‘’In fatto di giornali non ne comprendiamo che di due specie: o giornali di partito che essendo l’espressione delle idee, delle aspirazioni, dei metodi di un dato partito, servono a propagare e difendere queste idee e questo metodo; o giornali notiziari cui cura precipua deve esser quella di servire il pubblico... Il giornalismo della prima maniera è missione, quasi sempre nobile e bella missione; l’altro è mestiere (nel senso buono della parola) o, se suona meglio professione. Il primo è vecchio, il secondo è giovanissimo e certo tentativo come il nostro in Calabria deve sembrare stoltezza più che audacia. Fra le due specie ve n’è una terza, il giornalismo di questa terza non è molto amico dell’onestà, per esso non esistono principi, fede, coerenza. Oggi sia lode a Dio, domani a Satana purché il ventre sia pieno, ben pieno”.
Cosenza, 3 gennaio 1895
Luigi Caputo, direttore di Cronaca di Calabria

28 maggio 2015

Cosenza e il rifiuto del verde


COSENZA, MARZO 2015

 

Oltraggiato, sacrificato, spesso depredato, abbandonato come un rifiuto in mezzo ai rifiuti. Parliamo del verde cittadino, un grande patrimonio ormai alla deriva per incuria e inciviltà.



La città dei Bruzi è ricca di zone verdi popolate di alberi e aiuole, ma è povera di sensibilità verso l'ambiente e di politiche rivolte alla sua salvaguardia. È inesistente, in una città che si proclama aperta alle politiche sostenibili, un piano per il verde urbano, sebbene sia stato predisposto negli anni passati, ma mai approvato; è inesistente il servizio di video sorveglianza che avrebbe probabilmente evitato tanti sfregi alla flora urbana, come quelli compiuti da alcuni fiorai che, per realizzare le loro composizioni floreali, spesso non hanno esitato a tagliare le siepi o i rametti degli alberi giovani. Inesistenti, di fatto, sono le associazioni ambientaliste, le quali, più volte chiamate a intervenire su questioni riguardanti la tutela del verde, hanno preferito scaricare su altri i problemi o lavarsene le mani.




Le attuali condizioni del verde urbano, a partire dagli alberi sui marciapiedi fino alle villette, ai parchi e al verde delle frazioni, sono sempre più preoccupanti perché prive di attenzioni e di tutele. Di questo passo senza futuro.
Da quando è iniziata la potatura, cioè da novembre scorso, la maggior parte degli alberi ha subito, per la seconda volta in un paio di anni, la capitozzatura, un'operazione pericolosa che può incidere negativamente sulla vita dell'albero. Lo abbiamo scritto diverse volte, spinti anche dalle lamentele di tanti cittadini che hanno parlato di scempio. Niente da fare, la potatura cosiddetta selvaggia è continuata e oggi molte vie della città sono popolate di alberi di cui è rimasto solo il fusto o qualche abbozzo di ramo e molti sono stati eliminati. Un lavoro effettuato da personale che solitamente si occupa di altre mansioni, quindi non proprio esperti potatori.




Non sappiamo quale sia stato il destino dei rami tagliati dopo essere stati lasciati lungo i marciapiedi per giorni e giorni, né sappiamo perché molte potature sono state eseguite recentemente su alberi in piena fioritura. Eppure il comune di Cosenza si avvale della figura di un agronomo, esperto in scienze forestali e ambientali, incaricato di assistere il direttore della gestione del verde pubblico. Intanto, una visuale spettrale ha preso il posto del viale alberato, frondoso, piacevole alla vista e salutare per i polmoni, visto che gli alberi abbattuti non sono stati sostituiti e molti marciapiedi si presentano spogli, con le piccole aiuole che avrebbero dovuto contenere l'albero tramutate in cestini porta rifiuti.

Ma questa è una costante: non esiste spazio verde in città senza ammassi di immondizia e di deiezioni. Ciò in cui ci si imbatte, se si decide di fare un giro nelle villette, è solo spazzatura. Le foto che vi mostriamo testimoniano lo stato in cui versano le aree adibite al tempo libero, frequentate in massima parte da anziani e bambini: dai giardini pubblici di via Roma a piazza Loreto, da piazza Cappello a piazza XXV Luglio e alla villetta di via Fiume. Queste ultime sono le più fatiscenti a causa dei frequentatori serali, avvezzi alle gozzoviglie, che lasciano rifiuti e bottiglie in ogni angolo. Invasi anche dai volantini pubblicitari e dagli escrementi dei numerosi cani, i giardini pubblici del centro non attraggono più come un tempo.








E tra palme eliminate a causa del punteruolo rosso, potature discutibili, rifiuti in abbondanza, il quadro del verde cittadino è drammatico, né sembra essere rispettato l'obbligo di porre a dimora un albero per ogni neonato, previsto dalla Legge 10/13. La situazione non è dissimile per i parchi e per le frazioni a sud di Cosenza, aree che prenderemo in considerazione prossimamente.

