‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

09 marzo 2015

L'ultimo brigante: Francesco Acciardi di Aprigliano



  da ''Il Quotidiano della Calabria'', dicembre 2012

QUEI briganti del Sud che intimorivano la popolazione con fatti violenti o con  scellerate condotte contrarie alla morale e alla legge, spesso iniqua, sono diventati in alcuni casi il simbolo del coraggio virile che tanto ha affascinato donne e giovani. Eroi contro ogni convenzione, che ribellandosi al potere diventavano gli alleati del popolo, i difensori degli ultimi, i paladini di una giustizia che poco considerava i più deboli. Una sorta di nemesi che colpiva l'immaginario collettivo, anche di stranieri. Donne in particolare, che non furono immuni al fascino del brigante, come accadde nella vita di Salvatore Giuliano e, per altri versi, in quella di Francesco Acciardi, la cui vicenda intenerì la scrittrice olandese Nanny Klinkert, traduttrice del romanzo “Il Brigante” di Giuseppe Berto. La scrittrice venne in Italia per conoscere l'ergastolano Acciardi e intraprese una lunga battaglia per ottenere la grazia, chiedendo aiuto alla moglie del futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, allora Presidente del Consiglio e alla signora Reale, parente del ministro di Grazia e giustizia.


Meno noto di tanti altri briganti, Acciardi, detto 'Cicciu ‘e mare mare', nacque a Grupa di Aprigliano nel 1893. Condusse una vita normalissima fino a vent'anni, lavorando con il padre nei campi. Coltivavano un terreno confinante con la proprietà della famiglia Celestino, della cui giovane figlia, Ida, Acciardi si innamorò. Fu questo l’evento che segnerà tutta la sua vita.

Di temperamento sanguigno, i suoi problemi giudiziari dovuti a semplici liti con altri compaesani iniziarono nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Acciardi fu arruolato, ma disertò, sebbene per pochi giorni, perché voleva rivedere la sua fidanzata. Fu arrestato e posto dinanzi alla scelta di rimanere in prigione o essere arruolato nel battaglione d’assalto in prima linea. Scelse il fronte con gli arditi, come ha scritto Tonino De Paoli nell'opera più completa e veritiera sulla vita del brigante, dal titolo “Processo ai processi”, che ci permette oggi di raccontare la tumultuosa esistenza di Francesco Acciardi. Dopo il ferimento sul Piave fu decorato con la medaglia d’argento al valore e con i gradi di sergente e alla fine della guerra fece ritorno ad Aprigliano. In quegli anni il piccolo centro della presila cosentina si preparava a vivere una fase dolorosa e comune a quella di tanti altri paesi meridionali: l'emigrazione verso l'America del Nord e del Sud. Troppa fame spingeva la gente a cercare una vita migliore in altri paesi e per chi rimaneva le prospettive non erano rosee.

In questo contesto sociale Acciardi fu accusato di aver assassinato il compaesano Domenico Abbruzzini, un ricco possidente. Accusa mai provata, ma ricaduta su di lui per l'acquisto di un fucile nei giorni precedenti l'omicidio e per il fatto che la vittima aveva da tempo iniziato una relazione amorosa con la cugina di Acciardi, ostacolata dalla famiglia della giovane perché Abbruzzini era un gran donnaiolo. Acciardi si dichiarò innocente, aveva un alibi di ferro: nell’ora del delitto si trovava a Cosenza, in casa di Ida Celestino, la donna che amava. Ma ella, che non si presentò in aula, sostenne  in una deposizione giurata che non lo frequentava da tempo, tanto più la sera del delitto. Acciardi fu condannato sulla base di semplici indizi a circa 17 anni di carcere, ridotti poi a sette dai Regi Decreti. Scontò la pena nel carcere di Cosenza e in quello di Pozzuoli. Tra i suoi avvocati figuravano Nicola Serra e Luigi Filosa che non riuscirono a dimostrare ciò che alcuni testi dichiararono in seguito, cioè che la Celestino aveva confermato loro l'alibi di Acciardi, ma che non lo aveva espresso per paura dei fratelli. La stessa tesi fu sostenuta da alcuni testimoni oculari che videro Acciardi a Cosenza la sera del delitto. Il fratello di Abbruzzini scrisse una lettera in difesa di Acciardi, incapace, a suo parere, di un crimine del genere. Alcuni oggi sostengono che in punto di morte un compaesano confessò di essere stato l'autore del delitto per dare una lezione ad Abbruzzini che aveva fatto una proposta indecente alla propria figlia.

Scontata la pena Acciardi fece ritorno ad Aprigliano, dove nel 1929 fu accusato di tentato omicidio ai danni dell’ex fidanzata Ida Celestino e quindi condannato ad altri mesi di carcere, in seguito ai quali fu sottoposto alla più rigida obbedienza per il suo stato di sorvegliato speciale. Le sue disobbedienze, però, indussero i Carabinieri ad assegnarlo a una colonia agricola. In questo periodo, estate del 1931, sposò la sedicenne Emilia Savaglio, detta Miliella. Segnalato come soggetto pericoloso, il Giudice di Sorveglianza gli impose una cauzione di quattromila lire o in alternativa due anni di colonia agricola. Non riuscì a trovare la somma e la sua posizione fu aggravata per aver procurato lesioni a un compaesano e per aver minacciato un carabiniere. Consapevole della sua situazione, per sfuggire alla galera si diede alla macchia, seguito a breve dalla moglie. Di giorno lavoravano duramente e di notte dormivano nei campi, sotto un gelso. Un contadino, Salvatore Musso, diventò amico fidato dei due coniugi fino alla notte tra il 22 e il 23 luglio del 1932, quando Francesco e Miliella, dopo una dura giornata di lavoro nei campi, fecero ritorno al loro gelso e a sera caddero in un sonno profondo, interrotto solo dalla frescura della notte. Francesco, innamorato e premuroso sposo, si svegliò e coprì la moglie con la sua giacca per poi riprendere sonno, ma due colpi di fucile lo svegliarono. Si rese subito conto che era stata colpita Miliella e che la vittima designata era lui. Per quegli strani casi del destino, la giacca che avrebbe dovuto proteggerla dal freddo l’aveva esposta al pericolo supremo. Scambiata per Francesco, Salvatore Musso la uccise selvaggiamente. Era incinta di cinque mesi. Acciardi, nel tentativo di salvarla, aveva gridato la sua resa ai Carabinieri, pensando fossero stati questi a uccidere la moglie. Ma intorno era il silenzio, allora intuì che l’autore del misfatto era qualcuno che abitava nella casa vicina. Fu preso da una vera e propria monomania omicida che lo indusse a uccidere, nei giorni 24 e 25 luglio, Ida Celestino, i suoi genitori e altre quattro persone. Alla strage fece seguito, il giorno dopo, il ferimento di due carabinieri. Poi fuggì e si nascose nelle vicinanze, qualche settimana più tardi si costituì volontariamente. Il processo si svolse nella Corte d’Assise di Castrovillari alla presenza di un numerosissimo pubblico giunto da ogni parte della regione per guardare negli occhi Acciardi, assassino ed eroe vendicatore nello stesso tempo che era diventato bandito per amore. L’accusa sostenne che l’insano gesto del Musso era scaturito da un sentimento di rivalsa contro Acciardi che lo aveva sottomesso e obbligato a eseguire i suoi comandi. La difesa, invece, ritenne che il Musso fosse stato allettato dalla taglia posta per la sua cattura e da una sorta di impunità  della quale credeva di potersi avvalere per la sua collaborazione con la giustizia. Alcuni paesani raccontarono che il Musso, dopo una violenta rissa con il fratello, fu arrestato e guadagnò la libertà in cambio della promessa di consegnare Acciardi vivo o morto, poiché i Carabinieri, nonostante le forze impiegate, non riuscivano a catturarlo.

