‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

19 agosto 2018

Anche la chiesa nemica del verde urbano: tagliati gli alberi di SANTA TERESA



Il massacro degli alberi di Santa Teresa, avvenuto circa una decina fa, è l’ennesima dimostrazione della mancanza di sensibilità di certuni nei riguardi del verde urbano. Le azioni compiute su conifere che sono state malamente capitozzate e su una palma sana che è stata abbattuta completamente non passano inosservate, né sono state ammantate, questa volta, del solito silenzio dei cittadini, sebbene gli alberi in questione si ergessero in una grande aiuola di proprietà della chiesa. Un’area privata, dunque, su cui il legittimo proprietario può fare ciò che vuole. Per questo motivo, la protesta non si è potuta concretizzare con azioni dirette a fermare lo scempio, ma si è sollevata ugualmente e con toni abbastanza duri e di condanna verso chi ha predisposto il taglio degli alberi. Un segno, questo, che dimostra palesemente l’accresciuta sensibilità, rispetto agli anni passati, dei cittadini nei riguardi del verde urbano. È, invece, ancora presente negli amministratori e in tanti privati il disinteresse verso l’ambiente, che periodicamente diventa oggetto dei loro scellerati attacchi, sia per evitare di fare l’ordinaria manutenzione, che ha dei costi, sia per “fare ingrassare’’ le ditte che svolgono il lavoro di taglio e pulizia e le centrali a biomasse in cui viene scaricato il legname tagliato. Il solito business che abbiamo scoperto già da anni, ma che non si riesce a bloccare.



Risultano, poi, alquanto risibili e prive di fondamento le scuse addotte a difesa dei tagli nell’aiuola di Santa Teresa, visto che la palma era in perfetta salute, che non esiste una relazione stilata da un agronomo e che le conifere capitozzate necessitavano solo di una normale potatura. Si deve aggiungere che non è la prima volta che il parroco si lascia andare a distruzioni del genere, infatti, un paio di anni fa ha pensato bene di fare abbattere, senza ragione, dei grossi pini che sorgevano nel giardino della chiesa che aggetta su via Roma e su via Santa Teresa, come si può notare dalle foto.








Indigna assistere alla distruzione dell’ambiente per arricchire i soliti noti e indegno è chi si rende complice di questo ingiusto arricchimento ai danni della natura e della salute delle persone. Ignobile, poi, quando la distruzione degli alberi avviene per mano dei preti, che si trovano a gestire patrimoni per i quali non hanno versato una goccia del loro sudore per ottenerli e che in dispregio del loro credo distruggono il creato. Come possono essere credibili quando si riempiono ipocritamente la bocca delle parole della “Laudato Si”, l’enciclica sull’ambiente? Ma si sa, nel mondo chiesastico si predica bene e si razzola male e quanto accaduto anche a Santa Teresa non ne è che un’ ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno.
Cosenza, 19 agosto 2018
© Francesca Canino
    


18 agosto 2018

Delitti e misteri calabresi: Il rogo di corso Telesio del 18 agosto 2017


Un accesso sbarrato e tre persone e un cagnolino arsi vivi, chi ha chiuso quella porta? 

COSENZA - «Abbiamo tentato di salvarli precipitandoci al loro portone non appena abbiamo visto il fumo uscire dall’appartamento, ma varcato il cortile e giunti davanti all’ingresso della casa in fiamme ci siamo trovati davanti a una porta sbarrata. Strano, il portone era sempre aperto. Sempre. Quel maledetto 18 agosto, invece, la porta era stata chiusa dall’interno e ci ha impedito di salvare tre vite. Le fiamme divampavano con una velocità paurosa, il fumo avvolgeva ogni cosa al punto che non si vedeva quasi nulla, fuori un caldo torrido eccezionale e noi che cercavamo in ogni modo di salvare quelle povere vite».
C’è incredulità e sgomento nelle parole pronunciate dai vicini di casa della famiglia Noce, spettatori addolorati della tragedia consumatasi a corso Telesio, nel centro storico di Cosenza, il 18 agosto dello scorso anno, in cui hanno trovato la morte Antonio Noce, suo nipote Roberto Golia e la convivente di quest’ultimo, Serafina Speranza. E anche il loro cagnolino.

