‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

17 febbraio 2015

Cosenza, la città del Tricolore

per la serie ''La città di...''



Una bandiera due storie

 

Dal Quotidiano della Calabria del 9-12-2011

Viatico di vita e di sangue che ha affiancato le grandi giornate del Risorgimento calabrese, il Tricolore di Cosenza è stato il vessillo di gloriosi avvenimenti. Nel 1844 sventolò durante le Idi di Marzo della città bruzia, teatro di una insurrezione locale contro il governo borbonico con obiettivi schiettamente unitari. Qualche mese dopo fu spiegato al vento sul colle della Stragola, nella spedizione dei fratelli Bandiera, condotti poi a Cosenza e fucilati.

I due eventi sono tra loro strettamente connessi, spiritualmente e storicamente: il primo fu la determinante ideale e l'antefatto della spedizione dei Bandiera; il secondo la conseguenza storica che conferma e accentua l'alto valore dei fatti di marzo.

Il Tricolore di proprietà del Comune di Cosenza, che oggi è custodito presso il Museo dei Brettii e degli Enotri, narra due storie parallele, anche se di una sola è stato il protagonista assoluto. Giunto in Calabria con la spedizione dei fratelli Bandiera, da allora il Tricolore è rimasto nella città di Cosenza. Di forte impatto emozionale, sembra di vederlo sventolare nelle campagne di Corfù, ove i Bandiera erano sbarcati per preparare un piano cospirativo. In una lettera del '44 indirizzata a Mazzini scrissero: “La causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa è quella della Libertà, dell'Eguaglianza, dell'Umanità, dell'Indipendenza e dell'Unità Italiana”. Con questi sentimenti si imbarcarono sul San Spiridione e approdarono in Calabria sventolando lil Tricolore  E proprio la bandiera costituì uno dei corpi di reato. Fornita a Corfù dal patriota Miller, rimase in potere della polizia in seguito alla cattura dei partecipanti alla spedizione e dopo che, per breve tempo, era stata sventolata sotto il sole della Patria. Essa fu raccolta dall'Urbano di San Giovanni in Fiore, Saverio Foglia, dopo il conflitto della Stragola, il quale la avvolse in un telo incerato e la consegnò personalmente alle autorità di Cosenza. Questa finora la storia ufficiale.

Emilio Bandiera
 
Attilio Bandiera
 
Nell'ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, la bandiera è stata esposta in una mostra permanente allestita al Museo dei Brettii. Dopo averla visitata ho voluto scrivere la sua storia, ma mentre mi documentavo su di essa, mi sono imbattuta in una 'storia' diversa. In un libro del 1939 intitolato “Il Processo ai Fratelli Bandiera” di Luigi Carci, conservato nella Biblioteca Civica di Cosenza, spunta l'ipotesi secondo la quale il Tricolore conservato a Cosenza non sia quello dei fratelli veneziani, bensì la bandiera che sventolò il notaio Francesco Salfi il 15 marzo 1844, durante la sommossa della città. Carci, infatti, scrisse: “Il dotto e acuto storico Comm. Carlo Corigliano, recentemente, lo mise in dubbio, propendendo per la tesi che sia stata la bandiera sventolata dal notaio Francesco Salfi, il 15 marzo 1844, perché corrisponde alla descrizione fatta nel verbale della Reale Gendarmeria, redatto in quella occasione. Quella della spedizione, fornita dal Miller, era una bandiera più grande, con un'aquila gialla nel mezzo, così è descritta dal Sotto Intendente Bonafede nella sua relazione”. Il Tricolore cosentino che Carlo Corigliano aveva dinanzi a sé era una piccola bandiera di lana.

Proseguendo le ricerche tra i documenti custoditi nell'Archivio di Stato, ho trovato, nelle carte della Corrispondenza Ufficiale della Gran Corte Criminale, un'intera busta che contiene gli atti del “Processo de' Calabresi del '44” in cui numerosi sono i  riferimenti alla bandiera, tra questi: “Processo verbale constatante l'attacco alla Gendarmeria Reale avuto luogo con un numeroso attruppamento rivoluzionario armato, il quale portando una Bandiera tricolore, gridando Libertà e Coraggio, si era recato dinanzi al Palazzo di questa Intendenza ed era intento ad aggredire e fare massacrare il sig. Intendente della Provincia. L'anno 1844, il giorno 15 del mese di marzo alle ore 12 italiane in Cosenza noi sergente... caporale... trovandosi tutti riuniti con l'intera compagnia avanti lo spiazzale di questo Carcere Centrale sentimmo delle grida per la città che indicavano una sommossa di popolo. Alla testa dei sommossi una bandiera tricolorata bianca, rossa e verde”. (1844 - Regno delle Due Sicilie Gendarmeria Reale, 3° Battaglione, I Campagna Prov. di Cal Citra circond.).