Memorabile fu l'arringa dell'avvocato Gennaro Cassiani: “Acciardi negli anni '20 subisce una condanna e grida la sua innocenza, ucciderà in seguito i Celestino perché la figlia Ida non volle testimoniare nel processo di Assise di essere stata con lui nell'ora del delitto: un alibi che significava una sentenza di assoluzione. In conseguenza della condanna è sottoposto a vigilanza speciale. Dopo qualche tempo è denunciato per una volontaria trasgressione agli obblighi della sorveglianza. Dove ha peccato Acciardi? Se ha peccato ha trovato pure la sua riabilitazione sposando una giovane ragazza di sedici anni e intanto viene chiesta la cauzione di buona condotta di quattromila lire. C'è dunque una miseria umana capace di inchiodare la miseria degli uomini sulla croce del delitto? Sì, c'è questa giustizia, perché il Giudice di Sorveglianza ad Acciardi dice: ‘O la cauzione o la colonia’. Acciardi chiede, cerca, invoca, finalmente pare abbia trovato, va a Cosenza, ma è troppo tardi, deve essere inviato in colonia. Alla sua mente infiammabile si presenta una sola via di scampo, la via della campagna. La moglie vuole seguirlo, ha paura dei Carabinieri che ogni sera bussano alla sua porta e segue il marito. Girano insieme, vagando. I Carabinieri sono sulle piste di Acciardi, ma cosa ha fatto il brigante Acciardi? Nulla... gli hanno chiesto quattromila lire e non le ha potute pagare. Il Giudice di Sorveglianza ha voluto dare alla miseria il nome di delitto, e Acciardi è al bando. Non c'è contro di lui un mandato di cattura, non potrebbe esserci ed egli intanto batte la campagna come un bandito. E poi la sera del 23 luglio... è questo il momento in cui il destino di un uomo può diventare l'urlo possente di una raffica donde scaturisce sangue, vendetta, disperazione e tutto travolge la mente di quell'uomo e tutto in lui cede il posto a una forma tipica di monomania omicida. Acciardi inizia la corsa alla follia. Ecco il valore del delitto Musso. Ecco il significato vero del danno che ne è significato ad Acciardi. Che altro sono i delitti di Acciardi se non una conseguenza immediata dell'uccisione della giovane moglie.

Il dramma è nella realtà: la miseria di un uomo inchiodata sulla croce del delitto, la carabina di uno sciagurato che spegne due vite innocenti, l'una fiorita, l'altra dischiusa, il dolore che sanguina, il dolore che uccide, il dolore che benda gli occhi e fascia la mente...”.

Fu chiesta la pena di morte, ma la Corte mutò la richiesta, condannando all'ergastolo Acciardi, con l’aggiunta di quattro anni di isolamento. Una pena di 18 anni fu inflitta a Musso.

Un articolo del marzo del 1947 apparso su ‘L’Europeo’, così descrisse gli eventi di quella notte: “… la popolazione, nonostante le uccisioni e il terrore che ispirava la figura del bandito, sentiva in un certo senso di poterlo giustificare col movente passionale. La patetica fine di sua moglie, poi, commuoveva in modo particolare e il ricordo del primo processo, in cui l’Acciardi era stato condannato si pensava su semplici indizi, la condotta della sua ex fidanzata che non aveva voluto confermare l’alibi, tutto questo induceva gli animi a sentimenti di compassione e di indulgenza. Insomma la fantasia popolare stava già creando la leggenda del vendicatore, dell’eroe che, in un momento di aberrazione, uccideva e faceva strage dei nemici reali o presunti per salvare l’onore e la memoria della donna amata”.

Acciardi fu rinchiuso nel carcere di Ponza, che all'epoca era duro e amaro: “Ogni giorno era un lungo giorno, in pochi mesi si era piegati”, soleva ricordare in paese.

Evase nel '44 in seguito ai bombardamenti e fuggì al Nord, dove fu arrestato dai tedeschi e deportato in Germania. Fu tra i pochi fortunati a far ritorno ad Aprigliano a fine conflitto, credendo che la guerra avesse definitivamente cancellato la sua condanna. Si trovò un lavoro in un’impresa boschiva, ma girava sempre armato, tanto da allarmare i Carabinieri che decisero di tendergli un tranello per riportare una certa tranquillità nelle campagne apriglianesi. Gli chiesero aiuto per la cattura di un pericoloso latitante che si nascondeva nelle montagne e Acciardi, che conosceva bene quei luoghi, accettò. Ma appena iniziata la battuta, i Carabinieri lo immobilizzarono e lo riconsegnarono alla giustizia. Tornò in carcere, prima a Porto Azzurro e poi a Procida, da dove uscì il 27 agosto 1966 in seguito a un Decreto di Grazia del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Gli fu imposto, però, un periodo di cinque anni di libertà vigilata. Pochi mesi più tardi sposò Emilia Schiavo e trovò un lavoro presso una casa editrice di Cosenza. Nel 1976 si accesero di nuovo i riflettori su di lui: nel mezzo di una discussione esplose un colpo contro la cognata che fortunatamente rimase illesa. Di nuovo il carcere, anche se solo per un breve periodo. Durante l’attesa del giudizio, nel carcere di Cosenza a Colle Triglio, tentò, senza riuscirci, il suicidio. Fu assolto e tornò libero. Morì due anni dopo ad Aprigliano, il 24 settembre 1978.

Ad Aprigliano ancora ricordano che non ci fu mai un giudizio unanime su Acciardi, alcuni lo descrissero come un uomo sanguigno e forte, ottimo tiratore di fucile, altri come un prepotente, altri ancora come una persona normale che solo le ingiuste vicende subite avevano trasformato in uno spietato criminale. Non furono tanto i delitti a dargli la denominazione di brigante, quanto il romanzo di Berto e il film di Castellani girato a Scandale. Berto apprese la storia da un articolo pubblicato sull’Europeo e il suo romanzo, tradotto in dodici lingue, divenne un best seller negli Usa, mentre duecentomila copie furono vendute nell’ex URSS. Nel 1961, dal romanzo fu realizzato un film dal regista Renato Castellani che fu presentato alla Mostra cinematografica di Venezia. ‘Il Giorno’ del 31 agosto 1961 scrisse: “E’ a nostro parere un film da Leone d’oro”. La storia del brigante, dopo il Decreto di Grazia, negli anni ’60, fu trasmessa a puntate sulla radio nazionale.

Si ringrazia Tonino De Paoli per le foto e le notizie
 
9-3-2015
©Francesca Canino

 

 

 

 

08 marzo 2015

Cosenza, quale sanità?