Il racconto di chi ha cercato di aiutarli è drammatico, gli amici e i conoscenti ripercorrono i momenti dell’apocalisse, sentono ancora addosso il terrore di quel pomeriggio rovente, segnato dalle fiamme e dal denso fumo che aleggiava sulla città: «Nel primo pomeriggio, una grossa colonna di fumo ha invaso una parte di Cosenza vecchia, abbiamo capito subito che proveniva dalla casa dei Noce. Molti residenti si sono dati da fare per avvertire i vigili del fuoco e il 118, mentre dall’appartamento in fiamme provenivano le urla disumane di Serafina, che chiedeva aiuto e ci diceva che stavano morendo. Il cagnolino abbaiava sul balcone. Abbiamo cercato di sfondare il portone, ma invano perché ben chiuso. Conoscevamo bene le abitudini dei tre e sapevamo che il portone della loro abitazione era sempre aperto». Perché quel pomeriggio era chiuso?
Constatato che l’accesso principale era sbarrato, ai residenti e agli amici accorsi in aiuto sono bastati pochi secondi per capire che tutto sarebbe stato più difficile e che quel che sembrava una disgrazia si stava infittendo di mistero. Proprio il portoncino - ben chiuso – ha subito alimentato il sospetto di una trappola in piena regola, ordita da qualcuno che, dopo aver innescato il fuoco, ha sbarrato l’ingresso, nell’intento forse di imprigionare definitivamente le tre vittime.  E a suggerire questo particolare inquietante – già nell’immediatezza dei fatti – sono stati alcuni testimoni: molti di loro i primi soccorritori. Da chi era stato chiuso il portone?
«AVVOLTI DA LINGUE DI FUOCO» - Per un attimo Antonio avrebbe provato a sfidare la sorte: «Buttati, buttati - gli hanno detto gli amici - ma non c’è riuscito, l’altezza gli ha fatto troppa paura, quanto le fiamme. E, quasi come se si fosse rassegnato all’idea della morte,  è ripiombato tra le lingue di fuoco. Non lo abbiamo più visto, purtroppo».
Mezz’ora appena e l’intero edificio è stato avvolto dalle fiamme. Lingue di fuoco alte e prepotenti, che hanno incenerito suppellettili, scale e solai in legno. E che i pompieri, impegnatissimi in altre zone della provincia a causa dei numerosi incendi dello scorso anno, hanno cominciato a domare poco meno di trenta minuti dopo lo scoppio dell’incendio, dovendo prima anche imbattersi in un grosso intoppo: l’idrante di fronte alla casa infuocata era fuori uso. Ciò li ha costretti ad attaccare le pompe agli appartamenti vicini, così trovandosi a dover fare i conti con la carenza idrica che s’abbatte periodicamente sulla cittadina bruzia. Una lotta contro il tempo fino all’arrivo dell’autobotte: intanto, le fiamme si sono propagate irrimediabilmente al piano superiore, dove le tre vittime hanno cercato riparo nella remota speranza che qualcuno sbloccasse l’accesso all’abitazione. Le lingue di fuoco, alte e foriere di morte, in breve hanno avvolto tutto il palazzo.

IL TERRIBILE EPILOGO - Le urla disperate e l’abbaio continuo del loro cagnolino lentamente si sono affievolite. Le dimensioni del rogo hanno impedito l’accesso a chiunque: le cianfrusaglie raccolte nel tempo dalle vittime – avvezze a portare in casa ciò che trovavano per strada - hanno concorso a innescare la bomba letale. E così, in poche ore, è andato tutto in cenere: anche i corpi di Antonio, Roberto e Serafina. Un fuoco ardente per oltre quattro ore e la grossa quantità di acqua riversata per domarlo ha aumentato il rischio dei crolli. Dei loro corpi non è rimasto un granché: tirati fuori dalle macerie soltanto il giorno dopo, si sono mostrati irriconoscibili, tanto che per il riconoscimento si è ricorso all’esame del DNA. Nei mesi successivi, sono stati celebrati i funerali delle tre vittime in cattedrale, senza i resti dei loro corpi, restituiti ai familiari solo poche settimane fa.

