‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

21 gennaio 2018

Alarico e il tesoro che non c’è


Approfondite indagini della Guardia di Finanza TPA e dell’Ispra hanno escluso che la tomba di Alarico sia nelle grotte dell’Alimena
Alarico e il tesoro che non c’è
Nel novembre 2016 il Mibact si è pronunciato negativamente sulla ricerca del fantomatico tesoro

16 gennaio 2017
di FRANCESCA CANINO
UNA ricerca spasmodica. Cosenza cerca Alarico e il suo tesoro nei fiumi cittadini e nei dintorni della città, firma un protocollo d’intesa con la Soprintendenza per iniziare le ricerche della tomba del re visigoto, ma la direzione generale del Mibact e in seguito il Comitato tecnico-scientifico per l’archeologia dello stesso Ministero revocano, nel novembre 2016, il protocollo. E quando sembrava che sulla leggenda di Alarico fosse calato il sipario, una testata nazionale rilancia l'idea e consiglia di proseguire le indagini con l'aiuto di sponsor privati. L'area da prendere in considerazione è, oltre a quella della confluenza dei fiumi Crati e Busento, il ponte dell'Alimena, nel comune di Mendicino.
Ciclicamente ritorna la storia che vuole il tesoro di Alarico seppellito nelle grotte dell’Alimena, ipotesi formulata diversi anni fa da alcuni sedicenti appassionati di archeologia, che hanno dato sempre massima divulgazione alla loro idea e hanno cercato di coinvolgere il mondo accademico e politico nel tentativo di dare un fondamento scientifico alle loro tesi e di poter, così, scavare nell’area. Una passione associata al desiderio di guadagno, infatti, in relazione a ciò, il Mibact «dal 1998 riceve reiterate – si legge ancora nel parere del Comitato tecnico-scientifico per l’archeologia dello stesso Ministero – quanto indebite richieste di premio di rinvenimento sfociate in una causa civile».
Ma oggi, come in passato, la domanda da porsi è sempre la stessa: dove sono i ritrovamenti? Finora, è bene sottolineare, non è stato trovato alcun reperto riconducibile al tesoro di Alarico.
Nel 2008, la Guardia di Finanza, Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico (TPA), guidata dal colonnello Massimo Rossi, allora comandante del Gruppo TPA oggi soppresso, e l'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, hanno condotto delle indagini di natura geologica nel comune di Mendicino, in località Ponte Alimena, ed è stata stilata una relazione, in data 7 ottobre 2008, in cui si legge: ‹‹Il 29 luglio del 2008 si è svolto un sopralluogo tecnico all’Alimena, alla presenza di funzionari del Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza e del Servizio Geologico d’Italia-ISPRA. Lo scopo delle indagini è stata – riporta la relazione a firma dei geologi Roberto Graciotti, Raimondo Policicchio e dell’ingegnere Olimpia Spiniello - la caratterizzazione fisica di un sito di potenziale interesse archeologico. In particolare, è stato esaminato il substrato del fondo di una grotta, il cui imbocco è situato nella parete di una gola di origine fluviale, al fine di stabilire se tale deposito sia stato originato da opere di riempimento da parte dell’uomo o da processi di sedimentazione. Durante il sopralluogo sono state esaminate anche alcune incisioni presenti su un versante roccioso per determinarne le loro eventuali origini antropiche››.