I Puntata
NELL'INDIFFERENZA delle Istituzioni e dei cittadini incede e si consuma la tragedia dell'Annunziata. Dilaniata dai morsi famelici del sistema sanitario regionale – laddove per sistema è da intendersi la regia che muove le risorse, destinandole in gran parte nelle tasche di registi e commedianti da questi assoldati – e defraudata di tante sue funzioni per invidia o ripicca o indolenza, l’ospedale di Cosenza soffre oggi per gli sprechi, per le scelte sconsiderate e per il clientelismo estremo che subisce ormai da molti anni. A pagare, questa volta, non sono come sempre 'solo' i cittadini - ai quali deve essere riconosciuto il grande demerito di disinteressarsi delle sorti del proprio ospedale - ma sono anche i medici che subiscono sulla propria pelle le conseguenze di un sistema malato. Terminale. Subissati da una richiesta di salute che proviene da tutta la provincia, costretti a lavorare in numero ridotto e a fronteggiare le pecche strutturali del vecchio ospedale, i medici temono che una siffatta situazione possa a breve diventare la scaturigine di tragiche vicende.  
 Come quella del sangue infetto, per esempio.

«Ottobre 2012: un pool di ispettori ministeriali evidenziò all'interno del Centro trasfusionale dell'Annunziata di Cosenza gravi criticità: scarse condizioni igieniche e gravi problemi di ordine strutturale. Gli ispettori romani rilevarono 65 irregolarità, 17 delle quali indicate come gravi. All'Azienda ospedaliera di Cosenza furono concessi 15 giorni di tempo per risolvere i problemi meno gravi e 30 per quelli più critici. Nell'agosto del 2013, dopo il decesso di un settantacinquenne rendese a causa di una trasfusione di sangue infetto, giunse a Cosenza Giuliano Grazzini, direttore del Centro nazionale sangue che, munito di mandato ministeriale, riscontrò il permanere delle criticità, rilevando anche che gli interventi compiuti non erano stati risolutivi».

La protesta della Tenda blu

«I medici dell'Annunziata protestano da gennaio 2014, hanno manifestato sotto una tenda per oltre un mese, sono scesi in piazza, hanno incontrato più volte i vertici della sanità cosentina e regionale, il Prefetto, il sindaco e la commissione consiliare sanità di Cosenza, l'ex sottosegretario alla salute. Hanno organizzato una manifestazione provinciale il 12 aprile del 2014 e sono stati sostenuti dai quotidiani cittadini, ma nulla si è mosso. Anzi, l'ex presidente della Giunta regionale calabrese e commissario ad acta Giuseppe Scopelliti ebbe ad affermare nei mesi scorsi con un tweet che “bisognava ribellarsi prima, quando a Cosenza assumevano portantini, uscieri e amici dei mafiosi. No?”. I sanitari si chiesero perché il presidente attribuiva a loro responsabilità che erano invece della politica e perché, soprattutto, gli errori di tale politica dovevano ricadere sui cittadini, in questo caso anche ammalati. I problemi dell'ospedale non sono stati determinati né dai medici, né dai cittadini, ma coloro i quali hanno voluto questa situazione, quando devono curarsi ricorrono alle cliniche svizzere o del nord Italia».

Da cosa sono causati, in massima parte, i problemi ospedalieri a Cosenza?

«In buona parte dalla rete territoriale, ovvero l'ASP, che non funziona adeguatamente. Circa un anno fa, è stato scoperto un giro di consulenze d'oro che i vertici dell'Azienda avrebbero affidato ai loro amici, sembra con il placet di tutto l'establishment regionale, senza rispettare le procedure previste. Intanto, i cittadini per curarsi, quando possono, ricorrono alla sanità privata, spendendo fior di quattrini, quando non possono si mettono in lista d'attesa per mesi e mesi o si tengono i malanni. A fronte di tanto disinteresse per i malati, che cosa sono stati due mesi di interdizione per un direttore generale che avrebbe elargito migliaia di euro a un avvocato amico, sottraendoli ai cittadini/pazienti che pagano le tasse? E soprattutto: non sarebbe l'ora di adottare altri provvedimenti nei confronti di chi ha fagocitato la sanità calabrese?».

Siamo di fronte a una politica che ha annullato i diritti e aumentato i profitti.

«Basta pensare alle convenzioni: una stipulata con l’Umberto I e l'altra con il Bambin Gesù di Roma. Con quest'ultimo si è voluto creare nel nosocomio catanzarese una qualificata équipe di chirurghi pediatrici per limitare l'emigrazione sanitaria dei calabresi verso le altre regioni. Prima di apporre la firma, però, a qualcuno è sfuggito che l'accordo prevedeva l'esecuzione di interventi chirurgici a bassa complessità sui minori. E' sfuggito anche che l'UOC di Chirurgia pediatrica dell'Annunziata esegue, oltre agli interventi chirurgici più comuni, anche quelli più rari e ad alta o altissima complessità. Qui, inoltre, confluiscono casi sanitari pediatrici da tutta la regione e al suo attivo ci sono ben 1300 interventi annui, tutti attestati sul sito dell'Azienda ospedaliera. A cosa è servita, dunque, la Convenzione con il Bambin Gesù? A sostenere una spesa extra di due milioni di euro per interventi chirurgici che di routine vengono eseguiti a Cosenza? Sembra che l'ospedale pediatrico romano versi in grosse difficoltà finanziarie e la possibilità di drenare pazienti da altri nosocomi è fonte notevole di entrate. Tra l'altro il Bambin Gesù è un ospedale situato nello stato Vaticano e pertanto non è sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità italiane».
«C'è anche Nativity, un progetto accompagnato da una scia di polemiche. Benché sconosciuto a molti medici è giunto alla sua seconda edizione nel 2014. Rivolto ai ragazzi delle scuole elementari e medie e alle loro famiglie per apprendere i rudimenti della prevenzione sanitaria e le regole della corretta alimentazione attraverso attività ludiche, è stato voluto dall'ex presidente Scopelliti per portare in Calabria il meglio della pediatria. Nell'ambiente sanitario c'è stata molta avversione verso l'iniziativa, poiché l'esperimento è stato fatto a Roma e sembra che sia stato un fallimento. In conseguenza a ciò, il progetto è stato proposto alle regioni meridionali. Dalle poche notizie circolate, sembra che il costo dell'iniziativa si sia aggirato intorno alle 200.000 euro e che siano stati utilizzati i fondi destinati alla formazione del personale. Solo sprechi mentre all’ospedale di Cosenza manca l’essenziale».

E l’elisoccorso?

«Due anni senza stipendio per i medici dell'elisoccorso perché l'Azienda ospedaliera di Cosenza ha interrotto i pagamenti, a differenza dei loro colleghi in servizio presso gli altri ospedali della regione. L’ex direttore dell'Ao di Cosenza, Paolo Gangemi, ha dato una interpretazione personale al Decreto regionale 94/2012. Secondo l’ex dg, a pagare il servizio di elisoccorso doveva essere l'Asp, considerato che il servizio fa capo al 118. Il decreto, da quel che ne sappiamo, non è nemmeno in vigore. Ma per Gangemi è, invece, in vigore e lo applica. Da dove si evince la malafede? Dal fatto che per sostenere questa sua tesi l’ex dg ha chiesto per circa due anni continui chiarimenti alla regione. Nelle altre province i medici che sono regolarmente pagati dall'ASP o dall'AO, cioè dall'ente di appartenenza. La Regione deve dare ai vari enti di appartenenza una quota pari circa a 2.160.000 euro. Questi fondi negli anni scorsi a chi sono stati dati?».

Questo il resoconto del 2014, nella prossima puntata esamineremo il 2015. Intanto da mesi la sanità regionale non è governata perché non si riesce a nominare un commissario… e come se non bastasse è stato disposto lo sgombero del Mariano Santo.