IL SOSPETTO È CHE IL PORTONE SIA STATO CHIUSO A CHIAVE VOLUTAMENTE Le tre vittime – come tante altre persone che vivono nel centro storico di Cosenza – erano gli emarginati della società, la stessa che chiede giustizia. Ma si è davvero trattato di incendio doloso? Gli inquirenti hanno passato al vaglio i filmati girati con gli smartphone dagli abitanti che hanno assistito alle fasi più terribili del rogo. Nelle loro mani ci sono anche le riprese di alcune telecamere di zona, che potrebbero aver immortalato qualcuno uscire proprio dal vicolo che dà l’accesso alla palazzina andata a fuoco.
A distanza di un  anno esatto, non si può ancora escludere che vi sia stato un ideatore in questo piano criminale e che non abbia agito al solo scopo di spaventare o minacciare i tre sciagurati. L’obiettivo era uccidere? Questa la pista privilegiata dagli investigatori.

«INDAGHIAMO ANCHE PER OMICIDIO» - La Procura di Cosenza ha ipotizzato la matrice dolosa della disgrazia dopo aver ascoltato i testimoni e aver constato il portone di casa serrato. Le indagini sono andate avanti in questi mesi, ma non sono state ancora chiuse, si segue la pista dell’omicidio. Per gli inquirenti resta improbabile, intanto, l’ipotesi che Antonio, Roberto e Serafina possano aver giocato con il fuoco, per cuocere qualcosa o per altro.
I LIBRI ANDATI IN FUMO – L’incendio sviluppatosi nello stabile in cui viveva la famiglia Noce, si è propagato nel corso delle ore anche all’edificio adiacente, un palazzo storico appartenente a un privato, Roberto Bilotti, che da poco lo aveva ristrutturato e arredato per poter ospitare anche importanti eventi. Una buona parte di esso è andata in fumo, si sono, infatti, bruciati mobili, quadri e una libreria contenente – a detta di Bilotti – testi antichi, tra cui una copia del De Rerum Natura Iuxta Propria Principia del filosofo cosentino Bernardino Telesio. Il proprietario Bilotti, che da tempo aveva segnalato alla procura – come si è affrettato a dire ai media nazionali e internazionali – la pericolosità dei Noce per il suo patrimonio, deteneva anche manoscritti, documenti, incunaboli. Nello specifico, Bilotti ha sottolineato che i componenti della famiglia erano soliti accendere il fuoco per cucinare o per riscaldarsi e che questo avrebbe potuto costituire un pericolo per i suoi beni. Nei giorni successivi, è stato escluso che l’incendio fosse partito dalla casa delle vittime ed è emerso che il patrimonio librario di Bilotti era meno prezioso di quanto egli stesso aveva, nell’immediatezza, affermato e che era sconosciuto non solo alla Soprintendenza archivistica della Calabria, come ha fatto sapere il soprintendente Mario Pagano con una lettera inviata ai giornali il giorno dopo l’incendio, ma anche alle personalità del mondo culturale e politico cittadino.
Cosenza, 18 agosto 2018
© Francesca Canino   

16 agosto 2018

Delitti e misteri calabresi: Le inspiegabili sparizioni dell'istituto Papa Giovanni