©Francesca Canino

25 maggio 2015

Piano di riordino del commissario Scura, disparità tra province


4 MAGGIO 2015

 
NELLA fretta di presentare qualcosa al tavolo ex Massicci in modo da sbloccare i 100 milioni di premialità, il commissario ad acta Massimo Scura ha proposto in blocco il piano di riordino della rete ospedaliera elaborato da Urbani all'epoca di Scopelliti. Il piano avrebbe dovuto analizzare i fabbisogni di salute dei calabresi, adeguarli agli standard ospedalieri nazionali, stabilire, cioè, di quanti abitanti deve essere formato il bacino d’utenza perché una determinata specialità possa essere strutturata in unità complessa. Se per una cardiochirurgia, per esempio, necessitano due milioni di abitanti per mantenere alti standard di efficacia ed efficienza, considerato che la Calabria conta 1,8 milioni di abitanti si dovrebbe avere una sola cardiochirurgia in regione. Così si sarebbe dovuto agire per tutte le altre specialità. Il piano di riordino avrebbe, inoltre, dovuto esplicitare i criteri e le linee guida per gli atti aziendali, invece si è sostituito completamente a questi, riducendo quasi a zero gli spazi dei direttori generali. La cosa più grave, però, è l’assoluta mancanza di qualsiasi criterio generale e oggettivo nella stesura, che non si basa sui fabbisogni di salute dei cittadini di una certa area, ma su dati storici delle prestazioni erogate dalle Unità Operative Complesse (UOC) esistenti. Se l’Ortopedia di Cosenza lavora con solo 7 medici è chiaro che non può soddisfare celermente i bisogni di un vasto bacino d'utenza come quello dell'Annunziata. Di esempi del genere, in questo piano, ve ne sono a iosa: la Dermatologia che resta UOC a Reggio e a Catanzaro, mentre a Cosenza diventa Unità Operativa Semplice (UOS); la Chirurgia toracica, molto importante e con ottima casistica a Cosenza, resta UOS con 10 posti letto e a Catanzaro e Reggio sono invece UOC. Discorso a parte deve farsi per la Terapia Intensiva Neonatale (TIN), in cui si è creata una evidente sperequazione e si deve aggiungere che Cosenza è punto di riferimento regionale per la Chirurgia pediatrica e, particolarmente, per quella neonatale.
Quale logica è stata perseguita? Cosenza è un ospedale HUB e la sua provincia è la più estesa della regione, ma dai numeri riportati è chiaro che non è stato applicato alcun criterio oggettivo nella stesura del piano di riordino.

 

Declassata Dermatologia a Cosenza, ecco i numeri:

Nel 2014 l'Unità di Dermatologia ha eseguito 12.000 prestazioni, tra cui 2000 visite di Pronto soccorso e di consulenze urgenti, 350 interventi chirurgici, 750 trattamenti laser, 2000 trattamenti di fototerapia, 1000 visite di dermatologia pediatrica, 700 dermatoscopia in Epiluminescenza computerizzata, 300 capillaroscopie. É anche centro di riferimento per le malattie rare, per la psoriasi, per le malattie sessualmente trasmesse, per dermatiti allergiche da contatto, per tumori cutanei (melanomi ed epiteliomi) ed è l'unico centro calabrese che effettua microfototerapia con laser ad eccimeri come in pochissimi centri pubblici del territorio nazionale. Nella stessa sede si effettua terapia Fotodinamica. Non si capisce perché a Cosenza sia stata trasformata in unità semplice e abbia ricevuto un diverso trattamento rispetto agli altri hub calabresi. A Catanzaro le unità complesse sono state addirittura raddoppiate.
 

 

 Terapia Intensiva Neonatale (TIN)

CITTA'
UOC POSTI LETTO
BACINO DI UTENZA
PERCENTUALE DEL  TERRITORIO REGIONALE
COSENZA
10
800.000 abitanti
45%


CATANZARO
5
Cz, Kr, RC, Lamezia 1.000.000 abitanti
Cz, Kr, RC, Lamezia 55%
CROTONE
4
 
 
LAMEZIA
2
 
 
REGGIO CALABRIA
8
 
 

 

©Francesca Canino

 

 

09 marzo 2015

L'ultimo brigante: Francesco Acciardi di Aprigliano



  da ''Il Quotidiano della Calabria'', dicembre 2012

QUEI briganti del Sud che intimorivano la popolazione con fatti violenti o con  scellerate condotte contrarie alla morale e alla legge, spesso iniqua, sono diventati in alcuni casi il simbolo del coraggio virile che tanto ha affascinato donne e giovani. Eroi contro ogni convenzione, che ribellandosi al potere diventavano gli alleati del popolo, i difensori degli ultimi, i paladini di una giustizia che poco considerava i più deboli. Una sorta di nemesi che colpiva l'immaginario collettivo, anche di stranieri. Donne in particolare, che non furono immuni al fascino del brigante, come accadde nella vita di Salvatore Giuliano e, per altri versi, in quella di Francesco Acciardi, la cui vicenda intenerì la scrittrice olandese Nanny Klinkert, traduttrice del romanzo “Il Brigante” di Giuseppe Berto. La scrittrice venne in Italia per conoscere l'ergastolano Acciardi e intraprese una lunga battaglia per ottenere la grazia, chiedendo aiuto alla moglie del futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, allora Presidente del Consiglio e alla signora Reale, parente del ministro di Grazia e giustizia.


Meno noto di tanti altri briganti, Acciardi, detto 'Cicciu ‘e mare mare', nacque a Grupa di Aprigliano nel 1893. Condusse una vita normalissima fino a vent'anni, lavorando con il padre nei campi. Coltivavano un terreno confinante con la proprietà della famiglia Celestino, della cui giovane figlia, Ida, Acciardi si innamorò. Fu questo l’evento che segnerà tutta la sua vita.

Di temperamento sanguigno, i suoi problemi giudiziari dovuti a semplici liti con altri compaesani iniziarono nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Acciardi fu arruolato, ma disertò, sebbene per pochi giorni, perché voleva rivedere la sua fidanzata. Fu arrestato e posto dinanzi alla scelta di rimanere in prigione o essere arruolato nel battaglione d’assalto in prima linea. Scelse il fronte con gli arditi, come ha scritto Tonino De Paoli nell'opera più completa e veritiera sulla vita del brigante, dal titolo “Processo ai processi”, che ci permette oggi di raccontare la tumultuosa esistenza di Francesco Acciardi. Dopo il ferimento sul Piave fu decorato con la medaglia d’argento al valore e con i gradi di sergente e alla fine della guerra fece ritorno ad Aprigliano. In quegli anni il piccolo centro della presila cosentina si preparava a vivere una fase dolorosa e comune a quella di tanti altri paesi meridionali: l'emigrazione verso l'America del Nord e del Sud. Troppa fame spingeva la gente a cercare una vita migliore in altri paesi e per chi rimaneva le prospettive non erano rosee.