La grotta esaminata nel corso del sopralluogo è la stessa indicata dai soliti appassionati di archeologia come il luogo di sepoltura di Alarico e del suo tesoro, a causa della presenza di un manufatto che potrebbe rappresentare un altare. ‹‹La grotta - continua la relazione - si trova nel comune di Mendicino, in sinistra idrografica del fiume Caronte, nei pressi del Ponte degli Alimena, con imbocco situato a circa 530 metri s.l.m. Nella parte centrale del piano calpestabile della grotta è stato praticato uno scavo di circa 2,50 metri di profondità da parte di ignoti. Un elemento di sicura origine antropica presente nella grotta è un “sedile” o “altare” scavato nella parete rocciosa sul lato destro, il cui studio e la valutazione da un punto di vista archeologico si rimanda agli organismi scientifici. Per quanto riguarda il deposito posto sotto il piano di calpestio della grotta, visibile nello scavo operato da ignoti, gli elementi descritti nella presente relazione non sono compatibili con l’ipotesi di un riempimento della cavità di origine antropica››.
Nessuno scavo, dunque, per seppellire qualcuno e/o qualcosa è stato effettuato nella grotta.
Non finisce qui, poiché dalla parte opposta del fiume, molto lontano dalle grotte, si erge una collina su cui è visibile la cosiddetta “croce di Regarde”. I soliti appassionati di archeologia, con molta fantasia, hanno ipotizzato che fosse una croce runica, incisa per indicare che di fronte, nella grotta dunque, si troverebbe la tomba del barbaro.
Sempre nella relazione leggiamo: ‹‹Successivamente è stato effettuato un sopralluogo presso il costone roccioso collocato nel versante opposto a quello della grotta ispezionata, alla quota di circa 590 metri s.l.m., per verificare la natura di una incisione a forma di croce che presenta un elemento orizzontale di circa 20 metri ed uno verticale di circa 15 metri. In particolare, è stato possibile osservare direttamente che il presunto braccio verticale della croce è in realtà un solco di origine carsica, ad andamento irregolare e profondità variabile da pochi centimetri al decimetro, originato dal dilavamento concentrato delle acque di percolazione. Per quanto riguarda il braccio orizzontale dalla base della parete si è potuto osservare la presenza di un piccolo gradino da riferire probabilmente ad un giunto di strato o ad una linea di fessurazione. Si tratta quindi di forme di erosione carsica e strutturali, tipiche e diffuse sui costoni carbonatici››.
In altri termini, gli elementi della struttura “a croce” presente nel versante opposto a quello della grotta si configurano come forme di erosione carsica, dunque non riconducibili all’opera dell’uomo. La relazione fu trasmessa alle Autorità di vertice del MiBACT e sue derivazioni periferiche sul territorio, alla Procura della Repubblica di Roma, all'uopo interessata per gli aspetti correlati alla presenza - nella cavità ruinica di Mendicino - di scavi clandestini, poi rivelatisi episodici e comunque aventi per oggetto la medesima ricerca.  
Alarico non si trova qui e probabilmente nemmeno nel Busento, basterà ora la relazione scientifica a mettere la parola fine a una ricerca priva di fondamento?

I VERI TESORI DELLE GROTTE SULL'ACHERONTE 



L’OSCURO antro degli Alimena (dal latino ‘ad limina’, cioè ai confini) è balzato agli onori della cronaca per l’ipotesi di localizzazione del tesoro di Alarico in una delle grotte situata sul costone roccioso, contenente un piccolo altare di pietra. Sembra, invece, che di notte qui si svolgano riti esoterici, come testimoniano i resti di candele, torce e strani oggetti votivi lasciati in loco dagli officianti. In realtà, questi gruppi esoterici non sono affatto interessati a trovare la sepoltura di Alarico o il suo prezioso tesoro e le sue armi, ma un solo oggetto, frutto della razzia compiuta nel sacco di Roma del 410 d.C.: la sacra coppa del Graal, in cui, secondo il racconto biblico, Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Gesù sotto la croce. Si narra, infatti, che i Romani a loro volta lo avessero rubato nel tempio di Gerusalemme alcuni secoli prima del 410 d.C., quando Alarico devastò e saccheggiò Roma, si impadronì di un tesoro inestimabile e portò con sé il bottino. Fermato a Cosenza dalla malaria, la leggenda vuole che qui sia stato sepolto con tutto il suo oro, quindi il bottino di Roma. Non sappiamo se in questo bottino ci fosse anche il sacro Graal, ammesso che esista, ma da quel momento in poi iniziò una ricerca che dura tuttora. Di tutte queste leggende, però, non c’è ad oggi nessun serio riscontro archeologico, nonostante nel corso dei secoli l’interesse sia stato sempre alto, tanto che prima della seconda guerra mondiale, Hitler, fanatico e dedito all’esoterismo, in pieno delirio di onnipotenza, inviò a Cosenza il suo luogotenente Himmler per trovare il sacro Graal.
Le grotte nell’area dell’Alimena sono decine, abitate in epoca preistorica e poi medioevale, in esse sono state ritrovate molte ceramiche dell'età del bronzo, il corredo funerario di un monaco con un reliquiario, dei chiodi e una croce stranissima che al posto delle tre braccia dritte ha tre spirali che richiamano i disegni di Gioacchino da Fiore. Purtroppo, molti hanno interpretato questo oggetto come idolo esoterico. 
Molti anni fa, fu ritrovata da un contadino, in una tomba vicino alle grotte, una statua in marmo di circa 28 cm, mutila di testa e gambe, indossante uno strano ‘exomis’ di pelliccia, cioè una tunica/canotta a una spalla, molto comune tra i pastori di epoca greca e romana. Il "pastore" di Menekine (antico nome di Mendicino) è una copia romana in marmo di un originale greco in bronzo risalente probabilmente al I sec. d.C.

