cronaca di Calabria'. Da corso Telesio, sede della redazione, il fondatore e direttore Luigi Caputo pose sempre in primo piano i diritti e gli interessi dei calabresi. Con regolarità raccontò la vita sociale, politica, economica e religiosa delle tre province, riservando uno spazio marginale alle notizie dei corrispondenti da Roma e Napoli. Riconobbe le pesanti responsabilità del Nord Italia per gli alti profitti dei suoi industriali ai danni degli agricoltori del Sud; denunciò lo stato di abbandono in cui versavano le regioni meridionali, attribuendone le gravose responsabilità agli ‘’alti papaveri della burocrazia settentrionale’’, ben sistemati nella direzione degli affari nei diversi Ministeri (1915); espresse, inoltre, disaccordo sull’impresa africana, affermando che l’esercito nazionale doveva difendere i confini della patria e la sua indipendenza e che il denaro del paese doveva servire ai bisogni, al progresso. Nel settembre del 1943, la ‘Cronaca’ interruppe le pubblicazioni per poi riprenderle nel 1952. Inossidabile, la gazzetta calabrese giunse fino al 1963: la guerra faceva parte ormai del passato, il presente era una società segnata dal boom economico che generava nuove situazioni di disagio. Le pubblicazioni proseguirono, seppure irregolarmente, fino al 1977, anno che segnò la chiusura definitiva di una storica voce calabrese.


Numerosi furono i giornali che già dal primo numero resero evidente la loro principale preoccupazione. Nel caso di 'Azione radicale' del 1908, il bersaglio della redazione fu la sempre più invadente presenza dei cattolici nella vita locale, entrati anche nei consigli comunali. Dilagava l'anticlericalismo e la propaganda ai diversi candidati politici, senza esclusione di commenti diretti a denigrare o, al contrario, ad esaltare il politico per il quale spesso un giornale vedeva la luce, per spegnersi subito dopo le consultazioni elettorali. Cronaca e denunce a carattere municipale, dunque, sulle pagine dei giornali calabresi, ma anche cronaca letteraria, recensioni, lotta all'analfabetismo, vita paesana, denuncia della carenze idriche a Cosenza e delle condizioni dei lavoratori. Spesso ci si occupava dei contadini della Sila, ma fra gli avvenimenti che in quegli anni destarono maggiore indignazione ci fu l'eccidio di Firmo: “In seguito ad alcune manifestazioni di protesta avvenute a Firmo, causate dal difetto di raccolto, dal disagio della classe lavoratrice impossibilitata al pagamento delle imposte, Firmo protestò contro la Fondiaria e la forza pubblica sparò sulla folla. Le autorità, organizzate nella mistificazione del vero e in difesa del delitto si affannarono a gridare che i Carabinieri furono assaliti dalla folla e costretti a sparare”. Siamo nella lunga età giolittiana che a Cosenza favorì la nascita di nuove pubblicazioni per dibattere, con frequenza regolare, la questione meridionale, il problema dell'emigrazione, della disoccupazione, dei terremoti e della malaria. Tra la girandola di notizie colpisce la situazione creatasi nell'ospedale di Cosenza, nel quale, come riportò 'L'azione democratica' (1914), fu criticato l'operato dell'amministrazione per la tolleranza alle lunghe assenze del direttore Migliori e fu difeso, invece, il corpo sanitario.


Nacque in questo periodo il 'Corriere di Calabria', soppresso quando il regime fascista lo definì 'pericolosamente liberale', dando inizio alla stampa di regime di cui la Calabria non fu immune. Periodici come 'Il Popolo di Calabria', 'Il Fascio' e 'Milizia fascista' furono, insieme a tutta la stampa italiana del Ventennio, la più potente e persuasiva fabbrica di consenso del regime fascista.  
Con lo sbarco degli Alleati a Reggio, Carlo La Cava, un intraprendente comunista, fondò il quotidiano 'Calabria libera', mentre 'Il Corriere di Calabria' riprendeva le pubblicazioni. Nel 1944 furono chiusi tutti i quotidiani di partito e aperto 'Il Tempo', ma solo nei primi mesi del '45 si aprì uno spiraglio per la stampa con la nascita di alcuni settimanali comunisti: 'Ordine proletario' a Cosenza e 'Il Lavoratore' a Reggio.
Negli anni '50 la Calabria passò da cinque quotidiani al solo 'La Voce di Calabria' per effetto di una crisi che si riacutizzò nella prima metà degli anni '70. Il 15 settembre del 1951 fu fondata a Messina la 'Gazzetta del Sud' che subito conquistò i lettori calabresi spodestando i quotidiani napoletani e romani diffusi nella regione.


Alla fine degli anni '70 il ruolo della stampa fu rivalutato e i giornali divennero il mezzo con cui la politica poteva comunicare con l'opinione pubblica. Sorsero in questo periodo, tra gli altri, 'Il Giornale di Calabria' e più tardi 'Oggisud', un tabloid di cronaca cittadina per ogni città capoluogo. Nell'ultimo decennio del '900 videro la luce 'Il Quotidiano della Calabria', 'Il Domani', 'La Provincia cosentina' e alcune testate sportive.