Giuseppe aveva 42 anni quando ha esalato l’ultimo respiro all’istituto Papa Giovanni 
che lo ospitava da anni. Un alone di mistero rimane ancora oggi sulle cause della morte, peraltro i suoi familiari non hanno ricevuto alcuna documentazione relativa al decesso. La triste storia di Giuseppe, un giovane con problemi mentali rinchiuso in diverse strutture psichiatriche da quando era un bambino e deceduto improvvisamente, si inserisce nella sconvolgente vicenda dell’Istituto Papa Giovanni XXIII (IPG) di Serra d’Aiello, in provincia di Cosenza, che da casa di accoglienza divenne casa degli orrori.
Il giovane giunse nella struttura nei primi anni ’90, dopo essere stato ospite in vari istituti. Già da quando era un bambino, la madre, che soffriva di una grave forma di depressione, decise di rinchiuderlo in un istituto perché manifestava alcuni disturbi psichici. La sua è stata una vita di sofferenze e incomprensioni: spesso veniva incatenato al letto e dimenticato dagli stessi operatori sanitari che avrebbero dovuto prendersene cura. Egli rappresenta l’emblema dell’indifferenza della nostra società, che miete vittime, non lenisce le sofferenze umane e calpesta i diritti dei più deboli, come Giuseppe, che morì improvvisamente nonostante una relazione medica di pochi giorni prima stabiliva un “lieve miglioramento delle condizioni del paziente affetto da ritardo mentale con turbe del comportamento”. Una morte inspiegabile.
L’IPG di Serra d’Aiello: Un caso che non rappresenta, tuttavia, un episodio isolato: l’Istituto Papa Giovanni di Serra d’Aiello, infatti, fondato per accogliere le sofferenze dei malati e dare loro sollievo, fu teatro di fatti inquietanti, aventi come protagonisti malati di mente, anziani, disabili, gente sola e abbandonata a se stessa. Un lager di ripudiati. Eppure, il suo fondatore, don Giulio Sesti Osseo, che aveva costruito la struttura negli anni ‘50, era una persona di grande umanità. Costretto in modo subdolo dalla Curia cosentina ad abbandonare la gestione dell’istituto circa mezzo secolo dopo la sua fondazione, don Giulio si ritirò e il Papa Giovanni fu affidato a don Alfredo Luberto. Sotto la sua gestione si verificò il declino della struttura e la trasformazione della casa di accoglienza in “clinica degli orrori”, malgrado gli esosi finanziamenti che la struttura riceveva. Introiti consistenti provenienti dai beni personali dei malati e dai contributi che la Regione Calabria erogava per l’assistenza ai numerosi degenti dell’istituto, migliaia e migliaia di euro inghiottiti dall’avidità del prete che viveva in una lussuosissima casa. Impreziosita da disegni di De Chirico, di oggetti d’oro e d’argento, da una scultura di Manzù, da mobili di lusso, sauna e palestra in mansarda, la casa di Luberto custodiva anche stilografiche preziose e rare collezione di orologi. Il prete con la passione per le moto, nipote a sua volta di un sacerdote cosentino, non si preoccupò mai di lasciare per settimane intere i degenti in mezzo alla sporcizia, tra zecche e scabbia, letti malmessi e senza coperte, finestre rotte anche d’inverno, a fronte di una retta giornaliera per ogni ricoverato pari a circa 150 euro, di cui solo 10/15 euro venivano spesi realmente per i malati. Per questi motivi fu indagato e sospeso a divinis, arrestato nel luglio del 2007 con l’accusa di aver distratto centinaia di migliaia di euro dalle casse del Papa Giovanni. In primo grado fu condannato col rito abbreviato a sette anni di reclusione, in Appello si chiesero cinque anni, pena confermata in via definitiva dalla Cassazione per truffa aggravata, utilizzazione di diffuse fatturazioni per operazioni inesistenti, falsificazioni di documenti contabili e malversazioni contro i degenti della casa di cura psichiatrica di proprietà della Curia cosentina. Gli imbrogli di Luberto coinvolsero anche amministratori e personale della struttura, fu indagato perfino l’allora vescovo di Cosenza, Giuseppe Agostino, che avrebbe dovuto vigilare e che invece lasciò Luberto libero di disporre dei fondi dell’istituto, mentre anziani, paralitici, malati di mente, mutilati, povera gente spesso non voluta dalle famiglie era trattata senza umanità, tra sporcizia, fame, degrado.
