‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

21 luglio 2015

COSENZA, cinque acquedotti e sei pozzi per una sete infinita

L'inchiesta

COSENZA e le sue acque
I parte

dal Quotidiano della Calabria del 14 febbraio 2014

COSENZA fa i conti con l'acqua tutti i giorni: la portata idrica si rivela insufficiente e i guasti periodici sulla rete sono la normalità. Specialmente quando il maltempo imperversa. E d'estate, a causa delle scarse piogge, le riserve dei serbatoi sono sempre minime al punto che viene ridotta l'erogazione.
Ma perché con cinque acquedotti e sei pozzi che riforniscono la città, la crisi idrica è perenne?
La risposta non è semplice né immediata, è necessario esaminare tutto il sistema delle acque regionali per comprendere le ragioni dei rubinetti a secco. L'analisi della situazione cosentina merita una maggiore attenzione in seguito alle diverse segnalazioni che quasi quotidianamente ci provengono dai cittadini. Ed è proprio da qui che intendiamo partire in questa ideale immersione nelle acque bruzie, un viaggio dal particolare al generale, in cui il particolare è rappresentato dalla gente di Cosenza che troppo spesso soffre la sete.
L’approvvigionamento idrico in città soddisfa tutte le esigenze, da quelle domestiche a tutte le altre attività ricadenti sul territorio comunale. Fondamentale il rapporto tra il numero degli abitanti e la quantità di acqua erogata poiché ogni giorno gravitano in città circa 200000 abitanti in più rispetto a quelli effettivi. Inoltre, lo stato di salute della rete idrica si diversifica a seconda del suo anno di costruzione: le reti che forniscono acqua alla parte nuova della città sono state costruite nell’ultimo cinquantennio. L’erogazione idrica, quindi, non è omogenea e il centro città è la parte che risente maggiormente delle carenze idriche. Il problema delle perdite della rete, definita spesso ‘colabrodo,’ si sarebbe dovuto risolvere portando a termine i lavori di riefficientamento iniziati lo scorso settembre. In parte sono stati eseguiti, ora sono fermi, sembra per mancanza di fondi.
Risulta tuttavia privo di riscontro il dato che assesta al 70% le perdite di acqua nella rete cittadina. Allo stato attuale è impossibile sapere quanta acqua esattamente si perde, considerato che si è a conoscenza dei litri che ogni giorno giungono in città, ma non si sa quanti se ne utilizzano. Ciò accade perché non si effettua puntualmente la lettura dei contatori in tutta città, servizio che consentirebbe di sottrarre dalla quantità di acqua in entrata quella in uscita e conoscere le reali perdite della rete. Sembra anche che alcuni palazzi siano privi di contatore. Questi ultimi costituiscono un serio problema per l'inquilino che deve effettuare una voltura, cioè cambiare l'intestazione del contatore. Oltre alla documentazione, si richiede una cauzione infruttifera pari a € 150, da restituire quando l'inquilino cambierà casa. La cifra appare esagerata a confronto con altre città che per la stessa operazione richiedono somme diverse: Catanzaro € 16, Reggio Calabria € 51 e, fuori regione, Potenza € 46 e Napoli € 85. Le differenze sono notevoli e inspiegabili, specialmente se si considera che nella città dei Bruzi l'acqua manca. Anche sulle bollette si registrano le lamentele dei cittadini che per anni pagano puntualmente una bolletta a cifra fissa, mentre il consumo effettivo viene calcolato e inviato a distanza di parecchi anni. Durante le ultime festività natalizie, molti cosentini hanno ricevuto le bollette relative ai consumi degli anni 2008 /2013 compresi, cioè ben sei annualità che in alcuni casi corrispondono a cifre considerevoli. Come sempre è il cittadino assetato a pagare per l'incapacità dell'amministrazione di gestire in toto il servizio idrico.