Oggi, a 150 anni dall'Unità d'Italia, il numero dei giornali calabresi è di gran lunga diminuito. Si risente della crisi che sembra colpire ciclicamente le pubblicazioni. Le notizie, non più stampate clandestinamente né gridate dagli strilloni per le strade, sono virtualmente 'strillate' sul web, la grande redazione-edicola universale e gratuita. Un recente fenomeno che sta subentrando alla carta stampata, creando una rivoluzione nel mondo dell'informazione alla pari di quella avvenuta con l'invenzione di Gutenberg.


22 9 2017


© FRANCESCA CANINO

06 settembre 2017

Luigi De Franco, traduttore e studioso di Telesio

   
 Lo studioso dimenticato artefice della riscoperta di Telesio


Da “Il Quotidiano della Calabria” del 15 gennaio 2010
Gli studi sulla ‘telesina philosophia’ sarebbero rimasti fermi ai secoli passati se ad essi non si fosse dedicato Luigi De Franco, uno studioso cosentino di Altomonte, che ravvivando i momenti di silenzio sul naturalista rinascimentale, ne studiò la vita, le opere e il pensiero con un approccio scientifico nuovo, che gli valse il titolo di “doppio traduttore di Telesio”.
Luigi De Franco, laureato in filosofia e preside del Liceo Scientifico “Fermi” di Cosenza, nel 1961 accolse l’invito di Eugenio Garin a intraprendere un nuovo metodo nello studio della personalità filosofica del Telesio. Iniziò, così, il suo viaggio nel mondo telesiano, che per molti aspetti si rivelò ancora sconosciuto, per altri erroneamente esplorato.
Attento studioso, validissimo traduttore delle lingue classiche, dotato di un senso critico che lo indusse a seguire una strada diversa nella conoscenza della vita e del pensiero di Bernardino Telesio, De Franco riuscì a interpretarlo in una forma nuova che affondava la sua radice proprio nelle tracce che il filosofo ha lasciato. Nel tentativo di ricostruirne la vita, De Franco, da studioso puro, cercò di demolire le numerose favole che una tradizione secolare ci ha tramandato, traducendo gli scritti del filosofo da un latino medievale, ostico, non raffinato, senza aggiungere elementi di fantasia. Con il rigore che lo contraddistinse anche nella sua attività di preside - e i suoi alunni ricordano ancora la severità e le sgridate elargite spesso per un nonnulla - si dedicò all’analisi del testo con una logica che era sfuggita ai suoi predecessori, troppo intenti ad attribuire a Telesio fatti non desunti dai suoi scritti, bensì immaginati per aumentarne le virtù.
Confrontando le diverse edizioni dell’opera maggiore di Telesio, il “De Rerum Natura iuxta propria principia”, nelle stesure del 1565, del 1570 e del 1586 e senza tralasciare la massa di manoscritti autografi e non, De Franco si assunse l’onere di pubblicare in quattro volumi tutti gli scritti telesiani. In essi incluse la traduzione del De Rerum Natura e gli autografi, sconosciuti ai suoi predecessori perché comparsi solo nel 1956, contenuti nei due Codici Ottoboniani e nei codici manoscritti esistenti nelle diverse Biblioteche Nazionali di Napoli, Roma, Firenze, Madrid. Svolse, dunque, un lavoro da intellettuale e da ricercatore che lo spinse a documentarsi con precisione prima di presentare le varie fasi dello sviluppo del pensiero telesiano, andando oltre le mistificazioni del suo pensiero.
Il risultato di un siffatto studio, eseguito con mente libera e con l’integrità morale propria del preside De Franco, unico studioso moderno a tradurre l’opera del filosofo cosentino, sfociò in una “Introduzione” alla vita e al pensiero di Telesio fino ad allora sconosciuto, al quale egli giunse dopo la traduzione della spigolosa scrittura del filosofo e dell’arduo latino usato dal naturalista cosentino.
Emerse una figura scevra dagli stereotipi che nel corso dei secoli si erano stratificati sul suo pensiero, ostacolato dall’eccessivo immobilismo degli studiosi telesiani, non propensi a cercare nuove interpretazioni. De Franco, da buon insegnante qual era, intuì che si doveva trasmettere il ‘nuovo Telesio’ alla comunità. Sorse, allora, l’esigenza di pubblicare le opere minori in un’edizione integrale con testo critico dal titolo “Varii de rebus naturalibus libelli”, in cui De Franco raccolse tutto ciò che di Telesio è giunto fino a noi, svelandone il pensiero per troppo tempo condizionato dall’autorità della tradizione che, per non confutare il consolidato tracciato interpretativo, non tenne conto di tante nozioni contenute negli studi del filosofo. I Libelli, che proprio De Franco scoprì essere stati scritti prima del De Rerum Natura, confermano che Telesio fu il nuovo indagatore della natura e non solo l’antiaristotelico e l’assertore convinto che demolì le tesi di Galeno.
L’intera ricostruzione di tutta l’opera telesiana nelle sue varie sfaccettature, attraverso le diverse stesure, le aggiunte e le correzioni compiute da De Franco, ha dato nuova linfa alla ‘scientia’ del filosofo cosentino, affrancandola dalla tradizionale visione delle ‘auctoritates’. E gli studi del preside non si soffermarono solo su Telesio: tra una pubblicazione e l’altra sul filosofo naturalista, De Franco portò alla luce anche altre intelligenze meridionali, seguendo lo stesso metodo di ricerca usato per lo studio della ‘telesina philosophia’.
In seguito alle ricerche effettuate nei vari archivi e biblioteche e dopo il ritrovamento di documenti sparsi in diversi luoghi, l’attenzione dello studioso si incentrò sulle personalità calabresi del ‘500 e ‘600, un periodo per la Calabria che ‘è secondo solo all’età della Magna Grecia’. Molti furono i pensatori e gli uomini di scienza calabresi nati durante il Rinascimento, la cui fama non rimase circoscritta nei confini regionale. Alcuni ebbero in sorte un destino poco invidiabile, quello dell’oblio quasi totale dovuto a volte all’odio dei loro avversari, specialmente uomini di chiesa che in alcuni casi riuscirono a cancellarne perfino il ricordo.
In “Filosofia e Scienza in Calabria nei secoli XVI e XVII” De Franco delineò le figure di eminenti personaggi calabresi nati e vissuti in una regione tra le più arretrate e povere d’Italia, lontana dai centri importanti della cultura del tempo. Quasi a compenso dell’abissale ignoranza delle masse contadine in mezzo alle quali trascorsero la fanciullezza, essi raggiunsero vette altissime di preparazione culturale: ‹‹Sono stati tutti dei vinti e degli sconfitti – scrisse De Franco – pur avendo fatto di tutto per non subire tale sorte, sconfitta che ha comportato per tanti di loro, la dimenticanza quasi totale in cui sono venuti a cadere le loro opere ed i loro nomi››.
Tra questi è Agostino Doni, autore del “De Natura Homini”, a cui De Franco dedicò uno studio approfondito con la traduzione italiana del testo ne “L’eretico Agostino Doni, medico e filosofo cosentino del ‘500”. Altre sue opere sulla storia e sulla filosofia del Mezzogiorno ci rimandano un quadro inedito e preciso della cultura rinascimentale in Calabria. Queste ultime, insieme allo studio completo di tutta l’opera telesiana, affiancata dalla traduzione del “De Rerum Natura”, costituisce il lavoro ultratrentennale svolto da De Franco, il punto di riferimento per i nuovi studiosi della filosofia telesiana, che solo un appassionato poteva compiere nel tentativo di divulgare la cultura e le personalità della sua terra, spesso dimenticate. A loro si accomuna in questo aspetto, per l’essere uno degli intellettuali calabresi di grandi meriti e senza tanti riconoscimenti.