8-3-2015
©Francesca Canino

















18 febbraio 2015

Lettera al ministro della Salute


On. Ministro della Salute,

il 12 febbraio si è verificato un evento drammatico che, come Lei stessa ha dichiarato, non dovrebbe mai verificarsi in un paese civile: la morte di un neonato che, nell’assurda ricerca di un posto letto in una UTIN, ha perso quella vita appena sbocciata.

Come Ministro della Salute ma anche, penso, come cittadina italiana, donna, e futura madre, ha inteso interpretare l’indignazione di ognuno di noi inviando immediatamente gli ispettori ministeriali a verificare quanto accaduto e minacciando cadute di teste. Mi pare che Lei interpreti in modo estremamente riduttivo il Suo ruolo di Ministro della Salute, che cosa ha fatto per far sì che casi così drammatici non si verificassero?

Noi della CISL Medici di Cosenza, insieme alle altre sigle sindacali, è da oltre un anno che denunciamo gravi carenze nell’assistenza sanitaria a causa di tagli insensati che, in nome di una millantata maggiore efficienza, hanno di fatto sospeso il diritto alla salute dei cittadini italiani e di quelli calabresi in particolare. In quattro anni di commissariamento per un Piano di Rientro, sotto la regia del Suo Ministero e del MEF, che ha solo tagliato senza organizzare alcunché, avete posto le basi per il verificarsi di eventi tanto drammatici. Anzi, viste le premesse, la cosa strana è che, in fondo, se ne verifichino pochi.

A novembre scorso, obtorto collo, è venuta a fare un giro in Calabria. La invitavamo da un anno ma, dove non poté il grido di dolore di un popolo supplicante, potettero le elezioni imminenti. Venne, al fine, e abbiamo ancora nella mente le Sue espressioni, direi, di schifo per le condizioni strutturali dell’ospedale di Cosenza, le sue promesse di avere la Calabria in cima alla Sua agenda, lo sblocco del turn-over, visite trimestrali per verificare gli stati di avanzamento della riorganizzazione. Marzo è arrivato e a giorni dovrebbe tornare ma, il Governo di cui Lei fa parte, non è stato neanche in grado di nominare il Commissario ad Acta. In Piano di Rientro, senza tale figura, ancorché competente o meno, non è possibile fare nulla.

Il Percorso Nascita che Lei, in TV, dice essere imprescindibile in un paese civile, qui da noi va avanti grazie alla buona volontà e al senso di responsabilità degli operatori della sanità: medici, infermieri ed ausiliari. Nelle altre branche, se possibile, la situazione è ancora peggiore. Rianimazione, chirurgia, medicina, 118, sono allo stremo e ogni giorno che passa la possibilità di eventi drammatici raddoppia. Non aspetti il morto per potersi dolere davanti alle telecamere mandando ispettori. Faccia il Ministro della Salute e non l’equilibrista della politica. Per concludere: se quanto sta facendo per la Calabria significa essere in cima alla Sua agenda, per favore, ci cancelli.

Rodolfo Gualtieri

Segretario Az. Osp. di Cosenza Cisl medici

 

17 febbraio 2015

Cosenza, la città del Tricolore

per la serie ''La città di...''



Una bandiera due storie

 

Dal Quotidiano della Calabria del 9-12-2011

Viatico di vita e di sangue che ha affiancato le grandi giornate del Risorgimento calabrese, il Tricolore di Cosenza è stato il vessillo di gloriosi avvenimenti. Nel 1844 sventolò durante le Idi di Marzo della città bruzia, teatro di una insurrezione locale contro il governo borbonico con obiettivi schiettamente unitari. Qualche mese dopo fu spiegato al vento sul colle della Stragola, nella spedizione dei fratelli Bandiera, condotti poi a Cosenza e fucilati.

I due eventi sono tra loro strettamente connessi, spiritualmente e storicamente: il primo fu la determinante ideale e l'antefatto della spedizione dei Bandiera; il secondo la conseguenza storica che conferma e accentua l'alto valore dei fatti di marzo.

Il Tricolore di proprietà del Comune di Cosenza, che oggi è custodito presso il Museo dei Brettii e degli Enotri, narra due storie parallele, anche se di una sola è stato il protagonista assoluto. Giunto in Calabria con la spedizione dei fratelli Bandiera, da allora il Tricolore è rimasto nella città di Cosenza. Di forte impatto emozionale, sembra di vederlo sventolare nelle campagne di Corfù, ove i Bandiera erano sbarcati per preparare un piano cospirativo. In una lettera del '44 indirizzata a Mazzini scrissero: “La causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa è quella della Libertà, dell'Eguaglianza, dell'Umanità, dell'Indipendenza e dell'Unità Italiana”. Con questi sentimenti si imbarcarono sul San Spiridione e approdarono in Calabria sventolando lil Tricolore  E proprio la bandiera costituì uno dei corpi di reato. Fornita a Corfù dal patriota Miller, rimase in potere della polizia in seguito alla cattura dei partecipanti alla spedizione e dopo che, per breve tempo, era stata sventolata sotto il sole della Patria. Essa fu raccolta dall'Urbano di San Giovanni in Fiore, Saverio Foglia, dopo il conflitto della Stragola, il quale la avvolse in un telo incerato e la consegnò personalmente alle autorità di Cosenza. Questa finora la storia ufficiale.

Emilio Bandiera
 
Attilio Bandiera
 
Nell'ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, la bandiera è stata esposta in una mostra permanente allestita al Museo dei Brettii. Dopo averla visitata ho voluto scrivere la sua storia, ma mentre mi documentavo su di essa, mi sono imbattuta in una 'storia' diversa. In un libro del 1939 intitolato “Il Processo ai Fratelli Bandiera” di Luigi Carci, conservato nella Biblioteca Civica di Cosenza, spunta l'ipotesi secondo la quale il Tricolore conservato a Cosenza non sia quello dei fratelli veneziani, bensì la bandiera che sventolò il notaio Francesco Salfi il 15 marzo 1844, durante la sommossa della città. Carci, infatti, scrisse: “Il dotto e acuto storico Comm. Carlo Corigliano, recentemente, lo mise in dubbio, propendendo per la tesi che sia stata la bandiera sventolata dal notaio Francesco Salfi, il 15 marzo 1844, perché corrisponde alla descrizione fatta nel verbale della Reale Gendarmeria, redatto in quella occasione. Quella della spedizione, fornita dal Miller, era una bandiera più grande, con un'aquila gialla nel mezzo, così è descritta dal Sotto Intendente Bonafede nella sua relazione”. Il Tricolore cosentino che Carlo Corigliano aveva dinanzi a sé era una piccola bandiera di lana.

Proseguendo le ricerche tra i documenti custoditi nell'Archivio di Stato, ho trovato, nelle carte della Corrispondenza Ufficiale della Gran Corte Criminale, un'intera busta che contiene gli atti del “Processo de' Calabresi del '44” in cui numerosi sono i  riferimenti alla bandiera, tra questi: “Processo verbale constatante l'attacco alla Gendarmeria Reale avuto luogo con un numeroso attruppamento rivoluzionario armato, il quale portando una Bandiera tricolore, gridando Libertà e Coraggio, si era recato dinanzi al Palazzo di questa Intendenza ed era intento ad aggredire e fare massacrare il sig. Intendente della Provincia. L'anno 1844, il giorno 15 del mese di marzo alle ore 12 italiane in Cosenza noi sergente... caporale... trovandosi tutti riuniti con l'intera compagnia avanti lo spiazzale di questo Carcere Centrale sentimmo delle grida per la città che indicavano una sommossa di popolo. Alla testa dei sommossi una bandiera tricolorata bianca, rossa e verde”. (1844 - Regno delle Due Sicilie Gendarmeria Reale, 3° Battaglione, I Campagna Prov. di Cal Citra circond.).