Ma l’orrore va oltre. La magistratura si trovò presto di fronte a casi di sparizioni, morti sospette, lesioni gravi, forse anche un traffico di organi. Su queste aberrazioni si aprì un’inchiesta per far luce sulla scomparsa di una decina di ospiti, mai ritrovati. Che fine hanno fatto questi degenti? Si sono allontanati dall’istituto alla ricerca della libertà o sono stati fatti sparire – come hanno ipotizzato gli investigatori – perché qualcuno voleva appropriarsi dei loro beni o dei loro organi?
Non trascorse molto tempo che saltarono fuori le stranezze delle cartelle cliniche, compilate tutte allo stesso modo, con diagnosi uguali. Molte di esse, relative ad alcuni ammalati, non furono mai trovate e tanti decessi non vennero neanche registrati. Si ipotizzò che dietro a ogni decesso non registrato vi fosse l’ombra di un omicidio.
Il monsignore avido: Ma torniamo al sacerdote Luberto, costretto a dimettersi da presidente della fondazione Papa Giovanni dopo una serie di riscontri. Nei giorni precedenti all’arresto, circolavano voci su fatture per viveri ‘fantasma’, merce che non corrispondeva a ciò che realmente arrivava nei magazzini. La gestione personalistica dei fondi destinati all’istituto aveva arricchito il prete-presidente sulla pelle dei poveri degenti. Il sacerdote Luberto milionario e gli ammalati tra le zecche, il freddo, la fame.
In questa sconcertante storia ci fu un episodio che scosse l’opinione pubblica e che decretò la fine dell’istituto: lo sgombero della struttura disposta dalla Procura di Paola il 17 marzo 2009. In piena notte, oltre 300 ospiti del Papa Giovanni furono trasferiti in altre strutture sanitarie della provincia, all’improvviso, all’insaputa dei familiari e soprattutto senza un motivo. Anziani e ammalati furono costretti ad alzarsi dai letti e a lasciare l’istituto in pigiama, senza avere il tempo di prendere le loro povere cose, tra urla, terrore, lacrime. Le immagini dei telegiornali trasmesse il giorno dopo l’evacuazione rimasero impresse nella mente di tutti e aprirono uno squarcio sulla clinica degli orrori: nessuno poteva più ignorare cosa accadeva a Serra d’Aiello. Perché la Curia cosentina non impugnò l’ordinanza per evitare il trasferimento degli ammalati? Rimarrà uno dei tanti enigmi della vicenda.
Il mistero degli scomparsi: I riflettori, a questo punto, si accesero sui pazienti scomparsi e sulle morti misteriose. La Procura di Paola ordinò la riesumazione di settanta salme custodite nei loculi del cimitero di Serra d’Aiello per accertare, con l’esame del DNA, che corrispondessero agli scomparsi. Furono riscontrate diverse anomalie durante l’ispezione, tra cui la presenza in alcuni loculi di due bare, realizzate appositamente di una dimensione più piccola del normale per farle entrare in un unico loculo. Ad un successivo controllo effettuato nel febbraio del 2010, con l’apertura delle singole bare si trovarono più corpi all’interno della stessa bara o corpi tumulati e successivamente spostati da una bara all’altra. Le ricerche non sortirono gli esiti sperati, dei fantasmi del Papa Giovanni non vi era neanche l’ombra. Scomparsi nel nulla e l’ipotesi del procuratore di Paola, cioè la sepoltura clandestina dei degenti, rimase senza riscontri.
Gli inquirenti cercarono anche di far luce sulla morte misteriosa di sette pazienti, tra cui Giuseppe, senza giungere ad alcun risultato.  
I misteri permangono.