In questo contesto sociale Acciardi fu accusato di aver assassinato il compaesano Domenico Abbruzzini, un ricco possidente. Accusa mai provata, ma ricaduta su di lui per l'acquisto di un fucile nei giorni precedenti l'omicidio e per il fatto che la vittima aveva da tempo iniziato una relazione amorosa con la cugina di Acciardi, ostacolata dalla famiglia della giovane perché Abbruzzini era un gran donnaiolo. Acciardi si dichiarò innocente, aveva un alibi di ferro: nell’ora del delitto si trovava a Cosenza, in casa di Ida Celestino, la donna che amava. Ma ella, che non si presentò in aula, sostenne  in una deposizione giurata che non lo frequentava da tempo, tanto più la sera del delitto. Acciardi fu condannato sulla base di semplici indizi a circa 17 anni di carcere, ridotti poi a sette dai Regi Decreti. Scontò la pena nel carcere di Cosenza e in quello di Pozzuoli. Tra i suoi avvocati figuravano Nicola Serra e Luigi Filosa che non riuscirono a dimostrare ciò che alcuni testi dichiararono in seguito, cioè che la Celestino aveva confermato loro l'alibi di Acciardi, ma che non lo aveva espresso per paura dei fratelli. La stessa tesi fu sostenuta da alcuni testimoni oculari che videro Acciardi a Cosenza la sera del delitto. Il fratello di Abbruzzini scrisse una lettera in difesa di Acciardi, incapace, a suo parere, di un crimine del genere. Alcuni oggi sostengono che in punto di morte un compaesano confessò di essere stato l'autore del delitto per dare una lezione ad Abbruzzini che aveva fatto una proposta indecente alla propria figlia.

Scontata la pena Acciardi fece ritorno ad Aprigliano, dove nel 1929 fu accusato di tentato omicidio ai danni dell’ex fidanzata Ida Celestino e quindi condannato ad altri mesi di carcere, in seguito ai quali fu sottoposto alla più rigida obbedienza per il suo stato di sorvegliato speciale. Le sue disobbedienze, però, indussero i Carabinieri ad assegnarlo a una colonia agricola. In questo periodo, estate del 1931, sposò la sedicenne Emilia Savaglio, detta Miliella. Segnalato come soggetto pericoloso, il Giudice di Sorveglianza gli impose una cauzione di quattromila lire o in alternativa due anni di colonia agricola. Non riuscì a trovare la somma e la sua posizione fu aggravata per aver procurato lesioni a un compaesano e per aver minacciato un carabiniere. Consapevole della sua situazione, per sfuggire alla galera si diede alla macchia, seguito a breve dalla moglie. Di giorno lavoravano duramente e di notte dormivano nei campi, sotto un gelso. Un contadino, Salvatore Musso, diventò amico fidato dei due coniugi fino alla notte tra il 22 e il 23 luglio del 1932, quando Francesco e Miliella, dopo una dura giornata di lavoro nei campi, fecero ritorno al loro gelso e a sera caddero in un sonno profondo, interrotto solo dalla frescura della notte. Francesco, innamorato e premuroso sposo, si svegliò e coprì la moglie con la sua giacca per poi riprendere sonno, ma due colpi di fucile lo svegliarono. Si rese subito conto che era stata colpita Miliella e che la vittima designata era lui. Per quegli strani casi del destino, la giacca che avrebbe dovuto proteggerla dal freddo l’aveva esposta al pericolo supremo. Scambiata per Francesco, Salvatore Musso la uccise selvaggiamente. Era incinta di cinque mesi. Acciardi, nel tentativo di salvarla, aveva gridato la sua resa ai Carabinieri, pensando fossero stati questi a uccidere la moglie. Ma intorno era il silenzio, allora intuì che l’autore del misfatto era qualcuno che abitava nella casa vicina. Fu preso da una vera e propria monomania omicida che lo indusse a uccidere, nei giorni 24 e 25 luglio, Ida Celestino, i suoi genitori e altre quattro persone. Alla strage fece seguito, il giorno dopo, il ferimento di due carabinieri. Poi fuggì e si nascose nelle vicinanze, qualche settimana più tardi si costituì volontariamente. Il processo si svolse nella Corte d’Assise di Castrovillari alla presenza di un numerosissimo pubblico giunto da ogni parte della regione per guardare negli occhi Acciardi, assassino ed eroe vendicatore nello stesso tempo che era diventato bandito per amore. L’accusa sostenne che l’insano gesto del Musso era scaturito da un sentimento di rivalsa contro Acciardi che lo aveva sottomesso e obbligato a eseguire i suoi comandi. La difesa, invece, ritenne che il Musso fosse stato allettato dalla taglia posta per la sua cattura e da una sorta di impunità  della quale credeva di potersi avvalere per la sua collaborazione con la giustizia. Alcuni paesani raccontarono che il Musso, dopo una violenta rissa con il fratello, fu arrestato e guadagnò la libertà in cambio della promessa di consegnare Acciardi vivo o morto, poiché i Carabinieri, nonostante le forze impiegate, non riuscivano a catturarlo.

Memorabile fu l'arringa dell'avvocato Gennaro Cassiani: “Acciardi negli anni '20 subisce una condanna e grida la sua innocenza, ucciderà in seguito i Celestino perché la figlia Ida non volle testimoniare nel processo di Assise di essere stata con lui nell'ora del delitto: un alibi che significava una sentenza di assoluzione. In conseguenza della condanna è sottoposto a vigilanza speciale. Dopo qualche tempo è denunciato per una volontaria trasgressione agli obblighi della sorveglianza. Dove ha peccato Acciardi? Se ha peccato ha trovato pure la sua riabilitazione sposando una giovane ragazza di sedici anni e intanto viene chiesta la cauzione di buona condotta di quattromila lire. C'è dunque una miseria umana capace di inchiodare la miseria degli uomini sulla croce del delitto? Sì, c'è questa giustizia, perché il Giudice di Sorveglianza ad Acciardi dice: ‘O la cauzione o la colonia’. Acciardi chiede, cerca, invoca, finalmente pare abbia trovato, va a Cosenza, ma è troppo tardi, deve essere inviato in colonia. Alla sua mente infiammabile si presenta una sola via di scampo, la via della campagna. La moglie vuole seguirlo, ha paura dei Carabinieri che ogni sera bussano alla sua porta e segue il marito. Girano insieme, vagando. I Carabinieri sono sulle piste di Acciardi, ma cosa ha fatto il brigante Acciardi? Nulla... gli hanno chiesto quattromila lire e non le ha potute pagare. Il Giudice di Sorveglianza ha voluto dare alla miseria il nome di delitto, e Acciardi è al bando. Non c'è contro di lui un mandato di cattura, non potrebbe esserci ed egli intanto batte la campagna come un bandito. E poi la sera del 23 luglio... è questo il momento in cui il destino di un uomo può diventare l'urlo possente di una raffica donde scaturisce sangue, vendetta, disperazione e tutto travolge la mente di quell'uomo e tutto in lui cede il posto a una forma tipica di monomania omicida. Acciardi inizia la corsa alla follia. Ecco il valore del delitto Musso. Ecco il significato vero del danno che ne è significato ad Acciardi. Che altro sono i delitti di Acciardi se non una conseguenza immediata dell'uccisione della giovane moglie.