Il tentativo insurrezionale del 15 marzo fallì e 'rimase in potere della polizia la Bandiera Tricolore che per breve tempo era stata sventolata per la prima volta sotto il sole della patria'.

Tra gli atti della Gran Corte Criminale si trova una descrizione della bandiera che sembra corrispondere a quella attualmente conservata nel Museo dei Brettii: “Volendo poi passare all'analisi dei tre fucili alla paesana, della bandiera... la Bandiera costituzionale a tre colori, cioè verde, rosso e bianco di tela così detta di Francia a tre strisce ognuna della lunghezza di palmi due e mezzo e della larghezza di un palmo e più, posta nell'estremità di una canna ed inchiodata con tre cosiddette tacce. La canna è della lunghezza di palmi 12 e più ed alquanto puntata nel termine inferiore. Tutte le accennate armi e oggetti sono state suggellate a cera lacca con delle strisce di Carta da noi fissate e fatte tornare con una copia del presente al Sig. Procuratore Generale del Re presso questa Gran Corte per l'uso di giustizia”. (Processi Politici 1844 - Gran Corte Criminale, decisioni della Comm. Mil. del 10/7 /'44)

Altri documenti dell'Archivio di Stato (in Processi politici) riportano gli interrogatori dei cospiratori cosentini del 15 marzo '44, in molti citano la bandiera. Il rivoltoso Francesco De Simone racconta come Antonio Raho avesse confezionato la bandiera tricolore inalberata al grido di “Viva Iddio, Viva il Re, Viva la Costituzione” in Piazza dell'Intendenza il 15-3-1844. Il De Simone l'aveva accomodata in un'unica e lunga canna. Il sacerdote Francesco Stella attribuisce, invece, a De Simone la confezione di una bandiera bianca, rossa e verde, che “aveva riunite tre liste di tela in cotone del Regno, della lunghezza di circa due palmi, e di un mezzo di larghezza, una bianca, l'altra color rosso e la terza verde e le aveva seco portate da Cosenza. In questo pezzo di tela tricolore fermato all'estremità di una canna con due piccoli chiodi, componendosi una bandiera”.

Dall'interrogatorio di Raho reso al Procuratore del Re il 24 marzo del 1844, si apprende: “Crebbe maggiormente la mia sorpresa quando vicino al fuoco vidi una bandiera tricolore sorretta da una canna”. In seguito: “Arrivati in città, la bandiera intanto fu consegnata ad un contadino”.

Francesco Tavolaro, un altro partecipante alla sommossa dice al Procuratore: “Al far del giorno, nei pressi di Cosenza vidi che si portava una bandiera tricolore, sospesa ad una canna intorno a cui si gridava: viva la libertà”. 

Le contraddizioni evidenti nelle dichiarazioni degli insorti devono essere attribuite al tentativo che ognuno di loro fece per scagionarsi dalle accuse. La bandiera tricolorata costituiva, come accadde poi per i Bandiera e i loro compagni, un inequivocabile corpo di reato. Nessuno si assunse la paternità della realizzazione per non aggravare la propria posizione. Oggi non sappiamo, dunque, chi realmente l'abbia voluta e cucita per la sommossa del 15 marzo.   

Le ricerche tuttavia non finiscono qui: nei mesi scorsi, nel corso di una conferenza svoltasi per presentare il restauro del Tricolore cosentino, un timbro sulla striscia bianca recante la data del 15 marzo 1937, Anno XV, ha aperto nuovi interrogativi. Il 15 marzo è senza dubbio il giorno in cui scoppiò la sommossa cosentina del 1844, ma che significato si deve dare al 1937? E perchè in un angolo della bandiera sono poste due coccarde, una color giallo ocra con la scritta 'guesin Fiume annessione 1923' e l'altra, un piccolissimo tricolore su cui si legge appena '1929 Minezzo'? 

Ho intuito subito che l'anno 1937 fosse stato timbrato sulla bandiera in occasione dell'anniversario del moto rivoluzionario scoppiato a Cosenza durante l'epidemia di colera del 1837, come attesta una lapide posta in piazza Matteotti a Cosenza, sulla facciata laterale della chiesa del Carmine, di fronte alla vecchia stazione, che ricorda la fucilazione di cinque patrioti. Un secolo dopo era stato deciso di celebrare i moti cosentini del '37 e del '44 nella giornata del 15 marzo. Sarebbe rimasta solo un'intuizione se per caso non avessi trovato al Museo dei Brettii, una cassa piena di antichi documenti, tra i quali un fascicolo contenente la dettagliata cronistoria delle celebrazioni del 1937, organizzate dal Regio Istituto di Storia del Risorgimento Italiano. Fautore dell'iniziativa fu il Presidente Cav. Prof. Michele Scornajenchi, preside di una scuola professionale con sede nell'ex albergo Vetere. Fu un evento grandioso, iniziato molti mesi prima, di cui restano i verbali manoscritti di ogni riunione dei soci, attraverso i quali possiamo ora ricostruire la giornata del 15 marzo 1937. Le celebrazioni si svolsero in tre tempi e in concomitanza di altre cerimonie organizzate nelle città natali dei martiri della spedizione dei Bandiera, venuti a morire a Cosenza per sollevare il popolo calabrese. In quella occasione, dopo una solenne funzione nel Duomo, la benedizione dei loculi dei martiri e un discorso commemorativo da parte di un oratore designato dalle Gerarchie del Partito, i resti dei martiri non cosentini furono riportati nelle città natie, dove ad attenderli c'erano altre celebrazioni in loro onore. Le 'martiri spoglie' attraversarono le vie di Cosenza, affollatissime di persone d'ogni età e in testa al corteo c'era il Tricolore cosentino. Reduci di guerra e gente del popolo lanciavano fiori, piccole bandiere, coccarde. Come quelle che oggi sono apposte ad un angolo della bandiera e che rimandano ad altri momenti della storia italiana. Come l'annessione di Fiume.

Fu prevista anche una Mostra, come si apprende dai documenti, “inaugurata il 2-4-1937 – MMDCXCI Anniversario del Natale di Roma - II dell'Impero – XV dell'Era fascista. Essa illustra i periodi rivoluzionari del 1844 – 1848 e l'epopea garibaldina, espone preziosi cimeli che si riferiscono alle dolorose vicende del 1844. Al posto d'onore brilla nei suoi ancora vividi colori la bandiera che sventolò in Piazza dell'Intendenza, a Cosenza, il notaio Salfi. In Rende invece si sostiene che il vessillifero fosse Gennaro Rovella, in seguito condannato a 30 anni di ferri e la tradizione poggia su un rozzo ricordo poetico che così suonò: C'è Ginnaro di Ruvella, malandrino di galera, zumpa e vula cumu nu grillu e va' piglia la bannera”.