Cosenza, 16 agosto 2018
©Francesca Canino

10 agosto 2018

La Metro senza le autorizzazioni VIA e VAS?


La construenda Metro di Cosenza sul grande viale/arteria della città, fa discutere anche in pieno agosto. Dopo le numerose manifestazioni, le firme raccolte per il referendum, i dibattiti sui media e nelle piazze, giungono notizie in merito alla valutazione di impatto ambientale (VIA) che sembra non esserci. Abbiamo fatto una piccola ricerca e abbiamo scoperto quanto segue:
A fine 2009 è stata presa la decisione di non assoggettabilità del progetto della cosiddetta ‘metropolitana leggera di Cosenza’ a VIA, Valutazione Impatto Ambientale, che ha una validità di 5 anni. Non risulta essere stata rinnovata. Ma, secondo il D. Lgs. 3 aprile 2006 n.152 in nessun caso “può farsi luogo all’inizio dei lavori senza che sia intervenuto il provvedimento di valutazione dell’impatto ambientale… che costituisce presupposto e parte integrante del procedimento di autorizzazione o approvazione. I provvedimenti di autorizzazione o approvazione adottati senza la previa VIA, ove prescritta, sono annullabili per violazione di legge”.
Il “Regolamento Regionale delle procedure di valutazione di impatto ambientale (VIA), di valutazione ambientale strategica (VAS) e delle procedure di rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali” elenca i progetti da sottoporre a verifica di assoggettabilità a VIA e nella parte riguardante i progetti di infrastrutture comprende, tra gli altri, anche “i sistemi di trasporto a guida vincolata (tramvie e metropolitane), funicolari o linee simili di tipo particolare, esclusivamente adibite al trasporto di passeggeri”.
Probabilmente, il progetto dovrebbe essere sottoposto anche a VAS, perché assume i caratteri e l’estensione di un piano/programma territoriale (D. Lgs. 152/06, art.4, c.4, lett.a). In questo caso la VAS deve essere avviata contestualmente alla progettazione (art.11, c.1). La valutazione deve essere anteriore all’approvazione del piano (art.11, c.3) e costituisce parte integrante del procedimento di adozione ed approvazione (art.11, c.5). Infine, i provvedimenti amministrativi di approvazione privi di VAS sono annullabili per violazione di legge (art.11, c.5).
È difficile immaginare che il progetto della Metro, di forte impatto ambientale, non sia stato sottoposto a VIA e VAS, come prevedono i regolamenti, ma pare che le autorizzazioni siano introvabili.
Cosenza, 10 agosto 2018
© Francesca Canino

08 agosto 2018

Modello Riace, è tutto oro quel che luccica?


La battaglia intrapresa dal sindaco di Riace, Domenico Lucano, e sostenuta da enti, associazioni, stampa, personalità del mondo calabrese e non solo per far vivere ancora il ‘modello Riace’, occupa da oltre un mese le cronache regionali e, spesso, anche nazionali. Lucano ha da poco iniziato lo sciopero della fame per raggiungere il suo obiettivo, mentre una pletora di personaggi si è schierata dalla sua parte, affinché non muoia l’esperienza di accoglienza e integrazione che il piccolo centro ha avviato vent’anni or sono nei confronti dei migranti. Il sindaco lamenta, oggi, la mancata erogazione dei fondi che gli consentirebbe di proseguire la sua opera e attribuisce le responsabilità ad una generica ‘burocrazia’. Su ciò si sono costruiti articoli, programmi televisivi, campagne sui social, staffette, senza mai chiedere cosa deve intendersi per ‘burocrazia’. In molti avranno pensato ad un’azione disumana messa in atto dall’attuale governo per bloccare il modello Riace, ma nessuno, tuttavia, è a conoscenza delle reali motivazioni che tanto preoccupano Lucano.   
Il Ministero dell’Interno ha inviato, il 30 luglio scorso, una comunicazione al sindaco di Riace in riferimento al progetto SPRAR per l’accoglienza di 165 beneficiari, «in prosecuzione per il triennio 2017-2019 – riporta il documento ministeriale - per un importo annuale di € 2.021.404,00. Al riguardo si riassumono le vicende relative alla gestione del progetto, sin dal monitoraggio condotto dal Servizio centrale il 20 e il 21 luglio 2016» i cui esiti sono stati trasmessi al sindaco. In quella data sono state accertate «plurime anomalie gestionali ed amministrative nonché criticità in merito ai diversi servizi di accoglienza che caratterizzano i progetti SPRAR».
A rischio il progetto di accoglienza SPRAR - Tra le criticità sono citate le strutture destinate all’accoglienza, non in linea con i criteri di confort stabiliti dalle Linee guida stabilite; la mancata rispondenza con quanto indicato nella proposta progettuale in merito alle modalità di erogazione del pocket money; l’erogazione del vitto tramite buoni cartacei prodotti ad hoc dal progetto e spendibili esclusivamente in alcuni esercizi commerciali; l’assenza di figure professionali necessarie a garantire una adeguata presa in carico del migrante; la mancata attivazione della supervisione psicologica, obbligatoria; la mancata rispondenza dei servizi erogati con quelli indicati nella domanda; le criticità sul livello di comprensione della lingua italiana da parte dei soggetti accolti, nonostante i lunghi tempi di permanenza nel progetto territoriale; l’anomalia nelle attività di orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo ed abitativo e altre ancora.
Non sono state sanate le criticità pregresse – Si è di fronte ad una situazione di disordine amministrativo in cui sono state accertate altre criticità in riferimento agli enti gestori, individuati in assenza di gare ad evidenze pubblica, in riferimento alle strutture di accoglienza dei migranti, per le quali non risulterebbero accertate le condizioni di agibilità e abitabilità per legge obbligatorie, con canoni di locazione superiori alla media dei prezzi del mercato locale. In riferimento agli operatori, non in possesso di adeguata professionalità.
In quindici pagine, il Ministero rileva criticità e anomalie in seguito a diverse verifiche fatte, le quali hanno evidenziato che «tale reiterazione costituisce un attendibile indice della cronica incapacità di codesto Ente a realizzare un efficace impianto organizzativo idoneo a conseguire obiettivi di economicità, efficacia ed efficienza».
Possibilità di revoca del contributo - E dopo l’avviso di garanzia ricevuto nei mesi scorsi, dopo il dissesto economico-finanziario della municipalità che amministra per la terza volta consecutiva, Lucano ha ora ricevuto la comunicazione del Ministero in merito all’avvio del procedimento finalizzato all’applicazione di 44 punti di penalità, con le conseguenze di cui all’art. 27, comma 4 del D.M. 10 agosto 2016, che prevede la possibilità di revoca totale del contributo se il sindaco non presenterà entro 10 giorni «dal ricevimento della presente osservazioni corredate da documenti utili e pertinenti all’oggetto del procedimento».
In sintesi, il progetto di accoglienza messo in campo dal comune di Riace, secondo il Ministero dell’Interno, è stato disatteso su quasi tutta la linea, al punto che è stato avviato un procedimento - contemporaneamente alle staffette, allo sciopero della fame e ad altre iniziative a sostegno di un modello che forse deve essere rivisto - che potrebbe revocare il contributo annuo di oltre 2 milioni di euro destinati all’accoglienza di 165 beneficiari.
Cosenza, 8 agosto 2018