Il dramma è nella realtà: la miseria di un uomo inchiodata sulla croce del delitto, la carabina di uno sciagurato che spegne due vite innocenti, l'una fiorita, l'altra dischiusa, il dolore che sanguina, il dolore che uccide, il dolore che benda gli occhi e fascia la mente...”.

Fu chiesta la pena di morte, ma la Corte mutò la richiesta, condannando all'ergastolo Acciardi, con l’aggiunta di quattro anni di isolamento. Una pena di 18 anni fu inflitta a Musso.

Un articolo del marzo del 1947 apparso su ‘L’Europeo’, così descrisse gli eventi di quella notte: “… la popolazione, nonostante le uccisioni e il terrore che ispirava la figura del bandito, sentiva in un certo senso di poterlo giustificare col movente passionale. La patetica fine di sua moglie, poi, commuoveva in modo particolare e il ricordo del primo processo, in cui l’Acciardi era stato condannato si pensava su semplici indizi, la condotta della sua ex fidanzata che non aveva voluto confermare l’alibi, tutto questo induceva gli animi a sentimenti di compassione e di indulgenza. Insomma la fantasia popolare stava già creando la leggenda del vendicatore, dell’eroe che, in un momento di aberrazione, uccideva e faceva strage dei nemici reali o presunti per salvare l’onore e la memoria della donna amata”.

Acciardi fu rinchiuso nel carcere di Ponza, che all'epoca era duro e amaro: “Ogni giorno era un lungo giorno, in pochi mesi si era piegati”, soleva ricordare in paese.

Evase nel '44 in seguito ai bombardamenti e fuggì al Nord, dove fu arrestato dai tedeschi e deportato in Germania. Fu tra i pochi fortunati a far ritorno ad Aprigliano a fine conflitto, credendo che la guerra avesse definitivamente cancellato la sua condanna. Si trovò un lavoro in un’impresa boschiva, ma girava sempre armato, tanto da allarmare i Carabinieri che decisero di tendergli un tranello per riportare una certa tranquillità nelle campagne apriglianesi. Gli chiesero aiuto per la cattura di un pericoloso latitante che si nascondeva nelle montagne e Acciardi, che conosceva bene quei luoghi, accettò. Ma appena iniziata la battuta, i Carabinieri lo immobilizzarono e lo riconsegnarono alla giustizia. Tornò in carcere, prima a Porto Azzurro e poi a Procida, da dove uscì il 27 agosto 1966 in seguito a un Decreto di Grazia del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Gli fu imposto, però, un periodo di cinque anni di libertà vigilata. Pochi mesi più tardi sposò Emilia Schiavo e trovò un lavoro presso una casa editrice di Cosenza. Nel 1976 si accesero di nuovo i riflettori su di lui: nel mezzo di una discussione esplose un colpo contro la cognata che fortunatamente rimase illesa. Di nuovo il carcere, anche se solo per un breve periodo. Durante l’attesa del giudizio, nel carcere di Cosenza a Colle Triglio, tentò, senza riuscirci, il suicidio. Fu assolto e tornò libero. Morì due anni dopo ad Aprigliano, il 24 settembre 1978.

Ad Aprigliano ancora ricordano che non ci fu mai un giudizio unanime su Acciardi, alcuni lo descrissero come un uomo sanguigno e forte, ottimo tiratore di fucile, altri come un prepotente, altri ancora come una persona normale che solo le ingiuste vicende subite avevano trasformato in uno spietato criminale. Non furono tanto i delitti a dargli la denominazione di brigante, quanto il romanzo di Berto e il film di Castellani girato a Scandale. Berto apprese la storia da un articolo pubblicato sull’Europeo e il suo romanzo, tradotto in dodici lingue, divenne un best seller negli Usa, mentre duecentomila copie furono vendute nell’ex URSS. Nel 1961, dal romanzo fu realizzato un film dal regista Renato Castellani che fu presentato alla Mostra cinematografica di Venezia. ‘Il Giorno’ del 31 agosto 1961 scrisse: “E’ a nostro parere un film da Leone d’oro”. La storia del brigante, dopo il Decreto di Grazia, negli anni ’60, fu trasmessa a puntate sulla radio nazionale.

Si ringrazia Tonino De Paoli per le foto e le notizie
 
9-3-2015
©Francesca Canino

 

 

 

 

08 marzo 2015

Cosenza, quale sanità?


I Puntata
NELL'INDIFFERENZA delle Istituzioni e dei cittadini incede e si consuma la tragedia dell'Annunziata. Dilaniata dai morsi famelici del sistema sanitario regionale – laddove per sistema è da intendersi la regia che muove le risorse, destinandole in gran parte nelle tasche di registi e commedianti da questi assoldati – e defraudata di tante sue funzioni per invidia o ripicca o indolenza, l’ospedale di Cosenza soffre oggi per gli sprechi, per le scelte sconsiderate e per il clientelismo estremo che subisce ormai da molti anni. A pagare, questa volta, non sono come sempre 'solo' i cittadini - ai quali deve essere riconosciuto il grande demerito di disinteressarsi delle sorti del proprio ospedale - ma sono anche i medici che subiscono sulla propria pelle le conseguenze di un sistema malato. Terminale. Subissati da una richiesta di salute che proviene da tutta la provincia, costretti a lavorare in numero ridotto e a fronteggiare le pecche strutturali del vecchio ospedale, i medici temono che una siffatta situazione possa a breve diventare la scaturigine di tragiche vicende.  
 Come quella del sangue infetto, per esempio.