Le pecche del capoluogo bruzio
II parte


dal Quotidiano della Calabria del 26 febbraio 2014

FA PARTE ormai dell’ordinario cosentino ritrovarsi periodicamente a vivere i disagi causati dalla carenza idrica. Acqua col contagocce, sete perenne, rubinetti a secco sono i titoli che occupano frequentemente le pagine dei quotidiani di Cosenza per avvisare i cittadini dell’ennesimo guasto.
I disagi più significativi si verificano nel centro città, in particolare nei fabbricati non dotati di un serbatoio condominiale e i cassoni di cui quasi ogni famiglia si è munita, hanno acuito il problema. Essi si riempiono non appena inizia l’erogazione dell’acqua, sottraendone notevoli quantità agli edifici privi di impianto. Si calcola che senza di essi il centro città usufruirebbe di almeno nove ore in più di acqua corrente rispetto a quelle che attualmente vengono erogate. I serbatoi hanno di fatto peggiorato la situazione idrica cittadina, poiché chiunque ne abbia posseduto uno si è adagiato su questa alternativa tralasciando di richiamare l'attenzione delle Istituzioni per una soluzione definitiva del problema.
Negli anni scorsi, da un sopralluogo effettuato nella rete fognaria cittadina durante le ore notturne, quando gli scarichi dovrebbero essere minimi, è stata trovata una gran quantità di acqua potabile ed è stata attribuita al cattivo funzionamento dei serbatoi domestici, forse a causa di galleggianti rotti che fanno prelevare acqua ai cassoni anche quando sono pieni per poi scaricarla nella fogna. Una più attenta manutenzione dei cassoni da parte del cittadino eviterebbe lo spreco e di conseguenza alleggerirebbe la bolletta ed evitando le perdite si potrebbe usufruire di un volume maggiore di acqua nel corso della giornata, quindi più ore di acqua corrente che nel centro città sono davvero poche.
Anche il dislivello su cui sono disposti i quartieri cittadini genera uno squilibrio nell’erogazione tra la parte bassa e quella alta della città. La bassa pressione disponibile impedisce all’acqua di arrivare nella città alta, penalizzando in particolar modo i piani superiori. Una soluzione sarebbe quella di innalzare il carico dell’erogazione con impianti di spinta nella rete, sistemati nelle diramazioni delle tubature. Un siffatto intervento porrebbe rimedio alla penuria idrica della parte alta, posta a un dislivello di circa 60 metri rispetto alla parte bassa.
Un altro problema è costituito dalle precipitazioni, copiose, ma mal distribuite durante l’arco dell’anno. Da giugno a ottobre piove pochissimo e i serbatoi si ritrovano in autunno con riserve minime. Non bisogna sottovalutare, infine, che l’Abatemarco, l’acquedotto che insieme al Bufalo fornisce più del 50% delle acque cosentine, sorge a San Donato di Ninea e che negli 80 Km di rete fino a Cosenza serve oltre una ventina di comuni, tra cui Rende che usufruisce di una portata maggiore di acqua rispetto agli altri comuni. I continui guasti dell'Abatemarco peggiorano, infine, la situazione cosentina. 

Gli Acquedotti che servono Cosenza

Nome

Competenze

Data di costruzione

Origine

Portata

Captazione

Note

Abatemarco

Regionale
Anni ‘70
S. Donato di Ninea, Località Abatemarco
220-240 l/sec
Sorgente
Acquedotto intercomunale, con il Bufalo fornisce più  del 50% dell’acqua di Cosenza.

Bufalo

Regionale
*Opera di presa è recente.
La sorgente risale al ‘65
Parenti
40-80 l/sec
Fiume Savuto e pozzo
*Opera di presa
Condotta che prende l’acqua dal fiume per poi distribuirla.
La portata idrica del Bufalo è a fasi alterne.

Merone

Comunale
1932
S. Stefano di Rogliano, Località Petrara
70-80 l/sec
Sorgente
E’ un   acquedotto storico.

Timpafusa

Comunale
Anni ‘70
Mendicino, Contrada Rizzuto
40-55 l/sec
Sorgente
La sua attività era stata sospesa negli anni scorsi. E’ il più stabile per la portata di litri al secondo

Zumpo

Comunale
1898
Aprigliano, Località Cozzarelli
15-20 l/sec
Sorgente
La sua attività tende a scomparire, da tempo purtroppo si registra una continua diminuzione della portata.