La statua è conservata nella chiesa di S. Pietro a Mendicino. Nelle vicinanze ci sono ‘le grotte dei forni’, una serie di antichi forni costruiti a forma di cupola perfettamente emisferica, con pietre e "sanso", una particolare argilla usata come malta.


Cosenza, 21 gennaio 2018

© DOMENICO E FRANCESCA CANINO











06 gennaio 2018

LE ORIGINI CALABRESI DI OTTAVIANO AUGUSTO, PRIMO IMPERATORE ROMANO Domenico Canino




Ottaviano Augusto da giovane si faceva chiamare Octavius Thurinus. Suo nonno proveniva da Thuri, la città fondata sulle rovine di Sibari. Sono molte le fonti latine, tra cui Svetonio, Marco Antonio e Orazio, che confermano questa sua origine.
Svetonio scrisse: “Quando era neonato gli fu imposto l’appellativo di Thurino, in memoria dell’origine degli avi, o perché il padre Ottavio aveva combattuto con buona fortuna in quella regione contro gli schiavi fuggiaschi”, che, aveva già scritto prima il biografo, erano bande superstiti delle rivolte di Spartaco e di Catilina.
Sappiamo da Svetonio che l’origine thurina di Cesare Ottaviano Augusto si ricava dalla genealogia richiamata da Antonio, il quale, segnalando la sua discendenza, intese dire che non poteva accampare alcuna origine senatoria: “Avus, funarius, pater argentarius, ipse thurinus”, con riferimento al fatto che era di umile origine e non poteva vantare discendenza senatoria. Il nonno, dice l’epigrafe, era costruttore di funi, un umile cordaio, forse ex-schiavo, il padre banchiere, egli stesso Thurino, nativo di una città periferica. Marco Antonio aveva fatto incidere questa frase sulla statua di Ottaviano, quando, come suo avversario politico, era riuscito a proscriverlo da Roma con decreto del Senato. Augusto non si curò della scritta e quando rientrò a Roma, dopo aver sconfitto il suo irriducibile avversario Antonio, lasciò che l’epigrafe campeggiasse ancora ai piedi della sua statua.
Inoltre, il poeta Orazio, già compagno di studi di Ottaviano ad Atene, in una sua Ode, la III, 9, raccontò di una rivalità in amore per la bella Lidia con un potente chiamato Thurino; ebbene questo è un altro indizio che Augusto si faceva chiamare in gioventù Thurino. Quando divenne imperatore, Augusto fece coniare delle monete (denari) con il simbolo del toro cozzante di THURIOI, fondata nel 444 a.C. da Pericle, e che ai tempi di Augusto era ormai una colonia romana, in cui si venerava ancora un’antica statua in bronzo del toro cozzante. Nel dritto della moneta c'è il busto di Augusto e nel rovescio c'è il toro cozzante, usato da Augusto come riferimento alla sua origine THURINA, che non gli dispiaceva affatto, visto che la città calabrese poteva vantare di essere stata fondata dal grande statista ateniese Pericle, figura di prestigio per il primo l’imperatore di Roma.