L'oratore fu l'onorevole Maurizio Maraviglia, che in una appassionata rievocazione dell'insurrezione cosentina e delle gesta dei Bandiera, riportata dal giornale 'La Tribuna' del 18 marzo 1937, infiammò gli animi dei presenti e commosse i cosentini citando l'eroismo dei martiri, ai quali: “la morte doveva apparire bella e infinitamente più desiderabile della opaca vita individuale, che non può essere destinata a nulla di veramente grande quando è costretta a risolversi nel vassallaggio collettivo di un popolo che non ha patria, di un volgo che nome non ha”.

La tesi che il Tricolore fosse appartenuto ai martiri delle Idi di Marzo, e non ai fratelli Bandiera, sorse dunque nel 1937. In ogni caso è stato protagonista dei fatti risorgimentali cosentini e le sue vicissitudini le racconta tutte tra le trame a tratti allargate della lana, tra gli orli laceri e tra i segni delle bruciature disseminati sull'intero drappo, quasi una mappa della storia che vi è passata sopra e dei percorsi che si sono incrociati nel corso dei secoli. Il Museo dei Brettii che oggi la custodisce, non è altro che l'antico Convento della Chiesa di Sant'Agostino, luogo in cui i fratelli Bandiera furono condotti per l'ultima messa e qui furono poi riportati per essere sepolti in una fossa lì vicino. E' sicuramente uno dei più antichi d'Italia, anche se non sappiamo ancora come sia diventata di proprietà del Comune di Cosenza, visto che l'unico documento esistente è una dichiarazione dell'ufficio del protocollo, attestante che dal Museo Civico, in data 13 novembre 1952, alle ore 13, la bandiera fu portata nella cassaforte dell'Economato. E non sappiamo a chi sia appartenuta, ma ci piace ora immaginare che sia passata di mano in mano, di martire in martire, dalle Idi di marzo allo sbarco di giugno dei Bandiera, quasi una staffetta ideale che ha accomunato sentimenti e sommosse, cosentini e veneziani che volevano essere solo Italiani.

Ara dei Fratelli Bandiera, Vallone di Rovito-Cosenza
 
 17-2-2015
©Francesca Canino

La foto del Tricolore cosentino è stata già pubblicata sul Quotidiano della Calabria dopo l’autorizzazione che l’allora dirigente comunale mi concesse.

 

15 febbraio 2015

La deriva culturale a Cosenza

Ancora attuale
 
dal Quotidiano della Calabria del 26 aprile 2014
CARMINA non dant panem, con la cultura non si mangia. Con la cultura si mangia, anzi nei vecchi luoghi della cultura si mangia. In città cresce il numero delle librerie che hanno chiuso i battenti e cresce, in modo direttamente proporzionale, il numero dei locali di svago, per la maggior parte mangerecci, che invece hanno aperto i battenti.
Chiusa da qualche tempo la libreria Einaudi di via XXIV Maggio, al suo posto è sorto un circolo ricreativo. Chiuso Mondolibro che si trovava in una traversa di corso Mazzini, al suo posto un altro circolo ricreativo. In procinto di chiudere l'ormai storica Domus di corso d'Italia, al suo posto non si sa ancora cosa sorgerà. I soliti bene informati azzardano che, data l'ampiezza dei locali, qualcuno potrebbe pensare di utilizzarli come sede di un supermercato. Tanto per rimanere nel campo del commestibile. L'anno scorso stava per chiudere la libreria Gallo di via Roma, salva per miracolo e pochi anni fa la città ha perso anche la libreria Giunti situata nello spazio dei Due fiumi. Volgendo lo sguardo al recente passato, non si può non ricordare che la città ospitava un numero cospicuo di librerie: oltre alle due Domus, 'approvvigionava' di libri i cosentini Manigrasso in via Arabia, Il Castello a corso Mazzini con due punti vendita, la Mondadori sempre sul corso, Janni in piazza Fera, Gianna alle Autolinee e qualche altra, grande o piccola, che forse ora ci sfugge.
Si legge sempre di meno, si sa, la frase sembra essere diventata un mantra, in compenso ci si diverte molto di più, come attestano i tanti locali di svago aperti negli ultimi tempi in città e che di notte si riempiono tutti. Dal giovedì al sabato, ma senza disdegnare i primi giorni della settimana, i luoghi in cui si mangia e si beve sono presi d'assalto dalle 21,30 in poi.
La situazione non è del tutto dissimile durante il giorno, considerato che i tavolini dei bar all'aperto sono sempre occupati. Si gozzoviglia, dunque, tra una fiera e l'altra, aspettando l'estate con le sue serate da festini sul lungofiume e si legge sempre di meno. In compenso vengono regalati libri ai nuovi nati, secondo un progetto dell'assessorato regionale alla cultura che ha pensato di donare un libro ad ogni neonato calabrese. Paradossi di un'epoca in cui si è persa la bussola al punto che in città rischia anche di chiudere la più antica istituzione libraria. Il riferimento è alla Biblioteca Civica, per la quale si cercano soluzioni, ma se proprio la si vuol mantenere viva si dovrebbero mandare i libri al macero e al loro posto installare luci psichedeliche, sistemare piste da ballo, divanetti per privè e una fornita cantina con tanto vino quanto quello che di sera scorre nella città dei Bruzi, l'Atene della Calabria.
La deriva culturale, tuttavia, si sta verificando in tutto il paese, Cosenza non è da meno. Siamo tornati all'antico detto di epoca borbonica: feste, farina e forche. Una triade di 'f' che varrebbe anche oggi se non fosse per le forche, fortunatamente abolite. Non sappiamo quale parola che cominci per f potrebbe prendere il suo posto, ma basta pazientare e qualcuno pronto a lanciare un concorso di idee per trovare il termine adatto si troverà. Intanto si mandano i libri in soffitta, spuntano nuovi locali per il divertimento e Cosenza è diventata la città dei balocchi. Spunteranno anche le orecchie d'asino? L'importante ora è non fare più orecchie da mercante.

15-2-2015
©Francesca Canino

 

11 febbraio 2015

Esiste ancora il Pd a Cosenza?