Pozzi di Cosenza (incrementano le dotazioni idriche dei serbatoi)


Via de Rada

Regionale

Serraspiga

Regionale

4 pozzi su Colle Mussano

Comunali

 
  L'Abatemarco e i suoi capricci
III parte



dal Quotidiano della Calabria del 26 febbraio 2014

ROTTURE continue. Da oltre un paio di anni a questa parte si verificano all'incirca ogni settimana. E la città soffre per i guasti dell'Abatemarco, il grande acquedotto che rifornisce Cosenza e un buon numero di comuni della sua provincia.
Nei mesi scorsi, in pieno inverno dunque, i bollettini della Sorical che comunicavano la riduzione della portata idrica in città si sono susseguiti con cadenza settimanale. Le cause erano da riferirsi alle cattive condizioni atmosferiche che 'disalimentavano' l'impianto di sollevamento Nascejume.
Solo pochi giorni fa, invece, si è verificata una rottura sulla condotta adduttrice in località Cozzo Carbonaro, vicino Lattarico e l’erogazione idrica è stata sospesa in alcuni comuni, tra cui Cosenza. Ma perché l'Abatemarco è così fragile?
Realizzato dalla Cassa del Mezzogiorno negli anni ’70 per risolvere definitivamente il problema idrico di Cosenza (anche se così non è stato e soprattutto non è), l’uso dell'acquedotto fu destinato 'unicamente' alla città dei Bruzi. Si giunse a questa decisione dopo aver constatato che sarebbe stato più difficile convogliare le acque delle sorgenti poste alle pendici della Sila, insufficienti ad arrivare in città.
Il grande acquedotto sorge nei pressi di San Donato di Ninea, su un sito montuoso di natura calcarea che assorbe come una spugna l’acqua piovana e ne modula la distribuzione nel corso dell’anno. In questo modo, considerando che in Calabria le piogge sono più abbondanti del 20% rispetto a tutte le altre regioni italiane, dovrebbe essere scongiurato il rischio di eventuali crisi idriche cittadine. Qualcosa non va, allora, se troppo spesso la città rimane a ‘secco’. Le precipitazioni, infatti, nonostante siano copiose, sono mal distribuite durante l’arco dell’anno, tanto che da giugno a ottobre piove pochissimo e i serbatoi si ritrovano in autunno con riserve minime. Inoltre, l’instabilità del terreno su cui si snoda l’intera rete dell’Abatemarco provoca continue interruzioni del servizio a causa delle frane che si verificano con una certa frequenza. E non bisogna sottovalutare gli 80 Km della rete che da San Donato di Ninea fino a Cosenza serve oltre una ventina di comuni. Tra questi Rende (compresa l’Università di Arcavacata) che a differenza di Cosenza non risente della penuria idrica perché usufruisce di una portata maggiore di acqua rispetto agli altri comuni.
Le risorse destinate alla sola città di Cosenza sono, dunque, assorbite da altri comuni, i quali, però, non condividono la stessa sofferenza idrica della città. Eppure, per dissetare la città che al mattino fa a gara con il tempo per usufruire dell'acqua corrente, sarebbe stato sufficiente realizzare nuove opere di presa in Sila. O costruire un nuovo acquedotto solo per la città dei Bruzi. L’idea risale a diversi decenni fa e prevedeva l’utilizzo di una risorsa idrica situata nel comune di Pedace, sul fiume Cardone, che attualmente fa funzionare la centralina idroelettrica dell’Enel. A valle della centralina si voleva realizzare l’impianto di potabilizzazione. Furono organizzate giornate di studio e fu anche preparato un progetto (erano i primi anni '80). Alla fine non si fece nulla: la città, che nel frattempo si era ampliata, contestualmente ai comuni limitrofi - la cosiddetta area urbana – si è dovuta accontentare di una quantità sempre minore di acqua. Con buona pace dei suoi amministratori e dei cittadini.
Cosenza oggi ha sete perché è mancata una politica concreta in grado di risolvere il problema e utilizzare meglio le risorse. 
21-7-2015

©Francesca Canino


24 giugno 2015

Cosenza, videosorveglianza a telecamere spente

SICUREZZA - Mancanza di fondi e problemi burocratici hanno fatto saltare il sistema