6-1-2018
© Domenico Canino

 
 



30 novembre 2017

Il creatore di anarchie libero dalle finzioni sociali

da "Il Quotidiano del Sud" del 24 novembre 2017

«COSA vuole l’anarchico? La libertà – la libertà per sé e per gli altri, per l’umanità intera. Vuole essere libero dall’influenza o dalle pressioni delle finzioni sociali».
Sono le parole pronunciate in un colloquio tra un uomo d'affari dall'intelligenza vivida e un perplesso interlocutore che, seduti al tavolo di un ristorante, tra il fumo denso e aromatico di un sigaro, dibattono sulla possibilità di conciliare ricchezza e anarchia senza alcuna contraddizione logica. Creare libertà è davvero l'unico modo per essere veramente anarchico? Su questo interrogativo si dipana la trama de “Il banchiere anarchico”, uno stimolante racconto di Fernando Pessoa, che analizza con grande abilità un tema storicamente “sentito”: l’anarchia.
L’uomo d’affari, un banchiere, attraverso un dialogo quasi platonico, in modo limpido, geniale e semplice, rivela al suo interlocutore che è possibile conciliare ricchezza e anarchia. Pessoa, mediante il suo solito gioco del paradosso e della relatività del tutto, delinea alcuni concetti fondamentali dell'anarchismo. Il banchiere sostiene di essere anarchico, ma l’amico ribatte che uno speculatore, un uomo elegante, abile conversatore, può definirsi tale solo attribuendo al termine ‘anarchico’ un significato diverso dal solito. Nel corso del conversazione, simile per tanti versi ad alcuni dialoghi filosofici, si enunciano una serie di argomenti idonei a dimostrare che la fede anarchica del banchiere è in realtà la stessa ostentata dagli operai e dalle classi sociali più povere. 

Il “Banchiere anarchico” compare per la prima volta nel 1922 sulla rivista ‘Contemporanea’. Il racconto mette subito in evidenza il paradosso sottile rappresentato dalla figura del banchiere ‘libertario’, sullo sfondo di un’epoca caratterizzata da ideologie divergenti, che origineranno drammatici rivolgimenti sociali. E se da un lato il racconto sorprende per l’invenzione narrativa, dall’altro, il gusto del paradosso contraddistingue l’opera pagina dopo pagina. Emerge, infatti, in un crescendo di emozioni, la delusione dell’uomo d’affari - e di Pessoa – nei riguardi delle masse e delle rivoluzioni sociali, mentre aumenta la consapevolezza di considerare il singolo come lo strumento per il raggiungimento della libertà attraverso la realizzazione di sé.

Pessoa non vuole convincerci che la sua strada sia quella giusta, ma vuole invitarci a percorrere tutte le strade e ad essere capaci di non rifiutare un cammino. È una chiara indicazione di vita che ci chiama a lavorare individualmente per una crescita interiore, che ci invita ad aspirare a diventare più completi. Questo è il suo lascito alla società, operato con la capacità analitica che gli è propria, con l’abilità a portare il lettore nel dialogo filosofico-politico dell’anarchismo del banchiere, che arriva a palesarsi come estremo anarchismo individualista, non così distante dal pensiero dello scrittore che afferma: «Quello di creatore di anarchie mi è sempre parso il degno compagno di un intellettuale». 