Il tentativo insurrezionale del 15 marzo fallì e 'rimase in potere della polizia la Bandiera Tricolore che per breve tempo era stata sventolata per la prima volta sotto il sole della patria'.

Tra gli atti della Gran Corte Criminale si trova una descrizione della bandiera che sembra corrispondere a quella attualmente conservata nel Museo dei Brettii: “Volendo poi passare all'analisi dei tre fucili alla paesana, della bandiera... la Bandiera costituzionale a tre colori, cioè verde, rosso e bianco di tela così detta di Francia a tre strisce ognuna della lunghezza di palmi due e mezzo e della larghezza di un palmo e più, posta nell'estremità di una canna ed inchiodata con tre cosiddette tacce. La canna è della lunghezza di palmi 12 e più ed alquanto puntata nel termine inferiore. Tutte le accennate armi e oggetti sono state suggellate a cera lacca con delle strisce di Carta da noi fissate e fatte tornare con una copia del presente al Sig. Procuratore Generale del Re presso questa Gran Corte per l'uso di giustizia”. (Processi Politici 1844 - Gran Corte Criminale, decisioni della Comm. Mil. del 10/7 /'44)

Altri documenti dell'Archivio di Stato (in Processi politici) riportano gli interrogatori dei cospiratori cosentini del 15 marzo '44, in molti citano la bandiera. Il rivoltoso Francesco De Simone racconta come Antonio Raho avesse confezionato la bandiera tricolore inalberata al grido di “Viva Iddio, Viva il Re, Viva la Costituzione” in Piazza dell'Intendenza il 15-3-1844. Il De Simone l'aveva accomodata in un'unica e lunga canna. Il sacerdote Francesco Stella attribuisce, invece, a De Simone la confezione di una bandiera bianca, rossa e verde, che “aveva riunite tre liste di tela in cotone del Regno, della lunghezza di circa due palmi, e di un mezzo di larghezza, una bianca, l'altra color rosso e la terza verde e le aveva seco portate da Cosenza. In questo pezzo di tela tricolore fermato all'estremità di una canna con due piccoli chiodi, componendosi una bandiera”.

Dall'interrogatorio di Raho reso al Procuratore del Re il 24 marzo del 1844, si apprende: “Crebbe maggiormente la mia sorpresa quando vicino al fuoco vidi una bandiera tricolore sorretta da una canna”. In seguito: “Arrivati in città, la bandiera intanto fu consegnata ad un contadino”.

Francesco Tavolaro, un altro partecipante alla sommossa dice al Procuratore: “Al far del giorno, nei pressi di Cosenza vidi che si portava una bandiera tricolore, sospesa ad una canna intorno a cui si gridava: viva la libertà”. 

Le contraddizioni evidenti nelle dichiarazioni degli insorti devono essere attribuite al tentativo che ognuno di loro fece per scagionarsi dalle accuse. La bandiera tricolorata costituiva, come accadde poi per i Bandiera e i loro compagni, un inequivocabile corpo di reato. Nessuno si assunse la paternità della realizzazione per non aggravare la propria posizione. Oggi non sappiamo, dunque, chi realmente l'abbia voluta e cucita per la sommossa del 15 marzo.   

Le ricerche tuttavia non finiscono qui: nei mesi scorsi, nel corso di una conferenza svoltasi per presentare il restauro del Tricolore cosentino, un timbro sulla striscia bianca recante la data del 15 marzo 1937, Anno XV, ha aperto nuovi interrogativi. Il 15 marzo è senza dubbio il giorno in cui scoppiò la sommossa cosentina del 1844, ma che significato si deve dare al 1937? E perchè in un angolo della bandiera sono poste due coccarde, una color giallo ocra con la scritta 'guesin Fiume annessione 1923' e l'altra, un piccolissimo tricolore su cui si legge appena '1929 Minezzo'? 