«Ottobre 2012: un pool di ispettori ministeriali evidenziò all'interno del Centro trasfusionale dell'Annunziata di Cosenza gravi criticità: scarse condizioni igieniche e gravi problemi di ordine strutturale. Gli ispettori romani rilevarono 65 irregolarità, 17 delle quali indicate come gravi. All'Azienda ospedaliera di Cosenza furono concessi 15 giorni di tempo per risolvere i problemi meno gravi e 30 per quelli più critici. Nell'agosto del 2013, dopo il decesso di un settantacinquenne rendese a causa di una trasfusione di sangue infetto, giunse a Cosenza Giuliano Grazzini, direttore del Centro nazionale sangue che, munito di mandato ministeriale, riscontrò il permanere delle criticità, rilevando anche che gli interventi compiuti non erano stati risolutivi».

La protesta della Tenda blu

«I medici dell'Annunziata protestano da gennaio 2014, hanno manifestato sotto una tenda per oltre un mese, sono scesi in piazza, hanno incontrato più volte i vertici della sanità cosentina e regionale, il Prefetto, il sindaco e la commissione consiliare sanità di Cosenza, l'ex sottosegretario alla salute. Hanno organizzato una manifestazione provinciale il 12 aprile del 2014 e sono stati sostenuti dai quotidiani cittadini, ma nulla si è mosso. Anzi, l'ex presidente della Giunta regionale calabrese e commissario ad acta Giuseppe Scopelliti ebbe ad affermare nei mesi scorsi con un tweet che “bisognava ribellarsi prima, quando a Cosenza assumevano portantini, uscieri e amici dei mafiosi. No?”. I sanitari si chiesero perché il presidente attribuiva a loro responsabilità che erano invece della politica e perché, soprattutto, gli errori di tale politica dovevano ricadere sui cittadini, in questo caso anche ammalati. I problemi dell'ospedale non sono stati determinati né dai medici, né dai cittadini, ma coloro i quali hanno voluto questa situazione, quando devono curarsi ricorrono alle cliniche svizzere o del nord Italia».

Da cosa sono causati, in massima parte, i problemi ospedalieri a Cosenza?

«In buona parte dalla rete territoriale, ovvero l'ASP, che non funziona adeguatamente. Circa un anno fa, è stato scoperto un giro di consulenze d'oro che i vertici dell'Azienda avrebbero affidato ai loro amici, sembra con il placet di tutto l'establishment regionale, senza rispettare le procedure previste. Intanto, i cittadini per curarsi, quando possono, ricorrono alla sanità privata, spendendo fior di quattrini, quando non possono si mettono in lista d'attesa per mesi e mesi o si tengono i malanni. A fronte di tanto disinteresse per i malati, che cosa sono stati due mesi di interdizione per un direttore generale che avrebbe elargito migliaia di euro a un avvocato amico, sottraendoli ai cittadini/pazienti che pagano le tasse? E soprattutto: non sarebbe l'ora di adottare altri provvedimenti nei confronti di chi ha fagocitato la sanità calabrese?».

Siamo di fronte a una politica che ha annullato i diritti e aumentato i profitti.

«Basta pensare alle convenzioni: una stipulata con l’Umberto I e l'altra con il Bambin Gesù di Roma. Con quest'ultimo si è voluto creare nel nosocomio catanzarese una qualificata équipe di chirurghi pediatrici per limitare l'emigrazione sanitaria dei calabresi verso le altre regioni. Prima di apporre la firma, però, a qualcuno è sfuggito che l'accordo prevedeva l'esecuzione di interventi chirurgici a bassa complessità sui minori. E' sfuggito anche che l'UOC di Chirurgia pediatrica dell'Annunziata esegue, oltre agli interventi chirurgici più comuni, anche quelli più rari e ad alta o altissima complessità. Qui, inoltre, confluiscono casi sanitari pediatrici da tutta la regione e al suo attivo ci sono ben 1300 interventi annui, tutti attestati sul sito dell'Azienda ospedaliera. A cosa è servita, dunque, la Convenzione con il Bambin Gesù? A sostenere una spesa extra di due milioni di euro per interventi chirurgici che di routine vengono eseguiti a Cosenza? Sembra che l'ospedale pediatrico romano versi in grosse difficoltà finanziarie e la possibilità di drenare pazienti da altri nosocomi è fonte notevole di entrate. Tra l'altro il Bambin Gesù è un ospedale situato nello stato Vaticano e pertanto non è sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità italiane».
«C'è anche Nativity, un progetto accompagnato da una scia di polemiche. Benché sconosciuto a molti medici è giunto alla sua seconda edizione nel 2014. Rivolto ai ragazzi delle scuole elementari e medie e alle loro famiglie per apprendere i rudimenti della prevenzione sanitaria e le regole della corretta alimentazione attraverso attività ludiche, è stato voluto dall'ex presidente Scopelliti per portare in Calabria il meglio della pediatria. Nell'ambiente sanitario c'è stata molta avversione verso l'iniziativa, poiché l'esperimento è stato fatto a Roma e sembra che sia stato un fallimento. In conseguenza a ciò, il progetto è stato proposto alle regioni meridionali. Dalle poche notizie circolate, sembra che il costo dell'iniziativa si sia aggirato intorno alle 200.000 euro e che siano stati utilizzati i fondi destinati alla formazione del personale. Solo sprechi mentre all’ospedale di Cosenza manca l’essenziale».

E l’elisoccorso?