Sono oltre 100 fra Cosenza e Rende, il ministero dell'Interno stanziò 2 milioni




dal Quotidiano del Sud, 7 febbraio 2015

UN FENOMENO in crescita. Nelle sue molteplici modalità, la delinquenza a Cosenza non conosce crisi alcuna, anzi proprio la presunta crisi degli ultimi anni potrebbe essere la causa della sua recrudescenza. Se nelle scorse settimane la cronaca cittadina si occupava delle rapine ai danni di alcune attività commerciali del centro città, pochi giorni fa, invece, si è incentrata sull'esplosione di un ordigno dinanzi alla sede del Pse di via Popilia. Fatti delittuosi che si sommano a tanti altri, spesso non denunciati perché considerati minori, ma che sono altamente sintomatici della deflagrazione della criminalità nella città dei Bruzi, diventata insicura. È fondata oggi, nei cittadini, la percezione che i controlli siano insufficienti. Spesso si invoca l'installazione delle telecamere nei vari quartieri, specialmente in quelli considerati più a rischio, anche se ora è tutta la città ad essere a rischio.
Negli anni passati, Cosenza  era stata dotata di un sistema di telecamere per evitare, o cercare almeno di evitare, che si arrivasse alla situazione odierna. Durante la Giunta Perugini, furono installate in città le telecamere di sorveglianza grazie a ingenti finanziamenti ministeriali. Il sistema fu realizzato nell'ambito del Programma Operativo nazionale 2000-2006 “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia”. Il  progetto ha avuto un importo complessivo di 2.111.965,50 euro. Sono state individuate 106 aree controllate, 82 a Cosenza e 24 a Rende, con 117 postazioni, di cui 91 a Cosenza e 26 a Rende. Diversi i dispositivi video utilizzati: 90 telecamere brandeggiabili (71 a Cosenza e 19 a Rende), 41 lettorottici targhe (31 a Cosenza e 10 a Rende), 9 DVR bordo palo (6 a Cosenza e 3 a Rende), 6 MeshRecorder (4 a Cosenza e 2 a Rende). Il  progetto fu annunciato in pompa magna con una conferenza stampa congiunta dei sindaci di Cosenza e Rende e con l'assessore alla Sicurezza, Damiano Covelli, che tesseva le lodi di Marco Minniti che aveva fatto arrivare i finanziamenti a Cosenza, fra le poche città del Sud.
MENTRE
OCCHIUTO
VUOLE OCCHI
ELETTRONICI
PER I RIFIUTI
Un progetto a tutela dell'incolumità di tutti, che la Prefettura aveva perfezionato chiedendo il supporto della Questura e del Comune. Entrambi avrebbero dovuto provvedere al loro funzionamento e l'amministrazione comunale avrebbe dovuto fornire l'elettricità.
Cosa fatta dunque, ma il sistema non è mai entrato in funzione, nonostante i reiterati appelli lanciati ogni volta che la città subiva/subisce atti delittuosi. Qualcosa non ha funzionato e la collaborazione tra Questura e Comune non è mai iniziata per gestire il sistema. Sembra che alcune telecamere non fossero funzionanti, ma sembra anche che non siano state pagate le bollette dell'energia elettrica e quindi il sistema è rimasto inattivo. Non c'è stato, tuttavia, un grande interesse da parte del Comune per risolvere tali o altri problemi riguardanti la videosorveglianza, il risultato è che, a distanza di anni, non si conoscono i motivi della mancata messa in funzione del sistema. Si sa, invece, che i crimini aumentano e che il cittadino si sente sempre più in pericolo.
Questo fino ad oggi. Negli ultimi tempi è intervenuto un inatteso intoppo burocratico: si attende che il Ministero dell'Interno formalizzi il passaggio delle competenze sulla videosorveglianza dalle Prefetture ai Comuni e sembra si stia temporeggiando perché i costi ricadrebbero su questi ultimi, notoriamente con scarse risorse finanziarie.
Intanto, gli amministratori del Comune bruzio pensano di installare un sistema di videosorveglianza per contrastare l'abbandono dei rifiuti. Ma non si potrebbe far funzionare quello esistente anche per vigilare sui cosentini incivili che abbandonano la spazzatura ovunque? Un solo sistema potrebbe controllare criminalità e modi incivili, con un certo risparmio per le casse del Comune che, come un mantra, vengono continuamente definite in rosso, ma i risparmi in politica, si sa, non fanno consenso.
Cs-24-6-15 

©Francesca Canino

28 maggio 2015

Cosenza e il rifiuto del verde


COSENZA, MARZO 2015

 

Oltraggiato, sacrificato, spesso depredato, abbandonato come un rifiuto in mezzo ai rifiuti. Parliamo del verde cittadino, un grande patrimonio ormai alla deriva per incuria e inciviltà.