Ho intuito subito che l'anno 1937 fosse stato timbrato sulla bandiera in occasione dell'anniversario del moto rivoluzionario scoppiato a Cosenza durante l'epidemia di colera del 1837, come attesta una lapide posta in piazza Matteotti a Cosenza, sulla facciata laterale della chiesa del Carmine, di fronte alla vecchia stazione, che ricorda la fucilazione di cinque patrioti. Un secolo dopo era stato deciso di celebrare i moti cosentini del '37 e del '44 nella giornata del 15 marzo. Sarebbe rimasta solo un'intuizione se per caso non avessi trovato al Museo dei Brettii, una cassa piena di antichi documenti, tra i quali un fascicolo contenente la dettagliata cronistoria delle celebrazioni del 1937, organizzate dal Regio Istituto di Storia del Risorgimento Italiano. Fautore dell'iniziativa fu il Presidente Cav. Prof. Michele Scornajenchi, preside di una scuola professionale con sede nell'ex albergo Vetere. Fu un evento grandioso, iniziato molti mesi prima, di cui restano i verbali manoscritti di ogni riunione dei soci, attraverso i quali possiamo ora ricostruire la giornata del 15 marzo 1937. Le celebrazioni si svolsero in tre tempi e in concomitanza di altre cerimonie organizzate nelle città natali dei martiri della spedizione dei Bandiera, venuti a morire a Cosenza per sollevare il popolo calabrese. In quella occasione, dopo una solenne funzione nel Duomo, la benedizione dei loculi dei martiri e un discorso commemorativo da parte di un oratore designato dalle Gerarchie del Partito, i resti dei martiri non cosentini furono riportati nelle città natie, dove ad attenderli c'erano altre celebrazioni in loro onore. Le 'martiri spoglie' attraversarono le vie di Cosenza, affollatissime di persone d'ogni età e in testa al corteo c'era il Tricolore cosentino. Reduci di guerra e gente del popolo lanciavano fiori, piccole bandiere, coccarde. Come quelle che oggi sono apposte ad un angolo della bandiera e che rimandano ad altri momenti della storia italiana. Come l'annessione di Fiume.

Fu prevista anche una Mostra, come si apprende dai documenti, “inaugurata il 2-4-1937 – MMDCXCI Anniversario del Natale di Roma - II dell'Impero – XV dell'Era fascista. Essa illustra i periodi rivoluzionari del 1844 – 1848 e l'epopea garibaldina, espone preziosi cimeli che si riferiscono alle dolorose vicende del 1844. Al posto d'onore brilla nei suoi ancora vividi colori la bandiera che sventolò in Piazza dell'Intendenza, a Cosenza, il notaio Salfi. In Rende invece si sostiene che il vessillifero fosse Gennaro Rovella, in seguito condannato a 30 anni di ferri e la tradizione poggia su un rozzo ricordo poetico che così suonò: C'è Ginnaro di Ruvella, malandrino di galera, zumpa e vula cumu nu grillu e va' piglia la bannera”.

L'oratore fu l'onorevole Maurizio Maraviglia, che in una appassionata rievocazione dell'insurrezione cosentina e delle gesta dei Bandiera, riportata dal giornale 'La Tribuna' del 18 marzo 1937, infiammò gli animi dei presenti e commosse i cosentini citando l'eroismo dei martiri, ai quali: “la morte doveva apparire bella e infinitamente più desiderabile della opaca vita individuale, che non può essere destinata a nulla di veramente grande quando è costretta a risolversi nel vassallaggio collettivo di un popolo che non ha patria, di un volgo che nome non ha”.

La tesi che il Tricolore fosse appartenuto ai martiri delle Idi di Marzo, e non ai fratelli Bandiera, sorse dunque nel 1937. In ogni caso è stato protagonista dei fatti risorgimentali cosentini e le sue vicissitudini le racconta tutte tra le trame a tratti allargate della lana, tra gli orli laceri e tra i segni delle bruciature disseminati sull'intero drappo, quasi una mappa della storia che vi è passata sopra e dei percorsi che si sono incrociati nel corso dei secoli. Il Museo dei Brettii che oggi la custodisce, non è altro che l'antico Convento della Chiesa di Sant'Agostino, luogo in cui i fratelli Bandiera furono condotti per l'ultima messa e qui furono poi riportati per essere sepolti in una fossa lì vicino. E' sicuramente uno dei più antichi d'Italia, anche se non sappiamo ancora come sia diventata di proprietà del Comune di Cosenza, visto che l'unico documento esistente è una dichiarazione dell'ufficio del protocollo, attestante che dal Museo Civico, in data 13 novembre 1952, alle ore 13, la bandiera fu portata nella cassaforte dell'Economato. E non sappiamo a chi sia appartenuta, ma ci piace ora immaginare che sia passata di mano in mano, di martire in martire, dalle Idi di marzo allo sbarco di giugno dei Bandiera, quasi una staffetta ideale che ha accomunato sentimenti e sommosse, cosentini e veneziani che volevano essere solo Italiani.

Ara dei Fratelli Bandiera, Vallone di Rovito-Cosenza
 
 17-2-2015
©Francesca Canino

La foto del Tricolore cosentino è stata già pubblicata sul Quotidiano della Calabria dopo l’autorizzazione che l’allora dirigente comunale mi concesse.

 

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