Cosenza, 30 novembre 2017 
© FRANCESCA CANINO

31 ottobre 2017

Tony ed Eugene Gaudio: da Cosenza all’Oscar

da "Il Quotidiano della Calabria", agosto 2012
Quando nel 2010 fu assegnato l’Oscar per la migliore fotografia al cosentino di Marzi Mauro Fiore per il film “Avatar”, ritornò forte alla mente il ricordo di un altro illustre cittadino bruzio, Tony Gaudio, che era riuscito nell’impresa tanto tempo prima. Ma facciamo un passo indietro negli anni.
A Cosenza, nel 1856, Raffaele Gaudio apre un laboratorio artistico fotografico in piazza San Giovanni Gerosolimitano. Siamo agli albori della fotografia, nata in Francia nel 1849, e tanti sono gli appassionati che vogliono farsi riprendere dal magico obbiettivo. Cosenza è una delle città all'avanguardia nella fotografia, Gaudio è autore di diversi brevetti e perfeziona una buona tecnica di ingrandimenti. Negli anni seguenti, i figli lo aiutano nel laboratorio con grande passione e competenza. La fotografia, dagli ingrandimenti alla planotipia al carbone, diventa l'arte della famiglia, tanto che due dei suoi figli, Antonio ed Eugenio, nati rispettivamente nel 1883 e nel 1886, sono toccati dal sacro fuoco del cinema, allora ai suoi inizi.

Nel 1903, Antonio passa dalla camera fissa alla macchina da presa come operatore di un film muto di produzione francese: “Napoleone attraversa le Alpi”, girato probabilmente in Sila. Ha solo vent'anni e produce a Cosenza altri cortometraggi che sarebbe davvero interessante rivedere. Ma la città dei Bruzi si rivela ben presto una piazza angusta per i due giovani e così, nel 1906, decidono di tentare la fortuna in America, la patria del cinema.
Sbarcano a New York e lavorano per alcune agenzie fotografiche come la Life Photo Film Corporation per poi approdare al cinema. Entrano a far parte della Independent Moving Pictures (IMP), dove Eugenio (che intanto aveva voluto 'americanizzare' il proprio nome in Eugene) diventa supervisore dei laboratori, mentre il fratello Antonio (diventato Tony) è nominato capo fotografo. Nel 1915, Eugene si trasferisce in California e, dai laboratori delle camere oscure, passa alle cineprese come direttore della fotografia dell'Universal. Sono gli anni in cui Hollywood vede la luce e Eugene realizza la più conosciuta delle sue prime opere: “Ventimila leghe sotto i mari”, un adattamento per lo schermo del romanzo di Verne.
E' il primo film della storia ad avere meravigliosi effetti speciali, rigorosamente inventati dall’arte fotografica di Eugene Gaudio. Siamo nel 1916, il premio Oscar non esiste ancora, ma il film riceve numerosi premi per la fotografia. In seguito si trasferisce alla Metro e lavora con May Allison e con una delle dive dell'epoca, l'attrice di origine russa Alla Nazimova. Purtroppo la sua brillante carriera viene stroncata da una peritonite. Eugene muore il 1° agosto 1920, a soli trentaquattro anni.

Parallelamente si svolge, fino a quel momento, la carriera di Tony, che lavora per diversi film e nel 1910 diventa capo fotografo della IMP. Cura film con divi importanti come Mary Pickford e nel 1916 è alla Metro come fotografo. Nel 1920 lavora per la Warner Bros e conosce il palermitano Sol Polito, con cui stringe un sodalizio artistico per scoprire nuove tecniche fotografiche. Insieme creano lo stile fotografico dei grandi "crime movie" della Warner, utilizzando una scelta stilistica che propende per una fotografia spoglia e priva di quella patina "glamour" che caratterizza molti film del tempo. Da direttore della fotografia perfeziona il risultato del technicolor e si impegna a rendere ancora più intrigante l'immagine di Bette Davis sulla pellicola, creando le note immagini di soffuso bianco e nero che si chiudono sul viso della diva e di cui possiamo godere ancora oggi.

Tony introduce altre innovazioni: è il primo cameraman a usare la sequenza di montaggio nel famosissimo film “Il segno di Zorro” del 1920. E' tra i fondatori della 'Società americana di cinematografia', di cui sarà presidente dal 1924 al 1925. Lavora con Frank Borzage che ne apprezza la sensitività alla luce e nel 1926 è direttore della fotografia della grande Greta Garbo nel film “La tentatrice”. Nel 1930 dirige la fotografia de “Il piccolo Cesare” con Edward G. Robinson, un successo del genere gangster, con una fotografia nitida ed efficace.