Pubblicazioni di Luigi De Franco
B. Telesii, De Rerum Natura.
La Philosofia sensibus demonstrata di T. Campanella e la filosofia di B. Telesio in T. Campanella.
La logica come scienza sperimentale. Alcune considerazioni sulla filosofia di P. Galluppi.
La Philosofia sensibus demonstrata ed il pensiero giovanile di T. Campanella.
Gli Elementi Euclidis del filosofo e matematico cosentino frate Elia Astorini.
Th. Zwinger, G. Mercuriale e N. A. Stelliola In Bibliotèque d’Humanisme et Reinessance 
T. Campanella, La filosofia che i sensi ci additano.
L'eretico A. Doni, medico e filosofo cosentino del ‘500. 
Un falso secentesco. A proposito di una pretesa opera di T. Cornelio.
T. Cornelio e la filosofia di R. Des Cartes.
Tiberio Russiliano sesto, filosofo e astrologo calabrese del XVI sec.
Giannattasius vel de animarum trasmigratione pitagorica dialogus.
T. Cornelio. Appunti per una biografia.
Scrupoli religiosi nell’opera di B. Telesio.
B. Telesio Varii de rebus naturalibus libelli.
B. Telesio poeta.
L’idea di Calabria in alcuni scritti del ‘500 e ‘600.
B. Telesio, Il sistema della natura.
Introduzione al Settecento in Calabria. Prospettive di studio.
Fr. T. Campanellae, Philosofia sensibus demonstrata.
Campanella - Del senso delle cose e della magia.
Tiberio Russiliano Sesto calabrese - Apologeticus adversus Cucullatos.
Filosofia e Scienza in Calabria nei secoli XVI e XVII. 
Bernardino Telesio: La vita e l’opera. 
Introduzione a B. Telesio. 

Cosenza, 6 settembre 2017
 © Francesca Canino