dal Quotidiano del Sud del 31 gennaio 2015
A FINE novembre è emersa con drammaticità la vicenda del Pd romano in seguito all'operazione denominata ''Mondo di mezzo'', che ha portato alla luce un'organizzazione criminale definita dagli inquirenti ''Mafia Capitale''. C'era un partito a Roma che non viveva come partito, ma come un'arena in cui si confrontavano vari personaggi su tessere e clientele. Ciò accadeva nella Capitale. E a Cosenza? Il Pd bruzio è molto diverso da questa fotografia del Pd romano?
Mettendo da parte la vicenda criminalità, estranea al Pd calabrese, l'organizzazione del partito dalle nostre parti non è stata dissimile da quella capitolina. A Roma il Pd non viveva come un partito, non si riconosceva come gruppo collettivo e i componenti si sono combattuti tra di loro ininterrottamente a colpi di pacchetti di tessere o di clientele. Anche a Cosenza, negli ultimi anni, il partito è stata la sommatoria di vari gruppi politici, espressione cioè del potere locale rappresentato dai vari Oliverio, Adamo, Laratta e altri.
Esaminando la realtà del partito sul territorio, emerge che la gran parte dei circoli della provincia non ha una sede. Si deduce che non può esserci un'attività politica continua, ma solo una chiamata ''alle armi'' quando si deve decidere il candidato alle primarie o alle elezioni. Non c'è stato, inoltre, un cambiamento con l'ultimo congresso regionale: l'elezione del renziano Magorno non ha provocato un'inversione di rotta, cioè non si è riusciti né a fare il rinnovamento renziano, anzi hanno dovuto accettare l'elezione di Oliverio alle primarie e alle regionali, né si è riusciti a portare avanti un processo di rinnovamento del partito a livello di uomini e di attività sul territorio. C'è stato solo un rafforzamento dei signori delle tessere, ovvero dei capi dei vari gruppi che detengono il potere delle iscrizioni sulla base di rapporti clientelari, di favori. In provincia ci sono stati casi in cui alle primarie si è verificato un risultato in cui i votanti risultavano maggiori dei voti che successivamente il Pd ha avuto alle elezioni.
A Cosenza ci sono quattro circoli, nessuno ha una sede. Come può svilupparsi, dunque, un'attività politica minimale? L'impressione è che ci si limita a essere appannaggio di questo o quel dirigente e i circoli diventano uno strumento formale quando si devono fare le elezioni. Una degenerazione della politica? Di certo i circoli dovrebbero essere più vicini alla gente. C'è oggi una contraddizione con lo spirito di cambiamento che anima Renzi, nel bene e nel male, in contrasto ancor di più con il passato del partito e con la sua missione che era quella di affiancare le persone. E la gente si è allontanata perché l'omologazione nel modo di far politica coinvolge tutti, non emergono, infatti, differenze tra i diversi partiti. Manca la partecipazione: la conseguenza è che i cittadini non trovano punti di riferimento e alle votazioni si rifugiano nell'astensionismo. Questa passività colpisce anche il Pd in virtù della sua missione. I problemi odierni, tuttavia, scaturiscono anche dal passato della forza di sinistra e si ripercuotono con gravi riflessi sullo stato del paese e della società. Come poter fare cambiamenti se proprio quelli che dovrebbero farli non partecipano perché sono sfiduciati?

Il Partito della sinistra ieri
                                 
 
LA tradizione della sinistra era quella di organizzare un'attività collettiva che vivesse a contatto continuo con la società, con i suoi bisogni e i suoi problemi. L'attività politica era affiancata da momenti di socializzazione nel tempo libero, ricordiamo le feste dell'Unità che davano il senso non solo di un'azione politica, ma anche della presenza culturale e sociale del partito sui diversi territori. Oggi non solo non si è verificata una trasformazione di queste azioni in altre forme adeguate ai tempi moderni, ma essa è scomparsa del tutto. Non c'è il vecchio, né il nuovo, c'è solo il vuoto. Eppure la Costituzione riconosce che la partecipazione alla vita politica dello Stato avviene attraverso i partiti, ma ciò non accade più perché c'è un disancoraggio dalla società. La vita politica è lotta di potere e spesso solo scontro di idee. In passato era diverso. Negli anni '60 e '70, il partito era un punto di riferimento per tutto il paese, specialmente per il Meridione, e riteneva fosse possibile mantenere le Istituzioni non subalterne al clientelismo. Si voleva cambiare una politica fatta di assistenzialismo per avere un Mezzogiorno produttivo che desse lavoro non parassitario. Così si pensava a piattaforme programmatiche, a organizzare i movimenti non sulla carta. Per quanto riguarda le sezioni, esisteva una vita collettiva che favoriva la partecipazione alla  politica, dando la possibilità, specialmente agli strati più deboli, di giungere ad un'elevazione civile con attività politiche nei quartieri da svolgersi attraverso le sezioni. C'era un mondo di società civile che viveva con tutte le interrelazioni, anche per quanto riguarda l'organizzazione del tempo libero. Il tesseramento non mirava a ottenere clienti, ma a far partecipare le persone alla vita del paese.
 
Il Pd cosentino oggi
 
 
Abbiamo posto alcune domande al segretario provinciale Guglielmelli e a Guzzi e Covelli, segretari di due circoli di Cosenza. Con gli altri due non è stato possibile interloquire. A ognuno abbiamo chiesto: Dove sono situate le sedi dei circoli? Che tipo di attività politica svolgono? Come si può essere vicini ai cittadini e alle loro esigenze se non avete una sede? Nello specifico, cosa avete fatto ultimamente per i cittadini? Hanno risposto così:

Luigi Guglielmelli, segretario provinciale Pd «Il Pd è organizzato in 128 circoli in tutta la provincia, a Cosenza ce ne sono quattro, non so se hanno mantenuto una sede perché ci sono difficoltà a sostenere i costi, ma c’è la Federazione provinciale di via Trieste dove ospitiamo tutti i circoli per ogni incontro. Con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ci saranno sempre più difficoltà. Faccio un’attività di coordinamento dei circoli attraverso un rapporto frequente con i segretari dei circoli, discutiamo delle problematiche che emergono sui vari territori, nell’ultimo anno abbiamo svolto un ruolo sia per le elezioni provinciali che regionali. Consultazioni a parte, la nostra attività politica si basa sulla discussione dei problemi della provincia a cui cerchiamo di dare soluzioni».

Damiano Covelli, segretario del primo circolo Pd Cosenza «Ci incontriamo in Federazione, ma siamo in continuo contatto con il territorio perché stiamo in mezzo alla gente per capire i loro bisogni e soddisfarli. Ci sono dei costi per una sede fissa che non sono sostenibili. Abbiamo denunciato le malefatte e il non governo della giunta Occhiuto. Ci sono state le consultazioni elettorali che hanno impegnato tutto il partito. Cerchiamo di essere presenti segnalando disservizi, come il sistema di videosorveglianza che non funziona, abbiamo speso tanti soldi, installato telecamere in tutta la città e ora c’è un allarme sicurezza. Perché non si interviene? Non interessa a nessuna la sicurezza dei cittadini? Se i cittadini si avvicinassero un po’ di più, avremmo più forza. Il Pd ha le sue difficoltà, ma è l’unico partito organizzato che può dare una nuova prospettiva alla città. C’è disaffezione per la politica e anche un paradosso: facciamo le primarie e tanta gente viene a votare, ma a questa percentuale altissima non corrisponde un altrettanto consenso elettorale».

Tommaso Guzzi, segretario del quarto circolo Pd «Tra commissariamenti provinciali e varie vicissitudini, ci trasciniamo il problema della sede dei circoli. Ci si incontra in Federazione per fare il punto della situazione sulla città. Abbiamo vissuto più di un anno in campagna elettorale, può sembrare di non essere vicini ai cittadini, invece non è così, il Pd esiste, siamo a fianco di tutti. Ci siamo interessati dell’ospedale di Cosenza, mettendo in campo iniziative e della situazione dell’Amaco».
I Giovani democratici cosentini

Saverio Sapia, Giovani Democratici «Nel capoluogo bruzio molto attiva risulta la giovanile. I Giovani Democratici sono presenti con due circoli, quello intitolato ad Aldrovandi, il cui segretario è Gaspare Galli, e quello intitolato al comunista rosarnese ucciso dalla ‘ndrangheta, Peppe Valarioti, di cui sono segretario. In forte controtendenza rispetto all’andazzo del PD cittadino, negli ultimi mesi abbiamo portato avanti diverse iniziative, sulla scorta di un’idea di partito radicalmente opposta a quella del PD. Penso che il ruolo di un circolo della giovanile debba essere anzitutto quello di formare le coscienze politiche dei giovani, ma non ci si può limitare a ciò, soprattutto nel contesto di vacatio politica che caratterizza il centrosinistra cittadino. È necessario sviluppare un percorso politico che dia una dimensione partecipativa alla giovanile e al partito, diversamente alla visione meramente elettoralistica che va sempre più affermandosi nel PD di Renzi. Per fare ciò è necessario coltivare la dimensione dell’ascolto: solo così si può giungere alla riconnessione anche sentimentale con il popolo della sinistra, che potrà sentirsi rappresentato».