© Francesca Canino


 G












19 luglio 2018

Questione stadio Ezio Scida di Crotone. La senatrice Margherita Corrado spiega nuovamente i termini della vicenda: l’errore risale al 2016.

La questione è chiarissima: nel 2016 la giunta, sostenuta dal consiglio comunale al completo, ha chiesto piagnucolando al Ministero una eccezione al Codice dei beni culturali, cioè di fatto una deroga alla legge che vale per tutti in Italia, e inopinatamente l'ha ottenuta. L'ha ottenuta per due anni, scadenza 18.7.2018, data entro la quale hanno giurato di smontare le tribune, del resto montate perché rimovibili e prese in affitto. Nei due anni trascorsi non solo non è stato costruito il nuovo stadio ma neppure deciso dove farlo, e le tribune intanto sono state COMPRATE. Non c'era alcuna volontà di mantenere i patti e il Ministero lo ha capito. Davanti alla seconda richiesta di violare la legge, ha detto no. L'amministrazione Pugliese ha gestito tutto e malamente. Io non me ne occupo più da gennaio, quando per l'ultima volta chiesi al Ministero notizie proprio perché si avvicinava la scadenza, e come avevo fatto spesso perché con l'associazione culturale di cui faccio parte monitoro tutto ciò che riguarda i beni culturali crotonesi. In campagna elettorale dissi espressamente che per me il Ministero poteva dare proroga di 1 o 1000 anni, fa lo stesso, perché l'errore era del 2016. Io non me ne sarei occupata, non avendo condiviso la scelta (di Comune e Ministero) fin da allora. Questo è quanto. Fa comodo a Pugliese e ai suoi, poiché da sempre cercano di zittirmi su antica Kroton, far passare me per responsabile di un pasticcio che hanno creato, coltivato e concluso loro, affossando con sé stessi la città. Tenterò di mediare con il Ministero ma la situazione è molto compromessa.

Margherita Corrado (M5S Senato)