«Due anni senza stipendio per i medici dell'elisoccorso perché l'Azienda ospedaliera di Cosenza ha interrotto i pagamenti, a differenza dei loro colleghi in servizio presso gli altri ospedali della regione. L’ex direttore dell'Ao di Cosenza, Paolo Gangemi, ha dato una interpretazione personale al Decreto regionale 94/2012. Secondo l’ex dg, a pagare il servizio di elisoccorso doveva essere l'Asp, considerato che il servizio fa capo al 118. Il decreto, da quel che ne sappiamo, non è nemmeno in vigore. Ma per Gangemi è, invece, in vigore e lo applica. Da dove si evince la malafede? Dal fatto che per sostenere questa sua tesi l’ex dg ha chiesto per circa due anni continui chiarimenti alla regione. Nelle altre province i medici che sono regolarmente pagati dall'ASP o dall'AO, cioè dall'ente di appartenenza. La Regione deve dare ai vari enti di appartenenza una quota pari circa a 2.160.000 euro. Questi fondi negli anni scorsi a chi sono stati dati?».

Questo il resoconto del 2014, nella prossima puntata esamineremo il 2015. Intanto da mesi la sanità regionale non è governata perché non si riesce a nominare un commissario… e come se non bastasse è stato disposto lo sgombero del Mariano Santo.

8-3-2015
©Francesca Canino

















18 febbraio 2015

Lettera al ministro della Salute


On. Ministro della Salute,

il 12 febbraio si è verificato un evento drammatico che, come Lei stessa ha dichiarato, non dovrebbe mai verificarsi in un paese civile: la morte di un neonato che, nell’assurda ricerca di un posto letto in una UTIN, ha perso quella vita appena sbocciata.

Come Ministro della Salute ma anche, penso, come cittadina italiana, donna, e futura madre, ha inteso interpretare l’indignazione di ognuno di noi inviando immediatamente gli ispettori ministeriali a verificare quanto accaduto e minacciando cadute di teste. Mi pare che Lei interpreti in modo estremamente riduttivo il Suo ruolo di Ministro della Salute, che cosa ha fatto per far sì che casi così drammatici non si verificassero?

Noi della CISL Medici di Cosenza, insieme alle altre sigle sindacali, è da oltre un anno che denunciamo gravi carenze nell’assistenza sanitaria a causa di tagli insensati che, in nome di una millantata maggiore efficienza, hanno di fatto sospeso il diritto alla salute dei cittadini italiani e di quelli calabresi in particolare. In quattro anni di commissariamento per un Piano di Rientro, sotto la regia del Suo Ministero e del MEF, che ha solo tagliato senza organizzare alcunché, avete posto le basi per il verificarsi di eventi tanto drammatici. Anzi, viste le premesse, la cosa strana è che, in fondo, se ne verifichino pochi.

A novembre scorso, obtorto collo, è venuta a fare un giro in Calabria. La invitavamo da un anno ma, dove non poté il grido di dolore di un popolo supplicante, potettero le elezioni imminenti. Venne, al fine, e abbiamo ancora nella mente le Sue espressioni, direi, di schifo per le condizioni strutturali dell’ospedale di Cosenza, le sue promesse di avere la Calabria in cima alla Sua agenda, lo sblocco del turn-over, visite trimestrali per verificare gli stati di avanzamento della riorganizzazione. Marzo è arrivato e a giorni dovrebbe tornare ma, il Governo di cui Lei fa parte, non è stato neanche in grado di nominare il Commissario ad Acta. In Piano di Rientro, senza tale figura, ancorché competente o meno, non è possibile fare nulla.

Il Percorso Nascita che Lei, in TV, dice essere imprescindibile in un paese civile, qui da noi va avanti grazie alla buona volontà e al senso di responsabilità degli operatori della sanità: medici, infermieri ed ausiliari. Nelle altre branche, se possibile, la situazione è ancora peggiore. Rianimazione, chirurgia, medicina, 118, sono allo stremo e ogni giorno che passa la possibilità di eventi drammatici raddoppia. Non aspetti il morto per potersi dolere davanti alle telecamere mandando ispettori. Faccia il Ministro della Salute e non l’equilibrista della politica. Per concludere: se quanto sta facendo per la Calabria significa essere in cima alla Sua agenda, per favore, ci cancelli.

Rodolfo Gualtieri

Segretario Az. Osp. di Cosenza Cisl medici

 

17 febbraio 2015

Cosenza, la città del Tricolore

per la serie ''La città di...''



Una bandiera due storie

 

Dal Quotidiano della Calabria del 9-12-2011

Viatico di vita e di sangue che ha affiancato le grandi giornate del Risorgimento calabrese, il Tricolore di Cosenza è stato il vessillo di gloriosi avvenimenti. Nel 1844 sventolò durante le Idi di Marzo della città bruzia, teatro di una insurrezione locale contro il governo borbonico con obiettivi schiettamente unitari. Qualche mese dopo fu spiegato al vento sul colle della Stragola, nella spedizione dei fratelli Bandiera, condotti poi a Cosenza e fucilati.

I due eventi sono tra loro strettamente connessi, spiritualmente e storicamente: il primo fu la determinante ideale e l'antefatto della spedizione dei Bandiera; il secondo la conseguenza storica che conferma e accentua l'alto valore dei fatti di marzo.

Il Tricolore di proprietà del Comune di Cosenza, che oggi è custodito presso il Museo dei Brettii e degli Enotri, narra due storie parallele, anche se di una sola è stato il protagonista assoluto. Giunto in Calabria con la spedizione dei fratelli Bandiera, da allora il Tricolore è rimasto nella città di Cosenza. Di forte impatto emozionale, sembra di vederlo sventolare nelle campagne di Corfù, ove i Bandiera erano sbarcati per preparare un piano cospirativo. In una lettera del '44 indirizzata a Mazzini scrissero: “La causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa è quella della Libertà, dell'Eguaglianza, dell'Umanità, dell'Indipendenza e dell'Unità Italiana”. Con questi sentimenti si imbarcarono sul San Spiridione e approdarono in Calabria sventolando lil Tricolore  E proprio la bandiera costituì uno dei corpi di reato. Fornita a Corfù dal patriota Miller, rimase in potere della polizia in seguito alla cattura dei partecipanti alla spedizione e dopo che, per breve tempo, era stata sventolata sotto il sole della Patria. Essa fu raccolta dall'Urbano di San Giovanni in Fiore, Saverio Foglia, dopo il conflitto della Stragola, il quale la avvolse in un telo incerato e la consegnò personalmente alle autorità di Cosenza. Questa finora la storia ufficiale.