La città dei Bruzi è ricca di zone verdi popolate di alberi e aiuole, ma è povera di sensibilità verso l'ambiente e di politiche rivolte alla sua salvaguardia. È inesistente, in una città che si proclama aperta alle politiche sostenibili, un piano per il verde urbano, sebbene sia stato predisposto negli anni passati, ma mai approvato; è inesistente il servizio di video sorveglianza che avrebbe probabilmente evitato tanti sfregi alla flora urbana, come quelli compiuti da alcuni fiorai che, per realizzare le loro composizioni floreali, spesso non hanno esitato a tagliare le siepi o i rametti degli alberi giovani. Inesistenti, di fatto, sono le associazioni ambientaliste, le quali, più volte chiamate a intervenire su questioni riguardanti la tutela del verde, hanno preferito scaricare su altri i problemi o lavarsene le mani.




Le attuali condizioni del verde urbano, a partire dagli alberi sui marciapiedi fino alle villette, ai parchi e al verde delle frazioni, sono sempre più preoccupanti perché prive di attenzioni e di tutele. Di questo passo senza futuro.
Da quando è iniziata la potatura, cioè da novembre scorso, la maggior parte degli alberi ha subito, per la seconda volta in un paio di anni, la capitozzatura, un'operazione pericolosa che può incidere negativamente sulla vita dell'albero. Lo abbiamo scritto diverse volte, spinti anche dalle lamentele di tanti cittadini che hanno parlato di scempio. Niente da fare, la potatura cosiddetta selvaggia è continuata e oggi molte vie della città sono popolate di alberi di cui è rimasto solo il fusto o qualche abbozzo di ramo e molti sono stati eliminati. Un lavoro effettuato da personale che solitamente si occupa di altre mansioni, quindi non proprio esperti potatori.




Non sappiamo quale sia stato il destino dei rami tagliati dopo essere stati lasciati lungo i marciapiedi per giorni e giorni, né sappiamo perché molte potature sono state eseguite recentemente su alberi in piena fioritura. Eppure il comune di Cosenza si avvale della figura di un agronomo, esperto in scienze forestali e ambientali, incaricato di assistere il direttore della gestione del verde pubblico. Intanto, una visuale spettrale ha preso il posto del viale alberato, frondoso, piacevole alla vista e salutare per i polmoni, visto che gli alberi abbattuti non sono stati sostituiti e molti marciapiedi si presentano spogli, con le piccole aiuole che avrebbero dovuto contenere l'albero tramutate in cestini porta rifiuti.

Ma questa è una costante: non esiste spazio verde in città senza ammassi di immondizia e di deiezioni. Ciò in cui ci si imbatte, se si decide di fare un giro nelle villette, è solo spazzatura. Le foto che vi mostriamo testimoniano lo stato in cui versano le aree adibite al tempo libero, frequentate in massima parte da anziani e bambini: dai giardini pubblici di via Roma a piazza Loreto, da piazza Cappello a piazza XXV Luglio e alla villetta di via Fiume. Queste ultime sono le più fatiscenti a causa dei frequentatori serali, avvezzi alle gozzoviglie, che lasciano rifiuti e bottiglie in ogni angolo. Invasi anche dai volantini pubblicitari e dagli escrementi dei numerosi cani, i giardini pubblici del centro non attraggono più come un tempo.








E tra palme eliminate a causa del punteruolo rosso, potature discutibili, rifiuti in abbondanza, il quadro del verde cittadino è drammatico, né sembra essere rispettato l'obbligo di porre a dimora un albero per ogni neonato, previsto dalla Legge 10/13. La situazione non è dissimile per i parchi e per le frazioni a sud di Cosenza, aree che prenderemo in considerazione prossimamente.