 11-2-2015

©Francesca Canino

 

 

 

09 febbraio 2015

Ex hotel Jolly, a che serve abbatterlo?


Il Jolly: una carta da giocare per le necessità


Un paio di anni fa, la Regione ha stanziato sette milioni di euro per abbattere l'ex hotel Jolly. Sette milioni per distruggere un palazzone non pericoloso. Una cospicua somma racimolata in un periodo di vacche magre allo scopo di rendere più bella la città, perché il Jolly è un pugno in un occhio e nasconde una ‘’storica e meravigliosa visuale’’. Queste le motivazioni ufficiali. A nessuno piace. In tanti si sono dilettati a scattare foto dello ‘scatolone’ e a modificarle facendo sparire il Jolly. Sempre in tanti hanno esaltato il panorama restituito virtualmente ai cittadini senza il mastodontico fabbricato. Il problema verte sul fatto che il Jolly è considerato un obbrobrio in mezzo a ‘tanta architettura storica’. Ma il suo abbattimento cosa restituirebbe alla vista del cittadino e del turista?
Un panorama poco edificante. Avete provato a superare l'area del Jolly, proseguendo verso la Massa per un centinaio di metri circa? Sulla destra, in prossimità dello slargo della parte posteriore della Casa delle Culture, si ergono vecchi e fatiscenti palazzi che conferiscono alla zona un'aria spettrale. Abbattere il Jolly per godere della visuale mostrata dalle foto è un assurdo spreco: i fondi stanziati per la demolizione potrebbero essere usati per il recupero del patrimonio in rovina.


































È opinione comune, tuttavia, che il Jolly 'stoni' nell'area in cui è situato. Ma non costituiscono anche una ‘stonatura’ le nuovissime costruzioni realizzate nel quartiere Rivocati o in via Monaco, accanto a palazzine risalenti ai primi del '900? Nessuno dice, in questo caso, di abbatterle né ci si chiede perché non sia stata rispettata l’architettura originale della zona. Due pesi, due misure.

























Avveniristici edifici e bungalows in lamiera sono sorti anche a fianco di alcune secolari costruzioni cittadine. Deturpano l'ambiente, ma nessuno ha mai pensato di abbatterli.















E non viene risparmiato nemmeno corso Mazzini, come mostrano le foto.





Non sappiamo quali siano i criteri utilizzati per stabilire cosa rappresenta un pugno in un occhio e cosa no, visto che obbrobri cittadini ce ne sono tanti. E alcuni pure pericolosi o a ridosso di complessi storici, seminascosti da chioschetti con tanto di insegna commerciale e mercanzia esposta sul marciapiede.

Il patrimonio storico cosentino richiede attenzione e interventi urgenti: i fondi, così come sono stati trovati in tempo di crisi per l'abbattimento del Jolly, si dovrebbero reperire anche per salvare le testimonianze del passato. Oppure si potrebbe solo rinviare la demolizione dell'ex hotel e utilizzare lo stanziamento per recuperare i beni culturali compromessi. Sempre che interessino a qualcuno. Ma in tempi di crisi non si può pensare tanto all'estetica della città, quanto ai bisogni dei suoi abitanti. Tutta quella volumetria - utilizzando i sette milioni stanziati - non potrebbe essere rimodulata in mini appartamenti da affittare, a costi bassissimi, ai cosentini indigenti?



Invece sarà abbattuto, ma non sparirà del tutto perché saranno risparmiati i primi piani, destinati a ospitare il museo di Alarico. Ovvero un contenitore senza 'contenuti'. Al di là delle polemiche sorte sulla decisione di intitolare un museo a un barbaro che portò distruzione e rovina, bisogna chiedersi cosa esso potrà custodire, visto che di Alarico non esiste niente, nessun reperto è stato mai trovato. Anche la rinomata effige attribuita ad Alarico non appartiene a lui, bensì al re visigoto Alarico II, vissuto tra il 484 ed il 507 d.C. nel suo regno in Spagna, come confermato dal Kunsthistorisches Museum di Vienna che la custodisce.
Sarà dunque un museo virtuale, uno spazio occupato da pannelli con testi e disegni di pura fantasia. Sul re visigoto di storia ‘vera’ ne è stata scritta poca, è quasi una leggenda su cui si vuole allestire un museo, peccato che manchino i reperti. Per attrarre turisti non serve un museo virtuale, bastano il duomo, la Galleria nazionale, il castello (quando riaprirà), gli altri siti culturali cittadini e il Museo civico che custodisce centinaia di reperti reali, mentre altrettanti giacciono nei magazzini della Soprintendenza perché non ci sono locali idonei ad ospitarli. Per questi ultimi non si è mai pensato di allestire nuovi spazi e potrebbero rimanere per sempre in umidi scantinati.

9-2-2015
©Francesca Canino

Demolizione ex hotel Jolly, dove sono le autorizzazioni?

Il prossimo 12 novembre inizierà la demolizione dell’ex hotel Jolly. Occorre ricordare che le fasi della demolizione e quelle della ricostruzione dell’ex Jolly Hotel non possono essere scisse, in quanto costituiscono un tutt’uno propedeutico a qualsiasi scelta progettuale e sono da valutare unitamente alle opere che interessano l’ambito fluviale.
Bisogna chiedere, pertanto, se ad oggi:
  • è stata approvata la progettazione definitiva che è legata a doppio filo a quella preliminare;
  • sono pervenute le fondamentali autorizzazioni (VIA);
  • è pervenuta la pronuncia della Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale sull’edificio (ex art. 12 del D. Lgs. 4272004);
  • se esistono tutte le autorizzazioni previste dalla legge;  
  • se è stato attivato il tavolo tecnico tra Amministrazioni (MiBAC, Provincia, Comune) richiesto dal Soprintendente ABAP con nota prot. 8801 del 12.07.2018 “al fine di pervenire a soluzioni condivise per la definizione dell’intervento”;
  • se, come previsto dal bando di gara, poiché detta progettazione definitiva/esecutiva, ricade in ambito territoriale sottoposto a tutela paesaggistica (ai sensi art. 142, c. 1, l. c) è stato acquisito il nulla osta paesaggistico definitivo che mostri la compatibilità delle opere proposte rispetto ai valori paesaggistici del contesto di riferimento.  
È necessario che si esibiscano pubblicamente tutte le autorizzazioni, se sono state acquisite, e che non si proceda con la solita fretta che spesso è “cattiva consigliera”.
È necessario, inoltre, soffermarsi sui divieti di transito e di sosta che saranno istituiti dal 12 al 30 novembre, se tutto andrà bene. Ma con la città nel caos dopo la chiusura di tante strade e soprattutto di viale Parco, con l’eliminazione di tanti parcheggi per la realizzazione della inutili piazze, la chiusura di Lungo Crati cosa causerà alla nostra già impercorribile città? Non si potevano aspettare tempi migliori e soprattutto non prenatalizi - in cui è notorio che il traffico cittadino aumenta - per chiudere altre importanti strade? E infine, come saranno tutelati gli alberi posti dinanzi al Jolly?  

Cosenza, 10 novembre 2018
© Francesca Canino