Emilio Bandiera
 
Attilio Bandiera
 
Nell'ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, la bandiera è stata esposta in una mostra permanente allestita al Museo dei Brettii. Dopo averla visitata ho voluto scrivere la sua storia, ma mentre mi documentavo su di essa, mi sono imbattuta in una 'storia' diversa. In un libro del 1939 intitolato “Il Processo ai Fratelli Bandiera” di Luigi Carci, conservato nella Biblioteca Civica di Cosenza, spunta l'ipotesi secondo la quale il Tricolore conservato a Cosenza non sia quello dei fratelli veneziani, bensì la bandiera che sventolò il notaio Francesco Salfi il 15 marzo 1844, durante la sommossa della città. Carci, infatti, scrisse: “Il dotto e acuto storico Comm. Carlo Corigliano, recentemente, lo mise in dubbio, propendendo per la tesi che sia stata la bandiera sventolata dal notaio Francesco Salfi, il 15 marzo 1844, perché corrisponde alla descrizione fatta nel verbale della Reale Gendarmeria, redatto in quella occasione. Quella della spedizione, fornita dal Miller, era una bandiera più grande, con un'aquila gialla nel mezzo, così è descritta dal Sotto Intendente Bonafede nella sua relazione”. Il Tricolore cosentino che Carlo Corigliano aveva dinanzi a sé era una piccola bandiera di lana.

Proseguendo le ricerche tra i documenti custoditi nell'Archivio di Stato, ho trovato, nelle carte della Corrispondenza Ufficiale della Gran Corte Criminale, un'intera busta che contiene gli atti del “Processo de' Calabresi del '44” in cui numerosi sono i  riferimenti alla bandiera, tra questi: “Processo verbale constatante l'attacco alla Gendarmeria Reale avuto luogo con un numeroso attruppamento rivoluzionario armato, il quale portando una Bandiera tricolore, gridando Libertà e Coraggio, si era recato dinanzi al Palazzo di questa Intendenza ed era intento ad aggredire e fare massacrare il sig. Intendente della Provincia. L'anno 1844, il giorno 15 del mese di marzo alle ore 12 italiane in Cosenza noi sergente... caporale... trovandosi tutti riuniti con l'intera compagnia avanti lo spiazzale di questo Carcere Centrale sentimmo delle grida per la città che indicavano una sommossa di popolo. Alla testa dei sommossi una bandiera tricolorata bianca, rossa e verde”. (1844 - Regno delle Due Sicilie Gendarmeria Reale, 3° Battaglione, I Campagna Prov. di Cal Citra circond.).

Il tentativo insurrezionale del 15 marzo fallì e 'rimase in potere della polizia la Bandiera Tricolore che per breve tempo era stata sventolata per la prima volta sotto il sole della patria'.

Tra gli atti della Gran Corte Criminale si trova una descrizione della bandiera che sembra corrispondere a quella attualmente conservata nel Museo dei Brettii: “Volendo poi passare all'analisi dei tre fucili alla paesana, della bandiera... la Bandiera costituzionale a tre colori, cioè verde, rosso e bianco di tela così detta di Francia a tre strisce ognuna della lunghezza di palmi due e mezzo e della larghezza di un palmo e più, posta nell'estremità di una canna ed inchiodata con tre cosiddette tacce. La canna è della lunghezza di palmi 12 e più ed alquanto puntata nel termine inferiore. Tutte le accennate armi e oggetti sono state suggellate a cera lacca con delle strisce di Carta da noi fissate e fatte tornare con una copia del presente al Sig. Procuratore Generale del Re presso questa Gran Corte per l'uso di giustizia”. (Processi Politici 1844 - Gran Corte Criminale, decisioni della Comm. Mil. del 10/7 /'44)

Altri documenti dell'Archivio di Stato (in Processi politici) riportano gli interrogatori dei cospiratori cosentini del 15 marzo '44, in molti citano la bandiera. Il rivoltoso Francesco De Simone racconta come Antonio Raho avesse confezionato la bandiera tricolore inalberata al grido di “Viva Iddio, Viva il Re, Viva la Costituzione” in Piazza dell'Intendenza il 15-3-1844. Il De Simone l'aveva accomodata in un'unica e lunga canna. Il sacerdote Francesco Stella attribuisce, invece, a De Simone la confezione di una bandiera bianca, rossa e verde, che “aveva riunite tre liste di tela in cotone del Regno, della lunghezza di circa due palmi, e di un mezzo di larghezza, una bianca, l'altra color rosso e la terza verde e le aveva seco portate da Cosenza. In questo pezzo di tela tricolore fermato all'estremità di una canna con due piccoli chiodi, componendosi una bandiera”.

Dall'interrogatorio di Raho reso al Procuratore del Re il 24 marzo del 1844, si apprende: “Crebbe maggiormente la mia sorpresa quando vicino al fuoco vidi una bandiera tricolore sorretta da una canna”. In seguito: “Arrivati in città, la bandiera intanto fu consegnata ad un contadino”.

Francesco Tavolaro, un altro partecipante alla sommossa dice al Procuratore: “Al far del giorno, nei pressi di Cosenza vidi che si portava una bandiera tricolore, sospesa ad una canna intorno a cui si gridava: viva la libertà”. 

Le contraddizioni evidenti nelle dichiarazioni degli insorti devono essere attribuite al tentativo che ognuno di loro fece per scagionarsi dalle accuse. La bandiera tricolorata costituiva, come accadde poi per i Bandiera e i loro compagni, un inequivocabile corpo di reato. Nessuno si assunse la paternità della realizzazione per non aggravare la propria posizione. Oggi non sappiamo, dunque, chi realmente l'abbia voluta e cucita per la sommossa del 15 marzo.   