©Francesca Canino

25 maggio 2015

Piano di riordino del commissario Scura, disparità tra province


4 MAGGIO 2015

 
NELLA fretta di presentare qualcosa al tavolo ex Massicci in modo da sbloccare i 100 milioni di premialità, il commissario ad acta Massimo Scura ha proposto in blocco il piano di riordino della rete ospedaliera elaborato da Urbani all'epoca di Scopelliti. Il piano avrebbe dovuto analizzare i fabbisogni di salute dei calabresi, adeguarli agli standard ospedalieri nazionali, stabilire, cioè, di quanti abitanti deve essere formato il bacino d’utenza perché una determinata specialità possa essere strutturata in unità complessa. Se per una cardiochirurgia, per esempio, necessitano due milioni di abitanti per mantenere alti standard di efficacia ed efficienza, considerato che la Calabria conta 1,8 milioni di abitanti si dovrebbe avere una sola cardiochirurgia in regione. Così si sarebbe dovuto agire per tutte le altre specialità. Il piano di riordino avrebbe, inoltre, dovuto esplicitare i criteri e le linee guida per gli atti aziendali, invece si è sostituito completamente a questi, riducendo quasi a zero gli spazi dei direttori generali. La cosa più grave, però, è l’assoluta mancanza di qualsiasi criterio generale e oggettivo nella stesura, che non si basa sui fabbisogni di salute dei cittadini di una certa area, ma su dati storici delle prestazioni erogate dalle Unità Operative Complesse (UOC) esistenti. Se l’Ortopedia di Cosenza lavora con solo 7 medici è chiaro che non può soddisfare celermente i bisogni di un vasto bacino d'utenza come quello dell'Annunziata. Di esempi del genere, in questo piano, ve ne sono a iosa: la Dermatologia che resta UOC a Reggio e a Catanzaro, mentre a Cosenza diventa Unità Operativa Semplice (UOS); la Chirurgia toracica, molto importante e con ottima casistica a Cosenza, resta UOS con 10 posti letto e a Catanzaro e Reggio sono invece UOC. Discorso a parte deve farsi per la Terapia Intensiva Neonatale (TIN), in cui si è creata una evidente sperequazione e si deve aggiungere che Cosenza è punto di riferimento regionale per la Chirurgia pediatrica e, particolarmente, per quella neonatale.
Quale logica è stata perseguita? Cosenza è un ospedale HUB e la sua provincia è la più estesa della regione, ma dai numeri riportati è chiaro che non è stato applicato alcun criterio oggettivo nella stesura del piano di riordino.

 

Declassata Dermatologia a Cosenza, ecco i numeri:

Nel 2014 l'Unità di Dermatologia ha eseguito 12.000 prestazioni, tra cui 2000 visite di Pronto soccorso e di consulenze urgenti, 350 interventi chirurgici, 750 trattamenti laser, 2000 trattamenti di fototerapia, 1000 visite di dermatologia pediatrica, 700 dermatoscopia in Epiluminescenza computerizzata, 300 capillaroscopie. É anche centro di riferimento per le malattie rare, per la psoriasi, per le malattie sessualmente trasmesse, per dermatiti allergiche da contatto, per tumori cutanei (melanomi ed epiteliomi) ed è l'unico centro calabrese che effettua microfototerapia con laser ad eccimeri come in pochissimi centri pubblici del territorio nazionale. Nella stessa sede si effettua terapia Fotodinamica. Non si capisce perché a Cosenza sia stata trasformata in unità semplice e abbia ricevuto un diverso trattamento rispetto agli altri hub calabresi. A Catanzaro le unità complesse sono state addirittura raddoppiate.
 

 

 Terapia Intensiva Neonatale (TIN)

CITTA'
UOC POSTI LETTO
BACINO DI UTENZA
PERCENTUALE DEL  TERRITORIO REGIONALE
COSENZA
10
800.000 abitanti
45%


CATANZARO
5
Cz, Kr, RC, Lamezia 1.000.000 abitanti
Cz, Kr, RC, Lamezia 55%
CROTONE
4
 
 
LAMEZIA
2
 
 
REGGIO CALABRIA
8
 
 

 

©Francesca Canino