Nel 1930 arriva la prima candidatura all'Oscar per “Gli Angeli dell'inferno”, diretto dal miliardario Howard Hughes. Due anni più tardi, lavora con Howard Hawks nel film “Tiger Shark”. Finalmente nel 1937 vince l’Oscar per il film “Avorio nero”.

L'anno successivo è il direttore della fotografia di un grande kolossal “Le avventure di Robin Hood”, interpretato da Erroll Flynn, che diventa un successo mondiale. Diventa il fotografo abituale di Bette Davis che ne apprezza il lavoro ed è proprio un film con la diva, “Il conquistatore del Messico” che gli fa conquistare la seconda nomination. Una terza candidatura arriva nel 1941 per “Ombre malesi”, in cui Gaudio illumina la Davis con la luce della luna piena, mentre l'ultima è del 1945 per il film “L'eterna armonia” di Charles Vidor.
Tony Gaudio scompare nel 1951 lasciandoci decine di film, di alcuni fu anche regista. Pioniere del cinema delle origini che, partito dalla Cosenza di fine '800, riesce a conquistare il successo a Hollywood con il suo talento visionario, è l'esempio diretto del genio calabrese nel mondo.



Filmografia

 

The Promise di Jay Hunt (1917)

Pals First di Edwin Carewe (1918)

In Wrong di James Kirkwood (1919)
The Song of Love di Chester M. Franklin e Frances Marion (1923)
Declassée di Robert G. Vignola (1925)
Upstage di Monta Bell (1926)
The Gaucho di F. Richard Jones (1927)
Avorio nero (Anthony Adverse) di Mervyn LeRoy e, non accreditato, Michael Curtiz (1936)
Il conquistatore del Messico di William Dieterle (1939)
Il grande amore (The Old Maid) di Edmund Goulding (1939)
Non siamo soli (We Are Not Alone) di Edmund Goulding (1939)
I fucilieri delle Argonne (The Fighting 69th) di William Keighley (1940)
Trovarsi ancora (Til We Meet Again) di Edmund Goulding (1940)
Il vendicatore (Brother Orchid) di Lloyd Bacon (1940)
Knute Rockne All American di Lloyd Bacon (1940)
Ombre malesi (The Letter) di William Wyler (1940)
Una pallottola per Roy (High Sierra) di Raoul Walsh (1941)
La grande menzogna (The Great Lie) di Edmund Goulding (1941)
Con mia moglie è un'altra cosa (Affectionately Yours) di Lloyd Bacon (1941)
Navy Blues di Lloyd Bacon (1941)
Il signore resta a pranzo (The Man Who Came to Dinner) di William Keighley (1942)
I tre furfanti (Larceny, Inc) di Lloyd Bacon (1942)
Wings for the Eagle di Lloyd Bacon (1942)
Convoglio verso l'ignoto (Action in the North Atlantic) di Lloyd Bacon e, non accreditati, Byron Haskin, Raoul Walsh (1943)
Il fiore che non colsi (The Constant Nymph) di Edmund Goulding (1943)
Le spie (Background to Danger) di Raoul Walsh (1943)
Schiava del male (Experiment Perilous) di Jacques Tourneur (1944)
Al tuo ritorno (I'll Be Seeing You) di William Dieterle e, non accreditato George Cukor (1944)
L'eterna armonia (A Song to Remember) di Charles Vidor (1945)
Il figlio di Robin Hood (The Bandit of Sherwood Forest) di Henry Levin e George Sherman (1946)
Non ti appartengo più (I've Always Loved You) di Frank Borzage (1946)
Questo è il mio uomo (That's My Man) di Frank Borzage (1947)
L'affascinant straniero (Love from a Stranger) di Richard Whorf (1947)


Regista  
Sealed Lips (con il nome Antonio Gaudio) (1925)

The Price of Success (1925)
















Cosenza, 31 ottobre 2017
© DOMENICO E FRANCESCA CANINO