Le ricerche tuttavia non finiscono qui: nei mesi scorsi, nel corso di una conferenza svoltasi per presentare il restauro del Tricolore cosentino, un timbro sulla striscia bianca recante la data del 15 marzo 1937, Anno XV, ha aperto nuovi interrogativi. Il 15 marzo è senza dubbio il giorno in cui scoppiò la sommossa cosentina del 1844, ma che significato si deve dare al 1937? E perchè in un angolo della bandiera sono poste due coccarde, una color giallo ocra con la scritta 'guesin Fiume annessione 1923' e l'altra, un piccolissimo tricolore su cui si legge appena '1929 Minezzo'? 

Ho intuito subito che l'anno 1937 fosse stato timbrato sulla bandiera in occasione dell'anniversario del moto rivoluzionario scoppiato a Cosenza durante l'epidemia di colera del 1837, come attesta una lapide posta in piazza Matteotti a Cosenza, sulla facciata laterale della chiesa del Carmine, di fronte alla vecchia stazione, che ricorda la fucilazione di cinque patrioti. Un secolo dopo era stato deciso di celebrare i moti cosentini del '37 e del '44 nella giornata del 15 marzo. Sarebbe rimasta solo un'intuizione se per caso non avessi trovato al Museo dei Brettii, una cassa piena di antichi documenti, tra i quali un fascicolo contenente la dettagliata cronistoria delle celebrazioni del 1937, organizzate dal Regio Istituto di Storia del Risorgimento Italiano. Fautore dell'iniziativa fu il Presidente Cav. Prof. Michele Scornajenchi, preside di una scuola professionale con sede nell'ex albergo Vetere. Fu un evento grandioso, iniziato molti mesi prima, di cui restano i verbali manoscritti di ogni riunione dei soci, attraverso i quali possiamo ora ricostruire la giornata del 15 marzo 1937. Le celebrazioni si svolsero in tre tempi e in concomitanza di altre cerimonie organizzate nelle città natali dei martiri della spedizione dei Bandiera, venuti a morire a Cosenza per sollevare il popolo calabrese. In quella occasione, dopo una solenne funzione nel Duomo, la benedizione dei loculi dei martiri e un discorso commemorativo da parte di un oratore designato dalle Gerarchie del Partito, i resti dei martiri non cosentini furono riportati nelle città natie, dove ad attenderli c'erano altre celebrazioni in loro onore. Le 'martiri spoglie' attraversarono le vie di Cosenza, affollatissime di persone d'ogni età e in testa al corteo c'era il Tricolore cosentino. Reduci di guerra e gente del popolo lanciavano fiori, piccole bandiere, coccarde. Come quelle che oggi sono apposte ad un angolo della bandiera e che rimandano ad altri momenti della storia italiana. Come l'annessione di Fiume.

Fu prevista anche una Mostra, come si apprende dai documenti, “inaugurata il 2-4-1937 – MMDCXCI Anniversario del Natale di Roma - II dell'Impero – XV dell'Era fascista. Essa illustra i periodi rivoluzionari del 1844 – 1848 e l'epopea garibaldina, espone preziosi cimeli che si riferiscono alle dolorose vicende del 1844. Al posto d'onore brilla nei suoi ancora vividi colori la bandiera che sventolò in Piazza dell'Intendenza, a Cosenza, il notaio Salfi. In Rende invece si sostiene che il vessillifero fosse Gennaro Rovella, in seguito condannato a 30 anni di ferri e la tradizione poggia su un rozzo ricordo poetico che così suonò: C'è Ginnaro di Ruvella, malandrino di galera, zumpa e vula cumu nu grillu e va' piglia la bannera”.

L'oratore fu l'onorevole Maurizio Maraviglia, che in una appassionata rievocazione dell'insurrezione cosentina e delle gesta dei Bandiera, riportata dal giornale 'La Tribuna' del 18 marzo 1937, infiammò gli animi dei presenti e commosse i cosentini citando l'eroismo dei martiri, ai quali: “la morte doveva apparire bella e infinitamente più desiderabile della opaca vita individuale, che non può essere destinata a nulla di veramente grande quando è costretta a risolversi nel vassallaggio collettivo di un popolo che non ha patria, di un volgo che nome non ha”.

La tesi che il Tricolore fosse appartenuto ai martiri delle Idi di Marzo, e non ai fratelli Bandiera, sorse dunque nel 1937. In ogni caso è stato protagonista dei fatti risorgimentali cosentini e le sue vicissitudini le racconta tutte tra le trame a tratti allargate della lana, tra gli orli laceri e tra i segni delle bruciature disseminati sull'intero drappo, quasi una mappa della storia che vi è passata sopra e dei percorsi che si sono incrociati nel corso dei secoli. Il Museo dei Brettii che oggi la custodisce, non è altro che l'antico Convento della Chiesa di Sant'Agostino, luogo in cui i fratelli Bandiera furono condotti per l'ultima messa e qui furono poi riportati per essere sepolti in una fossa lì vicino. E' sicuramente uno dei più antichi d'Italia, anche se non sappiamo ancora come sia diventata di proprietà del Comune di Cosenza, visto che l'unico documento esistente è una dichiarazione dell'ufficio del protocollo, attestante che dal Museo Civico, in data 13 novembre 1952, alle ore 13, la bandiera fu portata nella cassaforte dell'Economato. E non sappiamo a chi sia appartenuta, ma ci piace ora immaginare che sia passata di mano in mano, di martire in martire, dalle Idi di marzo allo sbarco di giugno dei Bandiera, quasi una staffetta ideale che ha accomunato sentimenti e sommosse, cosentini e veneziani che volevano essere solo Italiani.

Ara dei Fratelli Bandiera, Vallone di Rovito-Cosenza
 
 17-2-2015
©Francesca Canino

La foto del Tricolore cosentino è stata già pubblicata sul Quotidiano della Calabria dopo l’autorizzazione che l’allora dirigente comunale mi concesse.